ebook di Fulvio Romano

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venerdì 5 settembre 2014

Draghi. Il governo ringrazia

LA STAMPA

Economia

Il governo ringrazia Francoforte

“Scende il costo delle riforme”

Per capire la portata rivoluzionaria della decisione di ieri di Mario Draghi occorre fare un piccolo viaggio nel tempo, per la precisione ai primi di maggio dell’anno scorso, e atterrare ad Aylesbury, nel Buckinghamshire. Nel piccolo castello della campagna inglese, fra mucche e campi da golf, si riunisce uno dei tanti vertici G7 dei ministri finanziari. A Palazzo Chigi c’è ancora Enrico Letta, al Tesoro siede l’ex direttore generale di Banca d’Italia Fabrizio Saccomanni. Sul vertice incombe un articolo dello Spiegel, il quale ha appena rivelato le preoccupazioni di Wolfgang Schaeuble a proposito dell’ipotesi - già allora ventilata ai piani alti della Bce - di acquistare «Asset Backed Securities» di alcuni Paesi europei, fra cui ovviamente l’Italia. «Un finanziamento nascosto agli Stati», per dare «fiato alle banche nazionali», addirittura - questa la tesi del ministro tedesco riportata dal giornale - «in violazione dei Trattati». L’indiscrezione fa rumore, al punto da spingere Draghi a incontrare i giornalisti sotto la pioggia per rasserenare gli animi: «Si tratta solo di una delle opzioni allo studio».

Le parole d’ordine in politica sono efficaci, ma non c’è niente di più efficace delle decisioni che, dietro al velo di quelle stesse parole, permettono di ottenere risultati senza dare nell’occhio. Se c’è una misura non convenzionale che può dar respiro alla ripresa, e in particolare a quella italiana, è proprio la novità annunciata ieri dalla Bce. Draghi non è un politico, o meglio, le armi dei capi di Stato non sono nella disponibilità del suo arsenale. Discutere di flessibilità o firmare «un nuovo patto per la crescita» è materia per Renzi, la Merkel, od Hollande. La Bce, che pure è costretta a riempire i vuoti decisionali della politica, ha fra i suoi compiti quello di far funzionare il mercato del credito, il quale, nonostante enormi masse di liquidità e tassi di interesse ormai negativi, fatica a concedere fondi alle imprese. Acquistare «Abs», ovvero pacchetti di titoli, crediti ed obbligazioni in mano alle banche rientra fra gli interventi utili a quell’obiettivo. Non è un caso se i titoli che ieri hanno brillato alla Borsa di Milano erano i bancari. E non è un caso se, pur senza enfasi, a Palazzo Chigi e al Tesoro si respirava ottimismo. «Ora abbiamo un’opportunità in più, perché il costo delle riforme si abbassa», dice Filippo Taddei, l’economista più esperto di finanza fra quelli che lavorano con Renzi. «Nessuna manovra di politica monetaria può sostituire l’urgenza delle riforme», aggiunge cauta una fonte del Tesoro. Piercarlo Padoan conosce i tedeschi e il loro modo di ragionare. Sa che l’errore più marchiano - e il peggior sostegno alla strategia di Draghi - sarebbe dare la sensazione di voler comprare tempo. L’efficacia delle mosse della Bce dipenderanno anche dalla capacità dell’Italia di rispettare gli impegni. È questo il senso del grande scambio fra Roma e Berlino del quale Draghi si sta facendo garante.

ALESSANDRO BARBERA

venerdì 6 giugno 2014

"Arriveranno 100 miliardi: tre mesi per vederne gli effetti"

LA STAMPA

Economia

“Arriveranno 100 miliardi

Almeno tre mesi

per vedere gli effetti”

Gli esperti: ma il credito facile non fa bene alle imprese

«Ora c’è da capire la velocità di trasmissione delle misure all’economia, i reali effetti sulle imprese, sul mercato del lavoro, sull’inflazione». Andrea Eusebio, che si occupa del mercato degli eurobond per Banca Akros, sintetizza così le molte incognite che restano aperte dopo l’annuncio di Mario Draghi. Di certo c’è che a beneficiare maggiormente delle misure di «Tltro» saranno le banche dei paesi periferici. Secondo Mediobanca Securities, fino a 200 miliardi di euro dei 400 annunciati nel piano arriveranno alle banche italiane e spagnole. L’intenzione della Bce è di vincolare questi prestiti al rilancio del credito a famiglie e imprese. Per vederne gli effetti sull’economia reale, sempre secondo Mediobanca Securities, serviranno almeno tre o quattro mesi.

Dal taglio dei tassi nessuno si aspetta effetti sull’economia reale, per questo l’attenzione per una ripresa del ciclo economico si concentra sulle altre misure annunciate dalla Bce. «Se ragioniamo del fatto che siamo in una nuova era in cui la leva dei tassi si è esaurita, la Bce sta facendo tutto il possibile per rivitalizzare economia», dice Francesco Salvatori di Unicredit. «Hanno comunicato decisioni che vanno tutte nella stessa direzione in modo molto energico - aggiunge - più di così non si può fare».

In realtà però per valutare gli effetti sull’economia reale delle mosse di Francoforte occorre partire un po’ più da lontano. «Dalla vecchia storia dell’acqua che manca o il cavallo che non vuole bere», riassume con una battuta Alberto Franzese, managing director di Alvarez & Marsal Italia. «Negli ultimi anni come ci ricordiamo tutti c’è stato un gran dibattito sul credit crunch». Da un lato le imprese sostenevano che non c’era credito, dall’altro le banche ribattevano che non c’era domanda di prestiti. «In realtà avevano ragione entrambi», dice Franzese. «Era corretto dire che la domanda di credito per lo sviluppo era diminuito ed era acclarato che l’ammontare di prestiti a famiglie e imprese era negativo». Meno 4,2%, dice bankitalia nell’ultimo bollettino. «Quindi il credit crunch c’era, da maggio 2012 prestiti sono in picchiata». È sufficiente che arrivino 50, forse 100 miliardi alle banche italiane perché questi affluiscano nell’economia reale? «Ipotizziamo che possano essere 100 miliardi. Il totale dei crediti verso la clientela delle banche italiane sono circa 2000 miliardi. I 100 miliardi sarebbero il 5%. Se guardiamo però al flusso del 2014, che è stato negativo, è un’enormità». Il problema però non è questo, quanto allineare il prezzo del credito con le condizioni del mercato evitando gli eccessi del passato. Prima della crisi le imprese ne approfittavano prendendo denaro a basso costo da banche che facevano pagare quel prestito a tassi troppo bassi. Il risultato, sostiene Franzese, «è che le banche si sono prese 300 miliardi di sofferenze e le imprese hanno visto sparire il credito». Una «scomparsa» avvenuta in modo indistinto, indipendentemente dall’affidabilità dell'impresa. Nel frattempo sono sorti canali alternativi di finanziamento, come i minibond per le Pmi. «Pensi che negli ultimi anni 60 miliardi di operazioni sul mercato dei capitali sono serviti per ripagare prestiti bancari». C’è dunque il rischio di un ritorno al credito facile? «Mi pare un rischio remoto. Ma potrebbe uccidere sul nascere i canali alternativi di finanziamento su aziende sane e di far scappare chi s’impegna in ristrutturazioni di aziende in difficoltà».

gianluca paolucci


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Il Nobel Pissarides: Ma Francoforte ha atteso troppo ad intervenire contro l'austrrity

LA STAMPA

Economia

“Ma Francoforte ha atteso troppo

a riparare i guai dell’austerity”

Il Nobel Pissarides: mi rassicura il fatto che non sia finita qui

Troppo tardi e troppo poco, specie per i Paesi del Sud dell’Europa». Christopher Antoniou Pissarides, Nobel per l’Economia nel 2010, è preoccupato anche dopo l’intervento della Bce, e ribadisce che senza misure energiche non si riuscirà a porre rimedio ai danni dell’austerity. Tuttavia le parole di Draghi lo hanno moderatamente «rassicurato».

Come giudica la manovra della Bce? «Francoforte ha atteso troppo a lungo. E’ importante che le banche centrali mostrino trasparenza e credibilità. La Bce ha da sempre professato che il suo target sui prezzi è «un po’ al di sotto del 2%», l’inflazione è arrivata a cadere sino allo 0,7%, ed l’Eurotower non ha fatto nulla, non si è mossa per tutto questo tempo. A cosa servono allora gli obiettivi sull’inflazione che lei stessa fissa?». Vuol dire che troppa esitazione ha causato danni? «L’inflazione allo 0,7% è una media, ma in realtà alcuni Paesi, specie nel Sud dell’Europa, hanno una deflazione di fatto: una chiara caduta dei prezzi. Ciò è assai negativo per la loro ripresa, e compromette anche gli sforzi per la riduzione del debito pubblico. Tutto questo quando i governi devono fare i conti con politiche e misure di austerità surreali. Mi sembra un comportamento inutilmente nocivo». Se non altro adesso i Paesi periferici potranno riprendere fiato.. «I Paesi periferici avranno benefici con una robusta dose di misure inflattive. Tuttavia, essersi mossi, seppur limitatamente, non può che aiutarli. Rivitalizzare le aspettative sul livello dei prezzi fa bene agli investimenti e all’abbattimento del debito». Allora aveva ragione il Fmi quando bacchettava la Bce sul rischio deflazione? «La deflazione è oggi un rischio reale nell’Eurozona perché la Bce ha procrastinato troppo. Tuttavia mi ha rassicurato l’intervento di Mario Draghi sulla necessità di allontanare i rischi e sul fatto che gli interventi non è detto finiscano qui». La Bce si è liberata dai condizionamenti tedeschi? «Francoforte può sicuramente fare qualcosa per limitare i rischi e creare i presupposti alla ripresa complessiva, se vuole farlo. Nel resto del mondo non vedo reali rischi deflattivi. La Federal Reserve sta attuando politiche anti-deflattive, Africa e Asia crescono con inflazione positiva». Questo il testuale commento di Angela Merkel: «La Bce è indipendente, non commento le decisioni che prende, noi possiamo solo affrontarne le conseguenze». «Mi vuole provocare? Sono reduce dall’Astana Economic Forum durante i quali c’è stata una generale presa di coscienza del fatto che l’Europa sta pagando molto per colpa dell’austerity, che fra le altre cose hanno causato un ritardo nell’attuazione delle riforme strutturali. Voi in Italia ne dovreste sapere qualcosa. L’austerity ha un impatto negativo immediato sull’economia, e non riporta la dovuta competitività che è necessaria per l’Europa. Forse questo a qualcuno fa piacere». A proposito di Europa, il risultato elettorale aiuta o penalizza? «Il voto ha mostrato una crescente disaffezione per l’Europa, il che preoccupa. L’Italia è una piacevole eccezione. L’orgoglio del Vecchio continente è nelle sue radici sociali, l’austerità imposta alla periferia le ha indebolite e ha remato contro l’Unione».Cosa dovrebbe fare l’Italia nel semestre di presidenza? «La priorità è l’unione bancaria e i consolidamenti dei bilanci, anche attraverso l’azzeramento di alcuni debiti periferici. Le banche europee sono troppo concentrate sui rispettivi mercati, ciò non crea quel clima di cooperazione per la crescita che dovrebbe essere alla base dell’Europa».

francesco semprini


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giovedì 22 maggio 2014

Prodi:solo la Bce ha provato a frenare la Merkel...

LA STAMPA

Italia

Romano Prodi

“Altri danni dall’austerità
Solo la Bce ha provato
a frenare la Merkel”

L’ex premier: “L’Italia soffre di più perché è più indebitata”

«La riforma della burocrazia è il passaggio obbligato per la rinascita dell’Italia, per azzerare gli spread, sconfiggere il populismo e conquistare la credibilità che il Paese merita in Europa e nel mondo». Romano Prodi sceglie il palco dell’Astana Economic Forum, in Kazakistan, per lanciare il suo messaggio al governo Renzi, alla vigilia delle elezioni europee.

Un anno fa, proprio qui, ci disse che la ricetta di austerità di Berlino fa male alla stessa Germania. Angela Merkel ha colto il suggerimento? «Ma neanche per sogno. L’Europa continua ad agire in modo sparso dal punto di vista politico, proprio come prima, la Commissione non ha fatto proposte sostanziali e prevale l’austerità. Solo la Bce ha creato un minimo di contropotere». Chi ne soffre di più? «L’Italia, come gli altri Paesi molto indebitati, visto che il Pil non cresce». Cosa si aspetta da queste elezioni europee e cosa teme di più? «La risposta è la stessa, una forte avanzata dei partiti antieuropeisti, perché sono riusciti a far passare la correlazione tra crisi ed Euro anziché tra crisi e politiche sbagliate. Un quadro tempestoso, avrà pure delle speranze. «Mi auguro che dinanzi a questo scontato successo, dannosissimo per il lungo periodo, si possa creare un’alleanza più attiva, un governo più forte a livello di Commissione che, costretto da questo assedio, prenda le decisioni che avrebbe già dovuto prendere». In questo progetto che ruolo avrà Renzi? «Può avere la funzione di condensatore di alleanze che possono cambiare la politica europea. Alla scalata del populismo bisogna reagire, non biasimare o piangersi addosso. Renzi può interpretare i problemi di molti e non solo dell’Italia. Francia e Spagna non stanno meglio di noi, pensano di starci. Per questo serve una grande convergenza di interessi». Parliamo però della stessa Europa che chiese a Timothy Geithner di far cadere Berlusconi, chi fece la proposta indecente? «Potevano essere ministri, ma può essere anche una balla, mi viene in mente un proverbio reggiano, “se è vero è una gran bugia”». Che vantaggio avrebbe avuto l’ex segretario Usa a inventare? «Ognuno può dare colore alla sua vita». Cosa si aspetta dalla presidenza italiana all’Ue? «Che dal primo luglio faccia proposte diverse, per una politica energetica europea, per integrare le reti elettriche e di nuove tecnologie. Mi aspetto che l’Europa si svegli e si modernizzi». Intanto gli spread si allargano: si paga l’incertezza e il ritardo delle riforme? «Attenzione. Le riforme bisogna farle e in fretta. Dall’esterno però si conferisce un peso sbagliato alle nostre riforme: non è il costo del lavoro il problema, ma come il lavoro viene fatto, le sue regole e l’organizzazione. Il nostro costo del lavoro è molto inferiore a quello tedesco, di poco inferiore a quello francese e poco superiore a quello spagnolo. Il vero problema italiano è la burocrazia, noi siamo isolati perché nessuno ci capisce niente su come funziona l’amministrazione, su questo vedo serie difficoltà». Renzi dovrebbe fare sforzi maggiori in materia? «La gerarchia dei valori è essenziale. Il governo deve essere consapevole che la priorità è la riforma del nostro incomprensibile sistema pubblico. Sono sicuro che una volta fatta questa, gli spread andranno a zero». Le fa più paura il populismo della Le Pen o quello di Grillo? «È uguale, forse Le Pen ha fatto qualche proposta costruttiva in più, ma l’obiettivo comune è prendere il potere e recidere ogni legame con l’Europa». Renzi ha detto che porterà il problema libico all’attenzione dell’Onu, che ne pensa? «Il caos in Libia e la questione dei migranti sono frutto di una guerra sbagliata che ha creato un dramma di ampiezza colossale. Lavorando in Sahel me ne sono reso conto. È ora che ognuno si assuma le proprie responsabilità». Da una crisi all’altra, Putin sta tentando di sostituire l’Europa con la Cina nel suo portafogli clienti di gas naturale? «La direzione è quella, c’è un riavvicinamento notevole, ma i tempi saranno più lunghi di quelli che possono sembrare». A proposito di Onu, c’è chi la da prossimo Segretario generale? «Non ci penso lontanamente ora, figuriamoci fra due anni». Allora pensa al Pd? «Ci ha provato anche l’anno scorso con questa domanda. Mi auguro solo che il Pd abbia successo, perché è l’unico punto di riferimento dell’Italia».

francesco semprini


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sabato 4 gennaio 2014

Mentre i credito langue la BCE darà soldi alle banche purché facciano prestiti...

LA STAMPA

Economia

Ma i prestiti bancari crollano

A novembre il minimo storico

La Bce: in calo del 5,9%, dato peggiore di sempre. In Europa -3,9%

È la stretta più violenta da almeno un decennio: a novembre del 2013 i prestiti delle banche alle imprese italiane sono crollati del 5,9 per cento rispetto a un anno prima. Un crollo così non si era mai registrato, nelle serie storiche. E conferma la tendenza al peggioramento delle condizioni del credito nella seconda metà dello scorso anno, nonostante i flebilissimi segnali di ripresa. Da giugno, infatti, la contrazione dei prestiti alle aziende italiane ha superato costantemente il 4 per cento.

È quanto rileva la Banca centrale europea nella sua indagine periodica sui prestiti bancari, dalla quale risulta anche che la caduta italiana di novembre è più pesante di quella registrata nella media europea (-3,9 per cento).

Secondo gli economisti di Francoforte la stretta si spiega anche per una minore richiesta da parte delle imprese, sia perché sono ancora affaticate dalla recessione, sia perché le medie e grandi si stanno anche approvvigionando altrove, ad esempio direttamente sul mercato emettendo obbligazioni.

Ma è chiaro che in vista di un 2014 che si annuncia difficile per gli istituti di credito, con l’Eurotower e la autorità bancaria europea Eba impegnate fino all’autunno a spulciarne i bilanci e a sottoporli a nuovi stress test, che molti stiano correndo ai ripari accantonando “cuscinetti” che li rafforzino, dunque limitando i prestiti. La Bce ha detto a più riprese che vuole indurre le banche a dare più soldi alle aziende valutando più severamente i titoli di Stato e scoraggiandone dunque l’acquisto. Ma è più plausibile pensare che giudicando più severamente i bond sovrani, i banchieri costringeranno le banche a mettere soltanto da parte più soldi, non a darli a famiglie e imprese.

La difficoltà di accesso al credito è tuttavia acuita anche dalla crescita vertiginosa dei prestiti diventati difficili o impossibili da riscuotere: l’associazione delle banche italiane Abi ha ricordato che per quest’anno la previsione è di un aumento delle sofferenze del 13 per cento: un’ombra da 200 miliardi di euro sui bilanci delle banche.

Giovedì prossimo, alla consueta riunione del Consiglio direttivo, la Bce potrebbe decidere di intervenire, come ha fatto intendere a più riprese, con una nuova operazione di liquidità in aiuto degli istituti di credito, ma condizionata, stavolta. Il modello sarebbe il britannico “funding for lending”, “dare soldi perché si facciano prestiti”, insomma la concessione di liquidità vincolata all’impegno delle banche di “girare” quei soldi alle aziende e alle famiglie. [ton. mas.]


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venerdì 22 novembre 2013

Così la Germania soffoca l'Europa


da Giornalettismo

«Vi spiego il dolore che Germania ha dato all’Europa»

di   - 22/11/2013 - 

L'economista Adam Posen illustra ad Handelblatt le sue critiche al modello tedesco


GERMANIA NEL MIRINO - Dopo anni di critiche provenienti da settori dell’accademia, della politica e dell’economia relativamente marginali, in questi ultimi mesi il Modell Deutschland, il modello Germania, è diventato oggetto di pesanti rilievi nei consessi internazionali. Le bordate più significative sono state sparate dal Tesoro statunitense, ma vari economisti hanno preso posizione contro la politica economica del governo Merkel, e il sostegno ad un sistema che crea squilibri all’interno dell’eurozona. Uno dei critici più autorevoli è Adam Posen, che pochi mesi fa pubblicò un’analisi durissima contro la Germania sulFinancial Times. Posen, un influente economista statunitense, motiva adHandelsblatt la radice delle sue critiche. «In primo luogo lo Stato e le imprese investono troppo poco. In secondo luogo i lavoratori sono pagati troppo poco. Questi due fattori creano squilibri globali e mettono in difficoltà gli altri paesi, sopratutto in Europa. Negli ultimi quindici anni i salari tedeschi sono rimasti sempre dietro gli aumenti di produttività. Il successo tedesco è basato sul taglio delle retribuzioni».