ebook di Fulvio Romano

martedì 12 giugno 2018

Scajola batte Toti ( l’antico è molto meglio del falso nuovo)

LA STAMPA

Imperia

“Un successo contro 

i sondaggi patacca”

Scajola: La gente vuole un sindaco che risolva i problemi

«E’ stato un grande successo. Di fronte a una parata di avversari ero in qualche modo da solo contro il resto del mondo, sia pur con una bellissima squadra di 120 candidati e 300 volontari: e ho ottenuto il risultato migliore, con 1500 voti di distacco dal secondo, Luca Lanteri (7397 contro 6012, ndr). Mi pare un dato molto significativo, tanto più quando veniva predicato, con un sondaggio patacca, un discorso opposto che mi vedeva addirittura al quarto posto». L’ex ministro Claudio Scajola, al suo rientro in politica per tentare di ottenere il suo terzo mandato come sindaco di Imperia, non nasconde la sua soddisfazione e si prepara al ballottaggio con Lanteri, fra due domeniche.

Ribadisce inoltre la definizione di «patacca» al «modello Toti» che candidava il suo avversario: «Non possono esistere modelli e diktat da fuori. Sono lieto che nel Ponente, con Ceriale, Alassio, Bordighera e Vallecrosia, si sia detta la parola fine a questo modello, che significa solo l’affermazione di una persona attraverso un’espressione delle autonomie». E aggiunge: «Imperia era l’unica città a non avere il simbolo di Forza Italia: c’era Forza Imperia. Berlusconi non avrebbe mai messo il simbolo di Forza Italia, col suo nome e la sua faccia contro di me».

Qual’è stata la formula vincente? «La città ha risposto al mio appello. La gente vuole un sindaco che risolva i problemi di Imperia, non sigle politiche vuote catapultate da fuori. Io sono andato in giro in mezzo alla gente, parlando dei problemi con i cittadini. Quando ho deciso di candidarmi per rendere un servizio a Imperia ho infatti pensato di dover avere un contatto più diretto con le persone. Ho girato casa per casa, negozio per negozio». Nonostante la sua lunga esperienza, lo schieramento di politici nazionali in appoggio ai suoi sfidanti lo ha fatto apparire come un candidato «contro il sistema», un «Davide contro Golia»: «Candidandomi, sono partito da un concetto: la città soffre e io voglio darle una mano. Nel darla, voglio ribellarmi contro chi non ha rispetto dei territorio e delle autonomie». Ancora: «Di fronte alla confusione dello scenario politico, con un atteggiamento di attenzione su Imperia “eterodiretto”, dove sono passati Salvini, Meloni, Gelmini, Del Debbio, Gasparri, per il centrosinistra Martina e Delrio, ho impostato una campagna col motto di “Imperia agli imperiesi”. come disse Pericle riferendosi ad Atene». Ora guarda al ballottaggio: «La distanza è ampia. I cittadini saranno liberi di scegliere fra me e il mio avversario». È già tempo di riprendere la campagna elettorale. 

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ENRICO FERRARI

Sánchez e la mossa antipopulista

LA STAMPA

Italia

Il nuovo governo di Madrid apre uno dei suoi porti, ma non accoglierà tutte le navi

I sindaci di Barcellona e Valencia lanciano la loro candidatura: “Mandate qui i profughi” 

Sánchez e la mossa antipopulista

“Noi non chiudiamo gli occhi”

Pedro Sánchez serviva un gesto per marcare le differenze. Dal predecessore Rajoy ,certo, ma anche dall’Italia e dal suo governo che si dichiara populista. La mossa è arrivata: «Valencia è un porto sicuro, noi non chiudiamo gli occhi». Ieri è stato il primo vero giorno di lavoro per il neo premier socialista spagnolo e «l’atto umanitario» verso i disperati della nave Aquarius segna l’agenda di un governo nato con un’operazione parlamentare, pienamente legittima, ma non certo benedetta dalle urne. Come nel 2004 Zapatero, appena arrivato alla Moncloa, ritirò le truppe dall’Iraq, così Sánchez nel 2018 apre i porti. 

La Spagna e i migranti

Tra le priorità dell’esecutivo, tuttavia, non compare, almeno per ora, un cambiamento di passo concreto rispetto alle politiche sull’immigrazione del governo di destra. Un esempio su tutti: nel 2015 Mariano Rajoy si impegnò ad accogliere 17 mila rifugiati, ma tre anni dopo in Spagna non se ne contano più di 1500. «Cambieranno le cose?», si chiede Podemos. Nessuna risposta per ora. Il governo socialista, spuntato fuori un po’ all’improvviso, sta raccogliendo consensi quasi trasversali e l’annuncio di ieri rafforza i sondaggi che vedono i socialisti in netta ascesa. Tratti distintivi: la presenza femminile (11 donne e 6 uomini) e un marcato carattere europeista. A Madrid nessuno interpreta il gesto di ieri come un aiuto al governo Conte, né tantomeno al ministro dell’Interno Salvini. Al contrario si tratta di mostrare valori contrapposti: «C’è una catastrofe umanitaria in corso, è nostro dovere intervenire». Le differenze insomma vengono esibite, non solo sulla questione migranti: mentre l’Italia discuteva su una presunta uscita dall’euro, Sánchez sceglieva come ministra Nadia Calviño, una delle più alte responsabili del bilancio comunitario. 

La linea da definire

La «catastrofe umanitaria» di queste ore richiede una decisione rapida, ovviamente, ma sul lungo periodo il nuovo esecutivo di Madrid non ha una linea ben definita. Nessuno, almeno in pubblico, ha posto obiezioni sulla scelta del premier, ma se l’Aquarius fosse soltanto il primo di una lunga serie di sbarchi l’unanimità è destinata a scalfirsi. Quello della nave rifiutata da Salvini non sarà certo il primo approdo del 2018, anzi. 

Gli arrivi in Spagna

Quest’anno sulle coste spagnole sono sbarcati 11.308 immigrati (dati Unhcr), con imbarcazioni più o meno di fortuna, contro i 13.706 dell’Italia. Ma quello che più colpisce è l’inversione di tendenza: l’aumento degli arrivi rispetto al 2017 è del 54%, mentre in Italia la diminuzione è del 79%. Questi dati, va detto, non hanno allarmato l’opinione pubblica più di tanto. L’immigrazione, in Spagna, non è oggetto di scontro politico anche per il fatto che la destra ha governato il Paese negli ultimi sette anni e perché non esiste un vero partito con posizioni xenofobe. Le uniche polemiche sono state del segno opposto: i sindaci dell’area vicina a Podemos, come Ada Colau a Barcellona e Joan Ribó a Valencia, hanno reclamato: «Il governo ci mandi i profughi». Anche il governo catalano ha chiesto di ospitare stranieri in fuga dalle guerre. Un anno fa la manifestazione per l’accoglienza ha riempito le strade, mentre tutta la città (compreso l’allenatore del Barça Ernesto Valverde) si è stretta attorno alla Ong Open Arms la cui imbarcazione era stata sequestrata dalla procura di Catania. Insomma, l’opinione pubblica, per il momento, non spinge certo per chiudere i porti. 

Le rotte

I migranti in Spagna arrivano soprattutto sulle spiagge dell’Andalusia. La distanza dal Marocco è tale che, con il mare calmo, basta un gommone per arrivare. Questo fa sì che, sebbene i numeri siano alti, non ci siano immagini bibliche come quelle di Lampedusa e Pozzallo. Ma le porte d’ingresso alla Spagna sono almeno altre due. La prima è l’aeroporto Barajas di Madrid dove atterrano molti immigrati dall’America Latina, che parlano il castigliano e che si integrano senza grandi problemi. La seconda è rappresentata dalle due enclave nell’Africa settentrionale, Ceuta e Melilla. Le due città spagnole sono letteralmente circondate da recinzioni altissime, impossibili da scavalcare. Chi ci prova, capita tutte le settimane, rischia di morire. Quei muri furono innalzati nell’era progressista di Zapatero e Pedro Sanchez, almeno per ora, non li mette in discussione

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francesco olivo

“Che Imperia si ricordi di Angiolo Silvio”

LA STAMPA

Imperia

A 80 anni dalla morte un prolungato silenzio circonda un letterato e industriale illuminato a cui la città deve tanto

L’appello e il sogno della famiglia Novaro

“Che Imperia si ricordi di Angiolo Silvio”

La «Casa Rossa» ai piedi di Capo Berta che serviva ai marinai per individuare la rotta verso casa è uno scrigno di tesori familiari e letterari. Lo ha aperto per un giorno, a noi cronisti, la depositaria dei tanti, piccoli gioielli scaturiti da quella meravigliosa vita vissuta da Angiolo Silvio Novaro, poeta nato a Diano Marina, onegliese d’adozione, industriale illuminato (la famiglia era proprietaria dell’oleificio Sasso), pittore, traduttore, assaggiatore d'olio. Daniela Zago Novaro, moglie di Giorgio, pronipote di Angiolo Silvio, si è fatta carico di preservare e trasmettere la memoria dell’autore di «Pioggerellina di marzo» («Passata è l’uggiosa invernata/passata/passata»). «Mi rammarico che non si sia ancora pensato a promuovere qualche iniziativa visto che ricorrono gli ottant’anni dalla morte (il letterato Accademico d’Italia ma che non ebbe mai buon feeling con il fascismo, scomparve nel 1938 e al suo funerale a Imperia assistettero diecimila persone, ndr). Nessuno che si sia fatto portavoce: un silenzio che intristisce e addolora - s’accalora Daniela, trasformata in archivista per catalogare tutto il materiale conservato in casa - Anzi no, l’unico ad avermi contattato è stato Alessandro Quasimodo, figlio del premio Nobel Salvatore, che si sta impegnando perchè gli sia dedicato un francobollo. Però è Imperia che a mio avviso dovrebbe proporsi. Lui è stato generoso con la città nell’atto di stilare il testamento ma era fatto così e la sua generosità si è come riverberata in un lungo oblio».

Mentre il marito Giorgio, coi figli Silvio, 28 anni, ed Enrico, 32, ha ripreso il vecchio nome originario dell’azienda «Novaro» fondata nel 1860 da Agostino continuando a selezionare e commerciare olio, lei, Daniela, si è trasformata in una sorta di «vestale» che accudisce il fuoco sacro rappresentato dalle migliaia di lettere che Angiolo Silvio aveva ricevuto e spedito, dai brani, dai quadri, dalle foto, dalle dediche. Trascorre ore nella magnifica magione di famiglia per riordinare ricordi, frammenti di poesie, ambascerie....Angiolo Silvio Novaro era a contatto con le migliori menti dell’epoca, da De Amicis a D’Annunzio, da Sibilla Aleramo a Maria Montessori, ma anche con personalità del mondo industriale e politico. Mussolini, come suo solito quando qualcuno non gli andava a genio, lo tollerava e comunque ne ammirava il genio. Angiolo Silvio era avanti in tutto: anche nella pubblicità: l’olio Sasso era conosciuto in tutto il mondo. In quegli anni Imperia non aveva tema di venire scambiata per Imola e la «Casa Rossa» era crocevia di personaggi illustri. E adesso? «Io mi auguro che si rimedi a questi anni di mutismo sulla figura di questo grande personaggio - aggiunge Daniela - La nebbia che lo circonda e che circonda le sue opere dovrebbe essere diradata. Il mio, se mi è consentito, è un appello che vorrei passasse per disinteressato negli intendimenti e nello spirito anche se gli affetti mi àncorano a questa famiglia e al ricordo di Angiolo Silvio. Per il bene della città, sarebbe opportuno che, come un soffio tardivo su una pagina impolverata, si facesse qualcosa per parlare di lui. Ci mettiamo a disposizione di chiunque sia intenzionato ad allestire mostre, convegni, dibattiti». Nel frattempo, la famiglia sta preparando un sito Internet su quest’uomo, simbolo del suo tempo, sito curato dal web designer Luca Ramella. Dovrebbe essere pronto a giorni. Si troveranno tanti spunti interessanti su vita e opere di Angiolo Silvio Novaro. Alla fine ci vuole così poco per rendergli il tributo che merita(«Il cuore sempre aperto/per ciascuno che viene/Ci vuole così poco/a farsi voler bene»). 

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maurizio vezzaro


martedì 29 maggio 2018

“ È di Di Maio la fiera delle bugie”

LA STAMPA

Italia

Ora il Quirinale è convinto di avere concesso troppe aperture e credito al capo politico del M5S

Davanti al Presidente, si era quasi scusato: “Mi dispiace, ma su Savona si è impuntato Salvini”

Il Colle deluso da Di Maio:

“Da lui la fiera delle bugie”

Sergio Mattarella non è più solo. Per la prima volta dopo settimane in cui neppure il suo partito d’origine (il Pd) muoveva un dito per sostenerlo, ecco all’improvviso scattare la contro-mobilitazione dei dem, piazza di sinistra contro piazza grillina, narrazione contro narrazione, e Matteo Renzi che smette di mangiare popcorn rituffandosi nella mischia. Sul web le minacce di morte al Presidente sono accompagnate dagli insulti più volgari, ma va pure forte l’hashtag #iostoconMattarella che abbozza una resistenza al pensiero unico della Rete. E se tanto Luigi Di Maio quanto Matteo Salvini vengono ospitati dalle tivù berlusconiane, tornate megafono populista, sul centralino del Quirinale si rovesciano in poche ore a migliaia le telefonate di solidarietà, di incoraggiamento al Capo dello Stato che, comunque finirà, ha saputo reagire ai «diktat» nel nome della Carta e delle regole. È come se pianeti in sonno si fossero di colpo risvegliati. Le asserzioni di Paolo Flores D’Arcais circa i presunti abusi del Colle sono state rintuzzate da frotte di costituzionalisti convinti che Mattarella abbia agito nel pieno delle proprie prerogative, sicuri che la minaccia di «impeachment» sarà un boomerang.

Dr Jekyll e Mr Hyde

Certo, da Di Maio un voltafaccia così clamoroso il Presidente non se lo sarebbe aspettato. Se c’è qualcuno che al Quirinale ha sempre riscosso la giusta attenzione riservata al nuovo, di cui i Cinque Stelle si sentono portavoce, quel qualcuno è stato proprio il loro capo politico. Addirittura, in piena campagna elettorale, Di Maio aveva potuto consegnare la lista dei potenziali ministri, in questo modo legittimandosi quale forza di governo al di là dei legittimi dubbi. C’è addirittura chi, tra i frequentatori del Colle, oggi abbozza un’autocritica per quella come per altre prove di fiducia, nell’insieme tali da attirare su Mattarella svariate critiche come egli stesso ha segnalato nel suo drammatico discorso domenicale alla nazione. Va bene che in politica la riconoscenza è il sentimento della vigilia, però Di Maio ha esaurito sul Colle il proprio credito e, fino alla fine del settennato nel 2022, verrà trattato come un bugiardo: forse per questo lui sta tentando la via disperata dell’impeachment, sapendo che al Quirinale non se ne fideranno mai più. Al punto ieri da smentire Di Maio pubblicamente («Non risponde a verità») sui presunti nomi suggeriti al posto di Savona. Addirittura, se i verbali dei colloqui nello Studio alla Vetrata venissero resi pubblici in nome della trasparenza, il leader pentastellato faticherebbe a spiegare a Grillo, a Casaleggio o a un Dibba come mai in presenza di Mattarella fosse stato così mansueto, ossequioso e perfino remissivo («Ci dispiace, Presidente, per questa insistenza su Savona ma sa, purtroppo la Lega si è impuntata in quel modo»), salvo trasformarsi subito dopo da dr. Jekyll in mr. Hyde. Meglio Salvini, allora. Con Mattarella ha avuto domenica un dialogo franco, e proprio per questo apprezzato dal Presidente che, forse, si sarà rammaricato di non aver colloquiato più spesso e direttamente con un leader spigoloso ma, perlomeno, in privato non così diverso da come appare alla gente.

Il pasticcio della data

Comunque sia, è il passato. Il futuro resta da scrivere, incominciando dalla data delle elezioni. Mattarella sa che non appena il governo Cottarelli verrà bocciato dal Parlamento, la prossima settimana, lui scioglierà le Camere. In quel caso dovremmo tornare alle urne il 20 agosto, e sarebbe una data assurda. Ma stavolta toccherà ai partiti trovare un modo di rinviare a settembre o a ottobre. Con una mozione parlamentare o altri escamotage. Sul Colle alzano le spalle: «Decidano loro come preferiscono, a noi andrà comunque bene».

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ugo magri

martedì 8 maggio 2018

Vezzolano, il segreto delle mele ritrovate

LA STAMPA

Italia


Nel giardino dell’abbazia si recuperano le antiche varietà

Il meleto dell’abbazia di Vezzolano ad Albugnano (Asti) compie 22 anni. È una storia antica fatta di mani, sapienza, amore. In quel meleto, nato nel 1996 quasi per scherzo da un comitato di amici con la benedizione di Paola Salerno, Soprintendente ai Beni architettonici del Piemonte, si trovano le più antiche varietà di mele piemontesi. Un «saluto giocoso» avvisa il visitatore: «Benvenuto pellegrino che sei giunto da Torino, dall’Europa, da lontano, per mirare Vezzolano… nel frutteto i cultivar più svariati puoi trovar. Sono mele di un passato davvero ritrovato nello sguardo di chi cura la memoria e la natura».

Guai a dire: «A son mac pom» (sono solo mele), come fece un paesano all’inaugurazione, offendendo un po’ i nobili e gli studiosi riuniti in comitato: Roberto Radicati, Ludovico Radicati di Brozolo, il professore universitario Dario Rei, Leonardo Mosso di Cerreto, Claudio Caramellino e il «papà» delle mele, il chierese Luigi Dorella, alfiere del paesaggio monferrino, che a 86 anni cura ancora il frutteto. I «pom» sono diventati gustosi e famosi. Le piante sono una cinquantina, le varietà 24. Il meleto è stato preso a esempio dagli svizzeri ed è diventato strumento didattico. «Il meleto è nato per recuperare un patrimonio storico, per strappare all’oblio una tradizione piemontese. Nessuno ha pensato a un profitto economico: non business ma cultura», spiega il sociologo Dario Rei.

Eccola la scommessa del giardino delle mele nato all’ombra dell’abbazia di Santa Maria di Vezzolano. Recuperare quelle antiche varietà. Passeggiando nel frutteto in prima fila, come compagne di scuola, ci sono le mele Carla e la rossa Calvilla. Poi la «Ciocarina» che tra le mani sembra tintinnare come un sonaglino. Per la gioia degli agri-chef ecco il pom Rusnent e con cui si cucina la torta monferrina. In terza fila il pom dla Bota e la Matan che nelle vecchie cascine conservavamo nelle damigiane o in cassette al buio. Ogni pianta ha la sua targhettina con i nomi piemontesi: si passa dal pom del re ( piaceva a Carlo VIII e casa Savoia) al pom ad San Gioann, dal vanitoso pom Marcon al pom Giraudet. 

Molto di questo meleto si deve a Luigi Dorella che alla natura ha dedicato la sua vita. Conosce il linguaggio che nasce dal cuore ed entra in empatia con animali e piante. Mentre pota e insegna l’arte dell’innesto spiega: «Mai avvicinarsi ad una pianta brandendo le forbici, bisogna procedere con determinazione, ma con calma e rida pure chi non ci crede ma se si mormora alla pianta qualche parola d’amore, rassicurandola, la potatura riesce e l’albero dona fiori e frutti». Per arricchire il meleto è andato su e giù per le vigne, negli orti, nei prati. «I contadini mangiavano la frutta e buttavano via il torsolo, per questo in campagna ci sono piante selvatiche». Dorella, per 22 anni, ha curato il frutteto fortificandolo e trasformandolo in una meraviglia. 

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selma chiosso

venerdì 4 maggio 2018

Dal manicomio alla libertà L’ultima paziente di Trieste “Salva grazie a Basaglia”

LA STAMPA

Italia

Reportage

Dal manicomio alla libertà

L’ultima paziente di Trieste

“Salva grazie a Basaglia”

Antonella, dal padiglione dei bimbi a quello delle agitate

“Oggi ha una casa per sé, senza di lui sarebbe morta”

Antonella è stata l’ultima a lasciare la città dei matti. È così che chiamano ancora oggi, bonariamente, l’ex manicomio di Trieste, perno della rivoluzione guidata da Franco Basaglia e culminata, 40 anni fa, nell’approvazione della legge sulla chiusura degli ospedali psichiatrici in Italia. A guardarlo oggi, questo complesso vivace di padiglioni giallo ocra incastonato nel parco collinare di San Giovanni, con il suo viavai di studenti e professori della vicina Università, triestini che fanno jogging con il cane e bambini che giocano a pallone, si fatica a immaginare che per decenni sia stato un contenitore di violenze, diritti negati, identità sradicate. Per trovarne traccia bisogna arrampicarsi per sei chilometri sull’altopiano del Carso e suonare al campanello di una casetta con giardino nel borgo di Opicina, dove abita una delle ultime testimoni di quello che Basaglia definì «l’annientamento dell’individuo messo in atto dall’istituzione psichiatrica». Ci accompagna Carla Prosdocimo, una vita spesa come operatrice all’ex manicomio e oggi amministratrice di sostegno di Antonella. «La Anto - racconta - non è stata riconosciuta alla nascita. Così nel 1951 è finita in un orfanotrofio, dove nel giro di pochi anni le sue condizioni sono precipitate». Il destino di Antonella è racchiuso in due certificati del pediatra. «Il primo, quando ha poco più di un anno, dice che la bambina ha qualche difficoltà di sviluppo del linguaggio ma se inserita in ambiente idoneo può recuperare». La raccomandazione viene ignorata, tant’è che quattro anni dopo il medico dichiara: «Antonella è affetta da frenastesia di grado elevato». Tradotto: intelligenza prossima allo zero, nessuna possibilità di recupero.

A nove anni, ancora bambina, Antonella varca per la prima volta le porte del manicomio di Trieste. «L’hanno mandata al Ralli, il reparto infantile. Un ricettacolo di tutta l’infanzia perduta, povera, abbandonata. Ci finivano anche tanti profughi istriani, figli di nessuno. Sai come canta Cristicchi in quella canzone che ha vinto a Sanremo? La mia patologia è che sono rimasto solo. Ecco, la solitudine era la loro malattia». 

Antonella adesso vive insieme ad altri due ex internati in una casa accogliente, con il parquet nella camera da letto e il caminetto nel soggiorno. Alla parete c’è un grande quadro realizzato durante un laboratorio di pittura. Sulla libreria, in file ordinate, gli album delle vacanze: la Maremma, l’isola d’Elba, le gite al borgo carsico di Samatorza, le estati al mare in Croazia. «Adora prendere la tintarella - racconta Carla -. In questo è proprio una triestina doc, perché qui tutti stanno al sole da marzo a ottobre e anche nelle giornate limpide d’inverno. Credo che per lei rappresenti finalmente l’opportunità di vivere il proprio corpo come veicolo di benessere e non di dolore». 

A 13 anni Antonella passa dal padiglione dei bambini a quello delle donne agitate. «Il famigerato “O”, dove elettroshock, camicie di forza e celle di isolamento sono la quotidianità». Per i medici però la terapia non è sufficiente. La ragazza continua ad essere inquieta, aggressiva verso se stessa e gli altri. Chiedono che venga sottoposta a lobotomia frontale. «L’hanno mandata a Torino per l’operazione, poi è tornata qui», spiega Carla.

Nel 1971 a dirigere il manicomio di Trieste arriva Franco Basaglia, chiamato dall’allora presidente della Provincia Michele Zanetti a completare l’opera di smantellamento dell’istituzione psichiatrica già avviata dal medico veneziano durante la precedente esperienza a Gorizia. «Quando mise piede per la prima volta in manicomio fu colpito dall’assenza», ricorda Peppe Dell’Acqua, uno degli allievi e divulgatori del pensiero basagliano. «Vide davanti a sé centinaia di corpi ma nessuna persona. Gli individui erano ridotti a oggetto, non c’era altro che la loro malattia».

Inizia così una lenta opera di restituzione dell’identità, a partire degli effetti personali, gli abiti, le fotografie, le spazzole per i capelli. Basaglia chiede a medici e infermieri di liberarsi del camice e del loro ruolo di carcerieri, di semplici tutori della tranquillità sociale. «Per la prima volta - spiega Dell’Acqua - veniva messo in discussione l’approccio positivistico alla medicina e il rapporto di sottomissione gerarchica tra medico e paziente».

Nel 1973 Basaglia rilascia un certificato su Antonella, che allora ha 22 anni e ha smesso da tempo di parlare. «La paziente non può restare in cattività nel padiglione agitate. Bisogna iniziare con lei un graduale percorso di recupero». Viene trasferita in una casetta all’interno del parco di San Giovanni, insieme ad altri casi difficili. «Era completamente assente - ricorda Carla - passava la giornata seduta su una panchina a dondolarsi. Aveva assunto quell’atteggiamento di rinuncia tipico di chi sa che la propria parola e la propria esistenza non hanno alcun valore». 

Giorno dopo giorno, lentamente, Antonella recupera il coordinamento motorio, inizia a partecipare ad attività e laboratori e trasforma i pochi suoni gutturali che escono dalla sua bocca in parole e frasi di senso compiuto. «Non esistono persone con cui non è possibile intraprendere un percorso terapeutico - spiega Roberto Mezzina, attuale direttore del dipartimento di salute mentale -. Con Antonella è stato fatto quello che ancora oggi caratterizza il “modello Trieste”, scelto come riferimento dall’Organizzazione Mondiale della Sanità». Un modello che mette al centro la guarigione non in senso puramente clinico, ma della persona nel suo complesso. «Ci riusciamo grazie a una struttura di intervento ramificata sul territorio, con quattro centri di salute mentale aperti 24 ore al giorno, a cui ogni anno si rivolgono circa 5000 utenti. Abbiamo medici e operatori che seguono le persone a domicilio e una rete di associazioni e Cooperative sociali che organizzano attività finalizzate all’inclusione sociale e al reinserimento lavorativo. Grazie a questo approccio siamo riusciti ad abolire ogni forma di contenzione fisica, purtroppo ancora diffusa in Italia, nonostante rappresenti una delle più terribili violazioni di diritto che la psichiatria possa compiere». Oggi Antonella ha una casa con nome e cognome sul campanello, due volte alla settimana va a trovare i suoi amici al «Posto delle fragole», l’affollatissimo bar del San Giovanni gestito da pazienti con disturbi psichiatrici e frequentato da tutti i triestini. «Ogni tanto - racconta Carla - la sera va a cena fuori. Sa che cosa ordina? Gli spaghetti. Per lei sono il frutto proibito. In manicomio non glieli davano, perché le forchette erano considerate oggetti pericolosi. Si mangiava solo riso o pasta corta, col cucchiaio». Per Antonella gli spaghetti sono simbolo di libertà. «Quella libertà che senza la battaglia combattuta da Basaglia non avrebbe mai potuto assaporare».

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Lidia Catalano


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venerdì 13 aprile 2018

LA GUIDA -recensione

Grazie alla Guida e a Roberto Dutto per la bella recensione. 





Provincia Granda - recensione


Grazie a Provincia Granda per la accurata recensione di “Burrasche, comete e stelle cadenti”

Un ebook del “nostro” Fulvio Romano su una pagina dimenticata della nostra storia
Quegli accaniti cacciatori di comete e di stelle cadenti dell'800 monregalese
L'ebook è in vendita in Rete (euro 5,99) su tutti gli stores digitali, oppure a questo indirizzo:   https://sell.streetlib.com/go/EkPtAnGUE

venerdì 6 aprile 2018

La Sorbona ricorda Lidia...

LA STAMPA

Cuneo

Il figlio Aldo racconta il dramma della madre, i suoi libri e i silenzi

La Sorbona ricorda la “donna di Ravensbruck”

L’università di Parigi dedica domani una giornata alla monregalese Lidia Rolfi, testimone dei lager

Tutto su sua madre, Lidia Rolfi. E tutto sul senso di quell’amicizia «piena di silenzi» che unì per anni lei e Primo Levi. L’università della Sorbona a Parigi terrà domani un seminario sulla figura di Lidia Beccaria Rolfi, una delle grandi voci dell’orrore dei lager, scomparsa a Mondovì nel 1996. La mattinata, che s’inserisce in un ciclo di conferenze sui traumi del Novecento, si concluderà con un convegno internazionale di studi il 15-16 giugno.

Al centro della mattinata accademica lei: Lidia, staffetta partigiana, tradita da una spia fascista in valle Varaita, internata per un anno a Ravensbruck come prigioniera politica. Quell’orrore, anni più tardi, si trasformò in una scrittura senza sconti, nata come un modo per guardare dentro l’inferno e raccontarlo. E, se possibile, sopravvivergli.

«Al campo di mamma» 

Alla giornata di studi domani a Parigi prenderà parte anche il figlio Aldo. Oggi è lui a ricordare, per non dimenticare un passaggio del testimone che lo porta, come sua madre, nelle scuole e tra gli studenti. E al rientro dall’ultimo viaggio-studio al «campo di mamma», come chiama lui Ravensbruck, gli è arrivata la conferma che la Sorbona aveva deciso di dedicare una giornata in ricordo della donna e di quei tormenti - sulla carta e fuori - che non l’hanno mai abbandonata. «A casa nostra si parlava sempre dei campi. Io sono cresciuto a pane e deportazione. Mamma non mi ha mai nascosto nulla», ricorda lui.

L’obbligo a tacere 

Non è sempre stato così. Non nella Mondovì del Dopoguerra e non in una famiglia contadina, dove le persone come Lidia - liberi individui ancora prima che donne - erano nate per incarnare un solo stereotipo. Non il ruolo di una sopravvissuta da un campo di concentramento. Allora meglio nascondere la polvere sotto il tappeto. «Mamma non ha mai parlato con i genitori del vissuto. Quel mondo doveva già fare i conti con la tragedia di Russia. I deportati erano altro: allora non avevano ancora una voce», dice Rolfi.

Testimonianza e scrittura vera sono arrivate dopo. All’inizio solo gesti quotidiani ricordavano che da certe cose non si guarisce mai: «La dispensa piena zeppa. Perché una fame così non te la togli di dosso. Poi altre piccole regole: guai a sprecare, ad esempio. E guai a non mangiare di tutto. Un’economia mentale che mi ha lasciato lei».

L’amico Primo Levi

La Sorbona tenterà di indagare la figura della Rolfi anche in rapporto a Primo Levi, per aggiungere qualche tassello, se possibile, sulla redazione «dei Sommersi e i salvati». I due scrittori si erano conosciuti a guerra finita: lei sopravvissuta a Ravensbruck, lui ad Auschwitz. A spezzare quel legame, nato sulle ceneri dell’indicibile, fu il suicidio di lui. Aldo: «Lo ricordo mentre arrivava a Mondovì per salutare mamma. Si sedevano e parlavano. Poi calava il silenzio. Ed era un momento loro, che nessuno poteva condividere. In un certo senso sono rimasti là, in un lager, tutti e due. Non ne sono mai più usciti».

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chiara viglietti

La Jena su Salvini e Immigrati

LA STAMPA

Italia

Jena

Immigrati

La polizia francese 

si comporta 

come si comporterà 

la polizia italiana quando al governo ci sarà Salvini



(ndb: e allora cominceranno -dio non voglia-  gli attentati ...)

martedì 3 aprile 2018

È uscito l'ebook di Gloria Tarditi "A SAN GIOVANNI TUTTE LE ERBE SONO SANTE".

Erbe e Fiori, tutti gli esseri vegetali che con i loro colori e profumi ci rallegrano nel quotidiano e nella festa, sono una presenza gradevole e costante che arricchisce la nostra realtà e, lungo il cammino della vita, ci regala serenità e pace. Ma le piante ci aiutano anche nei momenti bui delle sofferenze: la maggior parte di esse possiede meravigliose proprietà curative, da secoli sperimentate nella medicina popolare, e oggi sempre più convalidate dalla scienza.
Il mio approccio ad esse è più antropologico che botanico, riguarda miti, storie, leggende, simboli, interazioni culinarie e mediche, curiosità e quant'altro mi ha coinvolta e intrigata di queste meraviglie del creato. Ha scritto H.D.Thoreau “Una delle cose più affascinanti nei fiori è il loro meraviglioso riserbo”, così diverso dal chiasso umano spesso fine a se stesso. Ho tentato perciò di rispettarne il segreto e di coglierne l'essenza in un piccolo bagaglio di notizie, raccolte e filtrate attingendo alla vasta e avvincente 'letteratura verde'dall'antichità ad oggi, per sollecitare un'istintiva empatia verso queste creature della terra che, con semplicità e naturalezza, partecipano alla nostra vita.
Conoscerle meglio, magari attraverso diverse sfaccettature, è il primo passo per amarle e rispettarle: ”Potranno tagliare tutti i fiori ma non fermeranno mai la primavera”(P.Neruda).
Con l'occasione ho rivisitato alcuni miei scritti dedicati alla flora del territorio in cui vivo e lavoro, pubblicati in questi ultimi dieci anni sui mensili 'Viver meglio' nella rubrica 'Anima e corpo', 'Ousitanio vivo' nella rubrica 'Flors d'Occitania',' Il Dragone' nella rubrica 'Di fiore in fiore'.


GloriaTarditi Romano, pubblicista cuneese iscritta all'Albo dei Giornalisti del Piemonte dal 1985, ha collaborato a varie testate di settimanali, periodici e riviste (Astragalo, Cuneo Provincia GrandaAd Ovest), occupandosi di attualità e cultura. Da oltre un decennio ha dedicato la sua attenzione anche alla naturopatia e alle piante, passione di una vita, narrandole con taglio più antropologico che botanico.