ebook di Fulvio Romano

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lunedì 28 aprile 2014

Crolla il convento del " Nome della rosa"...

LA STAMPA

Cuneo

GAVI. PER AMBIENTARE «IL NOME DELLA ROSA»

Crolla il “convento”

in cui si ispirò Eco

Prima è stato sventrato per un fallito progetto di centro benessere con decine di villette e ora sta crollando dopo anni di abbandono. È il palazzo della Cheirasca, a Gavi, paese dell’Alessandrino famoso per il suo vino bianco. Lo edificio fino ai primi Anni Ottanta fu un luogo di incontro di grandi artisti. Proprietario era Eugenio Carmi, uno dei padri dell’Astrattismo italiano, oggi ultranovantenne. E uno dei suoi più grandi amici era ed è Umberto Eco, il quale quarant’anni fa si sarebbe ispirato anche alla Cheirasca per ambientare il suo romanzo più celebre «Il nome della rosa». Il palazzo - un seminario prima di essere pesantemente modificato - conservava ancora numerose «cellette» del tutto simili a quelle dei monaci protagonisti del romanzo.

Ma qui non ci sono stati omicidi e incendi come nel libro di Eco, c’è invece una sorta di «maledizione»: gli ultimi cinque proprietari, tranne la famiglia Carmi, sono finiti tutti economicamente a rotoli dopo aver investito nella Cheirasca i loro soldi. Successe ad esempio a un imprenditore austriaco, poi anche a un genovese, tale Ottonello, fallito a causa del crollo del prezzo delle uve prima della Seconda Guerra Mondiale. Fu lui a lasciare la proprietà ai Carmi, suoi creditori. La famiglia del grande artista ha mantenuto la Cheirasca fino alla fine degli Anni Ottanta. I nuovi proprietari, una società di Milano, avevano aperto un albergo ristorante «L’ora canonica», ma c’è rimasto pochi anni.

Nel 2006 altri imprenditori di Milano: la Old Far e la Asti Resort propongono al Comune di realizzare una beauty farm con decine di villette, animali selvatici, laghetti e mimose. Una colata di cemento. Insorge Legambiente ma a fermare tutto sono gli stessi promotori, che non pagano né la banca, né i lavoratori né i fornitori. Dal 2008 più nulla: ladri e writers portare via il possibile e imbrattano. Di recente è crollata persino una parte del tetto.

GIAMPIERO CARBONE

lunedì 26 agosto 2013

La chimica nella vigna sta eliminando le api...

LA STAMPA

Cuneo

Allarme anche dalle terre del Gavi

“Quei trattamenti chimici stanno eliminando le api”

«La massiccia estensione delle colvitazioni del Gavi Docg negli ultimi anni significa un uso eccessivo di fungicidi e insetticidi contro la flavescenza che danneggiano pesantemente l’ambiente della nostra valle». Francesco Panella, uno dei più noti produttori di miele a livello italiano, ha lanciato l’allarme sabato nell’assemblea dei soci del circolo Legambiente Val Lemme, alla cascina Certosini di Voltaggio.

«Le aziende vitivinicole del Gavi - ha detto - per legge possono effettuare 2 o al massimo 3 trattamenti chimici all’anno sulle viti ma in realtà c’è chi ne fa anche 4 o 5, con conseguenze pesanti. Nei periodi in questione, nella mia azienda (la Apiari degli speziali, nel Comune di Novi Ligure; ndr) c’è una migrazione di lucertole e ramarri dalle vigne delle aziende limitrofe. Cercano una riserva dove non vengano diffusi i veleni che li uccidono. Non si elimina infatti solo la flavescenza ma tutti gli altri insetti che sono parte essenziale del nostro ambiente, comprese ovviamente le api». A rischio, secondo Panella e come era già stato denunciato negli anni scorsi, anche le persone: «A Rovereto di Gavi le case sono a ridosso delle vigne, eppure, nonostante esistano limiti di legge, le irrorazioni avvengono a poca distanza».

Di questo passo, denuncia l’imprenditore, l’allevamento delle api non potrà più coesistere in Val Lemme con il Gavi Docg: «Io sto già trasferendo parte delle mie api nell’Ovadese, dove si coltiva il Dolcetto, per il quale non si effettuano trattamenti del genere. Con il Gavi Docg siamo al paradosso: un prodotto di eccellenza che danneggia il suo territorio con prodotti chimici sempre più aggressivi che eliminano gli insetti e di conseguenze i loro predatori, come i passeri, quasi del tutto scomparsi, senza pensare a cosa può finire nella catena alimentare».

La soluzione? «Nelle aziende del Gavi Docg che utilizzano metodi biologici la flavescenza è al minimo: si ha lo stesso risultato senza distruggere il vivente». [G. C.]


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