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domenica 3 dicembre 2017
Se la Germania di Angela dimentica Thomas Mann (Rusconi)
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mercoledì 22 novembre 2017
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mercoledì 18 giugno 2014
Il "metodo Renzi" per la nuova UE
Italia
Il “metodo Renzi”
per la nuova Ue
sì di Merkel e Pse
Meno rigore per chi rinnova il Paese
Meno rigore per chi rinnova il Paese
Dunque, c’era del metodo nella «follia» renziana, quella che un mese fa diceva di voler cambiar verso anche alla Unione europea: dopo il significativo ma informale via libera all’ultimo G7 da parte di Angela Merkel e di François Hollande alla impostazione italiana (prima una nuova linea politica, poi le nomine), nelle ultime ore anche il secondo partito europeo, il Pse, ha sposato «senza se e senza ma» il metodo Renzi. Dice Hannes Swoboda, responsabile del gruppo europarlamentare Socialisti e Democratici: «Il patto di stabilità può essere reso più flessibile senza rinnegare l’obiettivo di riduzione del debito: è la condizione di Renzi per il sostegno a un candidato alla presidenza della Commissione» e dunque «si tratta di esentare certi investimenti dal calcolo del deficit dando più tempo per ridurre il disavanzo». Da Swoboda anche due notizie: «Renzi sta lavorando a questo» e «il presidente Van Rompuy sta preparando un testo proprio per garantire maggiore flessibilità al patto di crescita e stabilità e per venire incontro alle richieste del presidente del Consiglio italiano». Una svolta, quella del Pse, perché negli anni scorsi anche tra i socialisti aveva prevalso una linea se non proprio rigorista, certamente non alternativa a quella della Merkel.
Il tutto si traduce in una inaspettata centralità di Roma. Nella partita diplomatica che si sta giocando sui futuri assetti di potere europei oggi ci sarà un passaggio importante: il presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy incontra a palazzo Chigi il capo del governo italiano e nel corso di questo incontro Matteo Renzi spingerà per una doppia svolta: nelle politiche dell’immigrazione e delle frontiere; in quelle macroeconomiche. Un pressing che punta a far breccia nel documento conclusivo del prossimo Consiglio europeo, in programma a Bruxelles il 26 e 27 giugno. Documento al quale sta lavorando Van Rompuy e che dovrebbe legare a precisi impegni politici le imminenti nomine ai vertici dell’Unione: presidenza della Commissione, del Consiglio, Alto Rappresentante per la politica estera, presidenza dell’Eurogruppo. Nel documento politico che - nelle intenzioni italiane - dovrebbe segnare una svolta nella politica europea si parlerà di semplificazione legislativa, di mercato unico dell’energia, di competitività, ma anche di interpretazioni flessibili delle regole di bilancio senza mettere in discussione il quadro di riferimento politico-giuridico attuale.
La svolta che si sta preparando in vista del Consiglio europeo ha trovato le sue premesse durante i contatti informali ai margini del G7 di Bruxelles. In quella occasione Renzi aveva esplicitato la sua visione («Nomina sunt consequentia rerum»), che a sorpresa aveva fatto breccia anzitutto nella Merkel, perché in quel frangente sparigliare conveniva sia alla cancelliera che al primo ministro inglese David Cameron, entrambi poco empatici con i candidati dei partiti (Juncker e Schulz) alla presidenza della Commissione. Nei faccia a faccia Renzi aveva spiegato: «Nessuno può mettere veti o lanciare diktat perché nessun candidato ha ottenuto la maggioranza». Una proposta di metodo ma anche un’indicazione per cambiare l’agenda dell’Unione: «Una politica basata sul rigore e l’austerity e non sullo sviluppo, ha mostrato il proprio limite: quella fase si è chiusa». Dopo il G7, Roma e Berlino hanno continuato a lavorare d’intesa, la candidatura di Juncker alla Commissione ha ripreso quota, anche se una accelerazione è venuta da Sigmar Gabriel, il vicecancelliere socialdemocratico che è anche ministro dell’Economia, che ha aperto alla possibilità di escludere i costi delle riforme strutturali dal calcolo del deficit pubblico. È stato il segnale che si muoveva la Spd, che come peso politico resta il partito più importante del Pse.
FABIO MARTINI
giovedì 22 maggio 2014
Prodi:solo la Bce ha provato a frenare la Merkel...
Italia
Romano Prodi
Romano Prodi
“Altri danni dall’austerità
Solo la Bce ha provato
a frenare la Merkel”
L’ex premier: “L’Italia soffre di più perché è più indebitata”
L’ex premier: “L’Italia soffre di più perché è più indebitata”
«La riforma della burocrazia è il passaggio obbligato per la rinascita dell’Italia, per azzerare gli spread, sconfiggere il populismo e conquistare la credibilità che il Paese merita in Europa e nel mondo». Romano Prodi sceglie il palco dell’Astana Economic Forum, in Kazakistan, per lanciare il suo messaggio al governo Renzi, alla vigilia delle elezioni europee.
francesco semprini
mercoledì 7 maggio 2014
2 mila miliardi spesi bene
Cultura
2 mila miliardi
spesi bene
Duemila miliardi di euro. E’ la montagna di debito pubblico che l’Italia ha accumulato negli ultimi quattro decenni. Ma è anche la cifra spesa dalla Germania nell’ultimo quarto di secolo per assorbire la sua parte comunista in bancarotta, la Ddr.
Il risultato è un po’ diverso, banale dirlo. Ma l’analogia numerica tra Italia e Germania consente un piccolo bilancio della riunificazione e una riflessione su una apparente follia economica che si è rivelata poi un’operazione di puro genio politico. Anche se le due metà del Paese non sono ancora appaiate, difficile che qualcuno si metta ancora a ridere, pensando alla famosa frase di Helmut Kohl che suscitò tanta ilarità all’epoca. I «paesaggi in fiore», all’Est dell’Elba, finalmente si vedono.
Tra la caduta del Muro di Berlino e i primi anni della riunificazione tedesca, il cancelliere cristiano-democratico prese una serie di decisioni - anche con l’appoggio di un lungimirante ministro degli Interni di nome Wolfgang Schäuble - che fecero inorridire gli economisti di mezzo mondo e causarono le dimissioni del presidente della Bundesbank. Ma Kohl tirò avanti. Sin dallo storico giorno di fine novembre del 1989 in cui propose al Bundestag un piano che mirava a una Germania unita e federale a pochi giorni dal crollo del Muro, spaventando tutti, da Washington a Mosca, Kohl portò avanti le sue decisioni con una fretta furiosa. Ma limitò enormemente i danni politici che qualsiasi altra decisione avrebbe potuto provocare.
La prima follia, la più famosa, fu la parità tra il marco dell’Ovest - la moneta più stabile del mondo e allo stesso tempo l’unico simbolo di potere che i tedeschi si erano concessi dopo l’Olocausto - e quello dell’Est, all’epoca carta straccia. L’insurrezione contro quella costosissima decisione si scatenò nell’istituzione più sacra per i tedeschi, la banca centrale, e il presidente Karl Otto Pöhl lasciò. Ma come aveva capito Schäuble già nei primi mesi dell’inverno dell’89, quando migliaia di tedeschi continuavano a emigrare a Ovest, i cittadini della Ddr non avrebbero accettato altro. Lo dicevano anche gli slogan gridati in piazza, «uno a uno o non saremo mai uno». La gente stava votando «con i piedi», stava minacciando di dissanguare un Paese già sfinito da mezzo secolo di malagestione, di svuotarlo.
Per la stessa ragione fu saggia un’altra apparente follia: aumentare vertiginosamente gli stipendi e le pensioni dei tedeschi dell’Est, che misuravano una produttività che raggiungeva a malapena un terzo di quella dei cugini occidentali. Nel 1990 gli stipendi furono gonfiati del 20%, nei quindici mesi successivi di un altro 50%. Gli economisti si misero le mani nei capelli, la popolarità di Kohl e l’entusiasmo per la riunificazione toccarono vette irraggiungibili.
Solo una terza, importante decisione si rivelò disastrosa, ma perché condotta invece con un impulso ideologico, ultra liberista: quella di privatizzare tutto. L’anticomunismo accecò evidentemente chi doveva gestire la Treuhand, il contenitore in cui confluirono le 7.894 imprese tedesche che impiegavano quattro milioni di lavoratori, il 40% della forza lavoro della Ddr. Non tutto era da buttare, quasi tutto fu invece spezzettato, liquidato e distrutto, provocando tassi di disoccupazione mostruosi. Quello fu un chiaro disastro politico provocato da un furore economico che provocò nella parte orientale del Paese l’idea di un’«annessione», di un gesto ostile, colonizzatore.
Infine, dei duemila miliardi investiti da allora nella ex Germania Est secondo i calcoli di Klaus Schröder, economista della Freie Universität di Berlino citato dalla «Welt am Sonntag», il 60-65% sono spese sociali e la parte da leone la fanno le pensioni. Si tratta di finanziamenti europei, federali e dei singoli Länder, di soldi della famosa «tassa di solidarietà» pagata dall’Ovest. Ma in quei mesi straordinari tra il crollo del regime di Honecker e la riunificazione delle due Germanie, Kohl negoziò anche un altro obiettivo storico. In cambio dell’unità, concesse a Mitterrand un’accelerazione sull’integrazione europea e, soprattutto, sulla moneta unica. E compì un altro miracolo: far digerire ai tedeschi la rinuncia al loro amato marco.
Per fare un paragone triste, raccontato in uno straordinario libro appena uscito in Germania, scritto da Cerstin Gammellin e Raimund Löw, «Europas Strippenzieher» («I burattinai d’Europa», Ullstein) che racconta la Grande crisi attraverso i retroscena minuziosi e in parte inediti dei Consigli europei, quando la Merkel chiese ai suoi se era il caso di salvare la Grecia, si fece elencare le possibili conseguenze. Ovviamente nessun economista poteva risponderle con certezza. Così, lei salvò la Grecia senza un briciolo di visione, soltanto per il suo proverbiale pragmatismo da scienziata: concluse che non avrebbe fatto qualcosa di cui non conosceva le conseguenze. Kohl, in questo, era un autentico campione.
Tonia Mastrobuoni
sabato 20 luglio 2013
Renzi, continua a parlare!
Cultura
Renzi continui a parlare
Non si capisce perché Matteo Renzi dovrebbe smettere di parlare. Per non disturbare le larghe intese, per non sembrare il Primo ministro ombra, per non fare il controcanto.
Se la tenuta dell’alleanza Letta-Alfano dipende dalla frequenza delle dichiarazioni sue o che lo riguardano, c’è da preoccuparsi. È sperabile che le sorti del Paese si reggano su fondamenta più solide. Non sul silenzio del sindaco di Firenze. Non sulla sola determinazione del Presidente della Repubblica al secondo mandato, e al suo secondo esperimento governativo. Non sulla disponibilità a chiudere gli occhi riguardo alle rispettive magagne, cioè sulla collusione dei due maggiori partiti, i quali dovrebbero invece essere tenaci controllori l’uno dell’altro.
Pur di tenerlo ammollo e di lasciarlo fuori dalla porta, a Renzi è stato detto tutto e il contrario di tutto, da destra e da sinistra. Ha un’ambizione sfrenata (Marini) e pure vuota di contenuti (Gasparri). E’ un fenomeno mediatico (De Luca) e un pavone vanesio ed egocentrico (Brunetta, che in effetti è un tipo modesto). E’ bravo e una risorsa (Moretti in fuga rapidissima da Bersani), ma è accecato da un delirio di onnipotenza (Fassina) e parla troppo (D’Alema). E’ un politico di destra (seconde e terze file del suo stesso partito), che non ha capito che per vincere bisogna parlare solo ai delusi della sinistra (Ingroia). E’ meglio Serracchiani segretario (Franceschini) o un’altra donna (Fioroni pronto all’estremo sacrificio). E’ tornato a essere di sinistra (Orfini), ma è andato a pranzo con Briatore (cosa che Cacciari non farebbe mai, perché Briatore è un cafone megagalattico).
Gli è stato suggerito di farsi un giro come eurodeputato (volendo anche due legislature), ma dalla Merkel è meglio che non vada perché crea imbarazzi. Gli è stato notificato che dicendo la sua sulla questione kazaka - così come hanno fatto, giustamente e con rilievi spesso più penetranti, anche Cuperlo, Epifani, Finocchiaro, Civati, Bindi, l’Onu e il Financial Times - crea instabilità, mette a repentaglio la ripresa economica, rischia di far cadere il governo.
Di Renzi non ci si fida. E’ un tipo simpatico, ma il partito è meglio non darglielo. Figurarsi, a uno che è andato a parlare ad Amici (dicono quelli che non ne hanno il fisico) e le Tv le occupa perché lo invitano con insistenza (a differenza di altri che si autoinvitano, invano).
Renzi dà fastidio, perché parla chiaro. E’ diretto e si fa capire. Non usa il politichese intarsiato degli anni che furono. E’ tagliente e anche tagliato. Schiva le frasi lunghe come la peste e usa un linguaggio concreto che arriva ai più. Ed è davvero troppo.
Una roba insopportabile in un Paese vecchio e di vecchi come il nostro. Per fare politica e parlare alla gente bisogna essere altezzosi e contorti. Equilibristi, decorativi e soprattutto evanescenti. Così puoi sempre correggere il tiro e dire che sono stati gli altri a non capire. Salvo poi usare Renzi come raccatta voti o per saltarci sopra con entusiasmo all’ultimo minuto se proprio lui è l’ultima carta da giocare per non perdere la poltrona.
E invece non è più sopportabile la spocchia di chi lo tratta come un ragazzino bizzoso. Un capo-scout cresciutello dalle ambizioni smisurate. Un eterno Akela con i calzoni di velluto corti al ritorno dalle Vacanze di Branco, guardato con sufficienza da chi può al massimo concedergli di essere stato bravo con i lupetti e che «il ragazzo prima o poi si farà».
Certo anche Renzi ha i suoi limiti. Ripete ossessivamente i suoi tormentoni ed è capace di passare dall’economia europea a Balotelli, dalle vessazioni fiscali a Rambo. Ogni tanto poi si ricorda che deve puntare sui suoi cavalli di battaglia e ti infila «la bellezza della politica» (che ancora non si capisce cosa sia) o l’ottimismo rotondo alla Oscar Farinetti (l’Italia tra 10 anni sarà il Paese più bello del mondo, è la regina dell’alimentare). E gli immancabili musei di Firenze aperti la notte.
Ci permettiamo un sobrio e modesto consiglio: «Matteo fregatene, continua a parlare». Non ci saranno terremoti. Chi lo detesta, lo contesti e lo sfidi sul suo terreno. Ben vengano altri Renzi, se sono pronti. A destra, a sinistra, e anche al centro.
twitter@gualminielisa
Elisabetta Gualmini
lunedì 6 maggio 2013
Letta da Fazio-larghe-intese: i fidanzamenti impossibili di Enrico
La prima settimana
e i fidanzamenti
impossibili di Enrico
Così Letta avvicina Pd e Pdl, e forse Merkel e Hollande
Una serata da Fabio Fazio è l’incoronazione: il capo del governo delle larghe intese, che è egli stesso una larga intesa fatta uomo, nella trasmissione che è da sempre la base culturale delle larghe intese. Dopo una settimana (scarsa) di lavoro ci voleva. Ed Enrico Letta è andato a Che tempo che fa a dire che non è più il momento di vessilli alzati e fazioni in lotta. «Insieme», ha detto. E «tutti insieme», o anche «tutti assieme». Per una «scelta di servizio». Ha ripetuto di essere diventato grande davanti all’immagine conciliatrice di François Mitterrand e Helmut Kohl mano nella mano a Verdun, la città di uno dei macelli della Prima guerra mondiale. Su e giù, alto-basso, come piace a lui nella sua personale larga intesa di ragazzo studioso diventato grande nell’improvviso drive-in degli Anni Ottanta: «Andate a Pisa a vedere l’ultimo muro dipinto da Keith Hering, si chiama Tuttomondo», ed è il trionfo variopinto delle diversità. Messe «insieme», naturalmente.
La garbatissima intervista di Fazio sarà un altro bacio in fronte al politico che, secondo i sondaggi dell’Swg, è oggi il più amato dagli italiani col sessantadue per cento dei favori, appena più di Matteo Renzi. Una contentezza vasta e diffusa, ed internazionale: da Jovanotti («finalmente un presidente del Consiglio della mia età») a Josè Manuel Barroso («Enrico Letta può rilanciare la speranza»). Sarà che come disse una settimana fa Luciana Littizzetto proprio a Che tempo che fa, Enrico Letta «ha la faccia del pediatra che viene a casa a rassicurare sulla salute del bambino». Sarà che lui è andato a Parigi a parlare con François Hollande e si sono presi mano nella mano, piccino uno e altissimo l’altro, proprio come Mitterrand e Kohl, e per motivi non così memorabili, piuttosto in un’immagine di dolcezza da scuola materna. La grande coalizione spirituale che risiede in Letta è capace di riproporre «tutti insieme» e «tutti assieme», prodianamente, e anche il superprodiano europeismo, con la giocosità berlusconiana, ma meno greve, nel segno del pollice e del mignolo alzati (pare sia il saluto di buon vento che si rivolgono i velisti) al primo vertice con la terribile Angela Merkel.
Anzi, ieri sera, colto da serena cupezza, Fabio Fazio non ha dato nemmeno modo al premier di tirare fuori la monelleria che è in lui, quello scambio di battute alla Camera, sui banchi del governo, con Fabrizio Saccomanni, il ministro dell’Economia: e lì Letta scoppia a ridere e crolla sul banco. È giovane, del resto. E non importa che in fondo Massimo D’Alema avesse soltanto due anni più di lui (49 a quasi 47) quando arrivò a Palazzo Chigi nel 1998. Letta è giovane perché va al Quirinale con l’utilitaria della moglie, perché un giorno sì e uno no cita l’Erasmus, l’esperienza di formazione per lui e i suoi coetanei che scoprirono «di avere altre case e altri Paesi». È giovane per l’interrail, e tutti quei confini a poco a poco venuti giù. È giovane perché la mattina in cui lo chiama Giorgio Napolitano sta portando i bambini a scuola. E perché ricorda l’insegnante di francese a Strasburgo rievocata nell’incontro con Hollande: i tempi della strepitosa e intima larga intesa di quando si conciliava lo studio dei testi di Jacques Delors con il divertimento serale, a cui accedeva con una certa responsabilità di beneducato ragazzo di provincia. Anche oggi l’andirivieni è incessante: Letta è colto e sa mostrarlo e nel discorso programmatico cita Nino Andreatta e il confiteor, ma è giovane, e qui e là tira fuori una citazione dal repertorio di Ligabue o di Fabrizio De Andrè.
Siccome bisognava «trovare una via d’uscita», chi meglio di Letta, che anche ieri sera si è comportato da nuova leva, ma anche esperta? Chi, se non lui, che si è confermato uomo di sinistra ma molto attento alle ragioni di destra? Chi, se non questo ragazzo avviato alla cinquantina, che parla con la consapevolezza dell’anziano di Imu ed esodati, Iva e cassa integrazione? Il fidanzamento è saldo, anche dopo ieri sera. E le aspettative sono alte, e simili ovunque, se pure Le Figaro ha visto in lui, dopo il vertice parigino, le qualità del largo intenditore: «E se una chiave della pacificazione tra Merkel ed Hollande si chiamasse Enrico Letta?». Ecco, una piccola, breve e incompleta settimana è trascorsa, ed è stata sufficiente perché Letta mostrasse le sue numerose e trasversali qualità.
domenica 5 maggio 2013
L'austerità rompe l'asse Parigi-Berlino
Per ora, l'unica cosa evidente è che l'asse franco-tedesco è diviso, ridotto in pezzi. Il motore d'Europa è inceppato. I vicini che si odiavano e che si riconciliarono sembrano stufi di comandare insieme. Hollande non si capisce con la Merkel e non si fida di lei. La Cancelliera non si fida delle riforme, delle intenzioni e dei dati della Francia socialista. E quel che è peggio, sembra che entrambi abbiano perso la speranza che tutto ciò possa cambiare.
Il segnale di allarme lo hanno dato i socialisti francesi, che in un progetto destinato a definire la politica europea della Francia per i prossimi anni hanno messo nero su bianco quello che quasi tutti pensano e quasi nessuno ha il coraggio di dire Merkel il "Cancelliere dell' austerità" rivela una "intransigenza egoista", ha forgiato "un'alleanza di circostanze con il Thatcheriano David Cameron", ma ciò che le intessa sono i risparmi dei depositi tedeschi, la bilancia commerciale di Berlino ( che a marzo ha stabilito un nuovo record, aumentando il surplus di 188.100 milioni di euro, dopo che nel 2012 ha esportato per 1,1 bilioni di euro) e le prossime elezioni.
"Se la politica europea non cambia, andiamo a una catastrofe politica", spiega Jean-Christophe Cambadélis, leader del Partito socialista (Ps) francese e coordinatore del documento sull'Europa. "Siamo l'unica area del mondo che ha passato cinque anni in recessione. La destra europea pone l'accento sulla competitività e fa un errore enorme: non saremo mai competitivi come l'India e la Cina, se vogliamo mantenere un livello di protezione sociale decente. La ricetta neoliberista ha generato una disoccupazione enorme, insopportabile per molte società. E dove non c'è disoccupazione, come in Germania, c'è il lavoro precario con stipendi di 400 euro ".
Secondo Cambadélis, la coppia franco-tedesca deve ritrovare l'equilibrio, ma è difficile nelle attuali circostanze di disuguaglianza. "Insieme abbiamo l'49% del PIL europeo, ma la Germania ha eccedenze e la Francia ha un deficit. Il grosso problema è che il Partito popolare europeo domina Europa, Stati membri e le istituzioni con una politica dogmatica, sulla base del modello tedesco, che sostiene che l'austerità conduce alla crescita e richiede solo una quota minima di solidarietà ".
È disposta la Francia a fare il salto verso l'unione politica che vuole la Germania? "La Germania vuole un federalismo fiscale. Francia, un federalismo solidale", dice Cambadélis. "I popoli non accetteranno più di cedere sovranità, se l'Europa non riscalda la caldaia con la solidarietà. Questo è l'unico modo per integrare. Il federalismo deve essere di andata e ritorno. In caso contrario, vince la disunione".
Quindi, l'intesa Parigi-Berlino sembra una chimera. Ma oltre le differenze ideologiche, c'è il fattore umano. Hollande si sente annullato dalla cancellieri. Negli ultimi mesi, la Merkel è riuscita a limitare, ritardare o abbandonare quasi tutti gli importanti accordi raggiunti nei vertici europei. Soprattutto quello del Giugno 2012, quando la Merkel accettò due idee francesi che avrebbero contribuito a migliorare l'economia reale: l'unione bancaria e i provvedimenti per la crescita ".
Un anno dopo, Hollande e il nuovo capo del governo italiano, Enrico Letta, hanno chiesto che al prossimo vertice di giugno si applichino gli accordi di allora: un segno della resistenza tedesca per le idee degli altri.
Sempre di poù lo scontro tra fede e ragione, e la filosofia del sacrificio allontanano la Germania dal resto d'Europa.
