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domenica 3 dicembre 2017

Se la Germania di Angela dimentica Thomas Mann (Rusconi)

LA STAMPA

Cultura

Se la Germania
di Angela
dimentica
Thomas Mann


«L’alternativa è netta: non l’Europa deve diventare tedesca, ma la Germania deve diventare europea.
«E’ questo l’approdo del germanesimo che Thomas Mann ha continuato a rivendicare per sé, scorgendone in prospettiva un «nuovo inizio», dopo la rovina del folle dominio nazista». Così Giorgio Napolitano ha sintetizzato le intenzioni di Thomas Mann, nella presentazione della nuova edizione dei suoi «Moniti all’Europa», opportunamente ripresa sulla Stampa
Il guaio è che oggi la Germania «diventata europea» rischia di ritornare ad essere un problema per l’Europa stessa, in modo inatteso. Una parte della popolazione dopo una lunga fase di (apparente) soddisfatta integrazione europea, se ne sta estraniando. O più semplicemente coltiva un’idea diversa di Europa in cui collocare la Germania. 
Merita di essere ricordato che lo stesso Mann, nelle sue Considerazioni di un impolitico del 1918, aveva descritto con impressionante efficacia e condiviso la contrapposizione anzi la incompatibilità della Germania con l’Europa, con l’Occidente. Aveva coniato l’espressione di «sgermanizzazione» per stigmatizzare le conseguenze della imminente occidentalizzazione e democratizzazione della Germania sconfitta. Certo: lo scrittore tedesco avrebbe poi tempestivamente modificato la sua posizione a favore della democrazia di Weimar ma significativamente non avrebbe mai fatto un’abiura radicale delle sue Considerazioni. Lì infatti ci sono le radici del suo tormentato germanesimo e dell’inestricabile groviglio di bene e male della natura tedesca che ritorna – con sottile metamorfosi – anche in alcuni passaggi dell’analisi de La Germania e i Tedeschi del 1945-47 . Qui troviamo espressioni molto forti che rivelano tutta la carica di coinvolgimento dell’autore: «quando si è nati tedeschi si ha a che fare con il destino tedesco e con la colpa tedesca»; «il concetto tedesco di libertà fu sempre rivolto soltanto all’esterno, intendeva il diritto di essere tedesco, solo tedesco, nulla di diverso»; «l’idea di libertà tedesca è etnica e antieuropea». 
Sono frasi molto dure con le quali però paradossalmente la tesi della «sgermanizzazione» si trasforma in autocritica positiva. La sgermanizzazione infatti segnala il congedo definitivo da ogni aspirazione o velleità egemonica politico-culturale che era implicita nell’idea stessa del Reich tardo-ottocentesco, prima ancora che culminasse nella hybris del Terzo Reich. La sgermanizzazione diventa così il compimento della sua «lunga via verso l’Occidente» se non addirittura il ritrovamento della «via verso se stessa», per usare le parole della storico Heinrich August Winkler. Ma c’è di più. La nuova Germania integralmente occidentalizzata ed europeizzata trova il suo definitivo compimento con la riunificazione del 1990 e con il ruolo autorevole svolto nella formazione e gestione dell’Unione Europea. Il sogno di Thomas Mann sembra realizzato.
Mai poi si mette in moto un processo imprevisto, che cambia profondamente la situazione. Sono tre gli elementi di questo processo: la Germania assume a livello europeo una controversa posizione «egemonica» che crea tensioni, dissensi, conflitti con contraccolpi interni. Una parte consistente di tedeschi vede la propria condizione insidiata da paesi inaffidabili e inadempienti ai loro obblighi e ne diffida apertamente. Considera intollerabile le politiche di accoglienza messe in atto verso migranti e profughi, percepiti come grave minaccia alla propria integrità culturale e identitaria nazionale. Da ultimo cresce l’insofferenza verso la «memoria della colpa tedesca» quale è coltivata dalla cultura ufficiale. 
Di tutte queste insofferenze è sintomo il successo del movimento nazionalpopulista Alternative für Deutschland che sta dando uno scossone all’intero sistema politico-culturale tedesco . Delicata è la questione della «memoria della colpa». Alle parole di Jürgen Habermas - «chi vuole impedirci di arrossire di vergogna con un’espressione vuota come “ossessione della colpa” e che vuole riportare i tedeschi a una forma convenzionale della loro identità nazionale distrugge l’unica base attendibile del nostro lagame con l’Occidente» - si risponde con «basta con la cultura della colpa». E’ una delle tesi del libro di Rolf Peter Sieferle, Finis Germania vicino agli ambienti di Alternative für Deutschland . Non intende assumere una posizione «negazionista» dei crimini nazisti in particolare dell’Olocausto, ma parla di un «mito di Auschwitz». E quindi della sgermanizzazione in atto, ovviamente intesa in senso negativo. 
Come e perché si sia arrivati a questa congiuntura, apparentemente in modo inatteso, dovrà essere motivo di riflessione non solo per i tedeschi. I «Moniti all’Europa» sono una buona occasione, ma rimane l’esigenza di identificare i motivi specifici e inediti della situazione attuale, che troppo genericamente ci si limita a chiamare populismo.
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Gian Enrico Rusconi


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mercoledì 22 novembre 2017

LA STAMPA

Cultura

Il populismo
che azzoppa
i parlamenti


È facile oggi elencare gli errori di Angela Merkel e metterla sotto accusa per gli stessi motivi (le politiche migratorie) per cui era stata tanto lodata fino a ieri. Ed è inutile stupirsi più di tanto per le traversie in cui si dibatte in questi giorni il sistema politico tedesco, celebrato dai più come modello di stabilità e di funzionalità democratica. Né ha molto senso preoccuparsi per il destino della autorevolissima cancelliera, che non riesce a costruire una maggioranza, ma ha ancora buone probabilità di succedere a se stessa, magari attraverso un nuovo passaggio elettorale. La verità è che la Germania sta sperimentando sulla propria pelle difficoltà comuni a tutti i sistemi parlamentari europei; e che il suo modello politico-istituzionale, buono nell’epoca della guerra fredda e della divisione del Paese, non basta da solo a preservarla dagli scossoni che hanno compromesso in questi ultimi anni la governabilità di altri Paesi membri dell’Unione.
È appena il caso di ricordare che il Belgio (fra il 2010 e il 2012), la Spagna (fra il 2013 e il 2014) e da ultimo l’Olanda (2017) sono rimasti affidati per lunghi mesi o per interi anni a governi in carica «per gli affari correnti», in assenza di vere maggioranze politiche; e che la stessa Italia rischia di trovarsi da qui a qualche mese in una situazione analoga. I problemi nascono dalla combinazione di due fattori: il primo, strutturale, riguarda le regole dei sistemi parlamentari; il secondo, congiunturale, rinvia alle trasformazioni economiche e sociali che hanno segnato questo inizio di millennio. 
Partiamo dal sistema parlamentare. Lo inventarono gli inglesi nel Settecento, per assicurarsi contro possibili tentazioni assolutiste della corona (cui la teoria di Montesquieu attribuiva la titolarità del potere esecutivo) e per sancire il primato degli organismi rappresentativi. Quella prassi subordina infatti l’esistenza del governo alla fiducia del Parlamento e dunque lo lega indissolubilmente agli equilibri che si creano nelle assemblee legislative. Perché il sistema funzioni occorre ovviamente che ci sia una maggioranza. E occorre che questa maggioranza non minacci i fondamenti costituzionali dello Stato, le sue scelte internazionali di fondo e i suoi valori condivisi: che si muova insomma all’interno di un’area della legittimità, oggi in larga parte coincidente con quella della fedeltà alle istituzioni europee e agli ideali europeisti.
Che cosa accade invece in Europa? Accade - e qui veniamo al fattore congiunturale - che le paure e i risentimenti suscitati dalla crisi economica e dalle ondate migratorie creino condizioni favorevoli allo sviluppo di movimenti populisti, nazionalisti, sovranisti, più o meno esplicitamente ostili alla Ue, ma spesso anche estranei ai valori e alle pratiche del pluralismo e della democrazia rappresentativa. In alcuni Paesi dell’Est (Ungheria e Polonia soprattutto) movimenti così connotati sono diventati forze di governo o parte delle maggioranze. In Europa occidentale quei gruppi restano lontani dalla possibilità di competere per il potere centrale (l’eccezione, stando ai sondaggi, potrebbe essere proprio l’Italia). Il fattore P (come «populismo») agisce ancora come elemento discriminante per segnare i confini dell’area della legittimità. Ma è l’intera area a restringersi pericolosamente, causa i successi elettorali delle forze anti-sistema. E dentro quest’area può non esserci spazio per una maggioranza solida, men che meno per due maggioranze che si alternino in base ai verdetti delle elezioni. Neanche il ricorso alle grandi coalizioni sembra peraltro praticabile nel momento in cui i socialisti, come sta accadendo in Germania, si sottraggono a esperienze di governo per loro logoranti e costose in termini di consensi. Quanto ai governi di minoranza o governi del presidente, si tratta di formule nominalistiche che aggirano il problema senza risolverlo (un voto di fiducia qualcuno dovrà pur darlo), in assenza di un capo dello Stato dotato di poteri straordinari. 
Se e quando si uscirà dall’impasse non è dato sapere. Sarebbe però opportuno cominciare fin d’ora a riflettere su come allontanare per il futuro lo scenario weimariano dell’ingovernabilità e del ricorso ripetuto alle urne. Il sistema tedesco - lo abbiamo visto - non basta allo scopo. Quello, nuovo di zecca, con cui andremo a votare fra pochi mesi, non è accreditato al momento di grandi effetti stabilizzatori. L’unico dispositivo elettorale capace di costringere gli elettori a una scelta e a indicare comunque un vincitore è quello basato su un doppio turno (nazionale e non solo di collegio) che costringa gli elettori a una scelta finale. Non è forse un caso se oggi la Francia, con tutti i suoi problemi, può vantare il più alto tasso di stabilità politica di tutta l’Europa occidentale. 
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Giovanni Sabbatucci


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mercoledì 18 giugno 2014

Il "metodo Renzi" per la nuova UE

LA STAMPA

Italia

Il “metodo Renzi”

per la nuova Ue

sì di Merkel e Pse

Meno rigore per chi rinnova il Paese

Dunque, c’era del metodo nella «follia» renziana, quella che un mese fa diceva di voler cambiar verso anche alla Unione europea: dopo il significativo ma informale via libera all’ultimo G7 da parte di Angela Merkel e di François Hollande alla impostazione italiana (prima una nuova linea politica, poi le nomine), nelle ultime ore anche il secondo partito europeo, il Pse, ha sposato «senza se e senza ma» il metodo Renzi. Dice Hannes Swoboda, responsabile del gruppo europarlamentare Socialisti e Democratici: «Il patto di stabilità può essere reso più flessibile senza rinnegare l’obiettivo di riduzione del debito: è la condizione di Renzi per il sostegno a un candidato alla presidenza della Commissione» e dunque «si tratta di esentare certi investimenti dal calcolo del deficit dando più tempo per ridurre il disavanzo». Da Swoboda anche due notizie: «Renzi sta lavorando a questo» e «il presidente Van Rompuy sta preparando un testo proprio per garantire maggiore flessibilità al patto di crescita e stabilità e per venire incontro alle richieste del presidente del Consiglio italiano». Una svolta, quella del Pse, perché negli anni scorsi anche tra i socialisti aveva prevalso una linea se non proprio rigorista, certamente non alternativa a quella della Merkel.

Il tutto si traduce in una inaspettata centralità di Roma. Nella partita diplomatica che si sta giocando sui futuri assetti di potere europei oggi ci sarà un passaggio importante: il presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy incontra a palazzo Chigi il capo del governo italiano e nel corso di questo incontro Matteo Renzi spingerà per una doppia svolta: nelle politiche dell’immigrazione e delle frontiere; in quelle macroeconomiche. Un pressing che punta a far breccia nel documento conclusivo del prossimo Consiglio europeo, in programma a Bruxelles il 26 e 27 giugno. Documento al quale sta lavorando Van Rompuy e che dovrebbe legare a precisi impegni politici le imminenti nomine ai vertici dell’Unione: presidenza della Commissione, del Consiglio, Alto Rappresentante per la politica estera, presidenza dell’Eurogruppo. Nel documento politico che - nelle intenzioni italiane - dovrebbe segnare una svolta nella politica europea si parlerà di semplificazione legislativa, di mercato unico dell’energia, di competitività, ma anche di interpretazioni flessibili delle regole di bilancio senza mettere in discussione il quadro di riferimento politico-giuridico attuale.

La svolta che si sta preparando in vista del Consiglio europeo ha trovato le sue premesse durante i contatti informali ai margini del G7 di Bruxelles. In quella occasione Renzi aveva esplicitato la sua visione («Nomina sunt consequentia rerum»), che a sorpresa aveva fatto breccia anzitutto nella Merkel, perché in quel frangente sparigliare conveniva sia alla cancelliera che al primo ministro inglese David Cameron, entrambi poco empatici con i candidati dei partiti (Juncker e Schulz) alla presidenza della Commissione. Nei faccia a faccia Renzi aveva spiegato: «Nessuno può mettere veti o lanciare diktat perché nessun candidato ha ottenuto la maggioranza». Una proposta di metodo ma anche un’indicazione per cambiare l’agenda dell’Unione: «Una politica basata sul rigore e l’austerity e non sullo sviluppo, ha mostrato il proprio limite: quella fase si è chiusa». Dopo il G7, Roma e Berlino hanno continuato a lavorare d’intesa, la candidatura di Juncker alla Commissione ha ripreso quota, anche se una accelerazione è venuta da Sigmar Gabriel, il vicecancelliere socialdemocratico che è anche ministro dell’Economia, che ha aperto alla possibilità di escludere i costi delle riforme strutturali dal calcolo del deficit pubblico. È stato il segnale che si muoveva la Spd, che come peso politico resta il partito più importante del Pse.

FABIO MARTINI


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giovedì 22 maggio 2014

Prodi:solo la Bce ha provato a frenare la Merkel...

LA STAMPA

Italia

Romano Prodi

“Altri danni dall’austerità
Solo la Bce ha provato
a frenare la Merkel”

L’ex premier: “L’Italia soffre di più perché è più indebitata”

«La riforma della burocrazia è il passaggio obbligato per la rinascita dell’Italia, per azzerare gli spread, sconfiggere il populismo e conquistare la credibilità che il Paese merita in Europa e nel mondo». Romano Prodi sceglie il palco dell’Astana Economic Forum, in Kazakistan, per lanciare il suo messaggio al governo Renzi, alla vigilia delle elezioni europee.

Un anno fa, proprio qui, ci disse che la ricetta di austerità di Berlino fa male alla stessa Germania. Angela Merkel ha colto il suggerimento? «Ma neanche per sogno. L’Europa continua ad agire in modo sparso dal punto di vista politico, proprio come prima, la Commissione non ha fatto proposte sostanziali e prevale l’austerità. Solo la Bce ha creato un minimo di contropotere». Chi ne soffre di più? «L’Italia, come gli altri Paesi molto indebitati, visto che il Pil non cresce». Cosa si aspetta da queste elezioni europee e cosa teme di più? «La risposta è la stessa, una forte avanzata dei partiti antieuropeisti, perché sono riusciti a far passare la correlazione tra crisi ed Euro anziché tra crisi e politiche sbagliate. Un quadro tempestoso, avrà pure delle speranze. «Mi auguro che dinanzi a questo scontato successo, dannosissimo per il lungo periodo, si possa creare un’alleanza più attiva, un governo più forte a livello di Commissione che, costretto da questo assedio, prenda le decisioni che avrebbe già dovuto prendere». In questo progetto che ruolo avrà Renzi? «Può avere la funzione di condensatore di alleanze che possono cambiare la politica europea. Alla scalata del populismo bisogna reagire, non biasimare o piangersi addosso. Renzi può interpretare i problemi di molti e non solo dell’Italia. Francia e Spagna non stanno meglio di noi, pensano di starci. Per questo serve una grande convergenza di interessi». Parliamo però della stessa Europa che chiese a Timothy Geithner di far cadere Berlusconi, chi fece la proposta indecente? «Potevano essere ministri, ma può essere anche una balla, mi viene in mente un proverbio reggiano, “se è vero è una gran bugia”». Che vantaggio avrebbe avuto l’ex segretario Usa a inventare? «Ognuno può dare colore alla sua vita». Cosa si aspetta dalla presidenza italiana all’Ue? «Che dal primo luglio faccia proposte diverse, per una politica energetica europea, per integrare le reti elettriche e di nuove tecnologie. Mi aspetto che l’Europa si svegli e si modernizzi». Intanto gli spread si allargano: si paga l’incertezza e il ritardo delle riforme? «Attenzione. Le riforme bisogna farle e in fretta. Dall’esterno però si conferisce un peso sbagliato alle nostre riforme: non è il costo del lavoro il problema, ma come il lavoro viene fatto, le sue regole e l’organizzazione. Il nostro costo del lavoro è molto inferiore a quello tedesco, di poco inferiore a quello francese e poco superiore a quello spagnolo. Il vero problema italiano è la burocrazia, noi siamo isolati perché nessuno ci capisce niente su come funziona l’amministrazione, su questo vedo serie difficoltà». Renzi dovrebbe fare sforzi maggiori in materia? «La gerarchia dei valori è essenziale. Il governo deve essere consapevole che la priorità è la riforma del nostro incomprensibile sistema pubblico. Sono sicuro che una volta fatta questa, gli spread andranno a zero». Le fa più paura il populismo della Le Pen o quello di Grillo? «È uguale, forse Le Pen ha fatto qualche proposta costruttiva in più, ma l’obiettivo comune è prendere il potere e recidere ogni legame con l’Europa». Renzi ha detto che porterà il problema libico all’attenzione dell’Onu, che ne pensa? «Il caos in Libia e la questione dei migranti sono frutto di una guerra sbagliata che ha creato un dramma di ampiezza colossale. Lavorando in Sahel me ne sono reso conto. È ora che ognuno si assuma le proprie responsabilità». Da una crisi all’altra, Putin sta tentando di sostituire l’Europa con la Cina nel suo portafogli clienti di gas naturale? «La direzione è quella, c’è un riavvicinamento notevole, ma i tempi saranno più lunghi di quelli che possono sembrare». A proposito di Onu, c’è chi la da prossimo Segretario generale? «Non ci penso lontanamente ora, figuriamoci fra due anni». Allora pensa al Pd? «Ci ha provato anche l’anno scorso con questa domanda. Mi auguro solo che il Pd abbia successo, perché è l’unico punto di riferimento dell’Italia».

francesco semprini


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mercoledì 7 maggio 2014

2 mila miliardi spesi bene

LA STAMPA

Cultura

2 mila miliardi

spesi bene

Duemila miliardi di euro. E’ la montagna di debito pubblico che l’Italia ha accumulato negli ultimi quattro decenni. Ma è anche la cifra spesa dalla Germania nell’ultimo quarto di secolo per assorbire la sua parte comunista in bancarotta, la Ddr.

Il risultato è un po’ diverso, banale dirlo. Ma l’analogia numerica tra Italia e Germania consente un piccolo bilancio della riunificazione e una riflessione su una apparente follia economica che si è rivelata poi un’operazione di puro genio politico. Anche se le due metà del Paese non sono ancora appaiate, difficile che qualcuno si metta ancora a ridere, pensando alla famosa frase di Helmut Kohl che suscitò tanta ilarità all’epoca. I «paesaggi in fiore», all’Est dell’Elba, finalmente si vedono.

Tra la caduta del Muro di Berlino e i primi anni della riunificazione tedesca, il cancelliere cristiano-democratico prese una serie di decisioni - anche con l’appoggio di un lungimirante ministro degli Interni di nome Wolfgang Schäuble - che fecero inorridire gli economisti di mezzo mondo e causarono le dimissioni del presidente della Bundesbank. Ma Kohl tirò avanti. Sin dallo storico giorno di fine novembre del 1989 in cui propose al Bundestag un piano che mirava a una Germania unita e federale a pochi giorni dal crollo del Muro, spaventando tutti, da Washington a Mosca, Kohl portò avanti le sue decisioni con una fretta furiosa. Ma limitò enormemente i danni politici che qualsiasi altra decisione avrebbe potuto provocare.

La prima follia, la più famosa, fu la parità tra il marco dell’Ovest - la moneta più stabile del mondo e allo stesso tempo l’unico simbolo di potere che i tedeschi si erano concessi dopo l’Olocausto - e quello dell’Est, all’epoca carta straccia. L’insurrezione contro quella costosissima decisione si scatenò nell’istituzione più sacra per i tedeschi, la banca centrale, e il presidente Karl Otto Pöhl lasciò. Ma come aveva capito Schäuble già nei primi mesi dell’inverno dell’89, quando migliaia di tedeschi continuavano a emigrare a Ovest, i cittadini della Ddr non avrebbero accettato altro. Lo dicevano anche gli slogan gridati in piazza, «uno a uno o non saremo mai uno». La gente stava votando «con i piedi», stava minacciando di dissanguare un Paese già sfinito da mezzo secolo di malagestione, di svuotarlo.

Per la stessa ragione fu saggia un’altra apparente follia: aumentare vertiginosamente gli stipendi e le pensioni dei tedeschi dell’Est, che misuravano una produttività che raggiungeva a malapena un terzo di quella dei cugini occidentali. Nel 1990 gli stipendi furono gonfiati del 20%, nei quindici mesi successivi di un altro 50%. Gli economisti si misero le mani nei capelli, la popolarità di Kohl e l’entusiasmo per la riunificazione toccarono vette irraggiungibili.

Solo una terza, importante decisione si rivelò disastrosa, ma perché condotta invece con un impulso ideologico, ultra liberista: quella di privatizzare tutto. L’anticomunismo accecò evidentemente chi doveva gestire la Treuhand, il contenitore in cui confluirono le 7.894 imprese tedesche che impiegavano quattro milioni di lavoratori, il 40% della forza lavoro della Ddr. Non tutto era da buttare, quasi tutto fu invece spezzettato, liquidato e distrutto, provocando tassi di disoccupazione mostruosi. Quello fu un chiaro disastro politico provocato da un furore economico che provocò nella parte orientale del Paese l’idea di un’«annessione», di un gesto ostile, colonizzatore.

Infine, dei duemila miliardi investiti da allora nella ex Germania Est secondo i calcoli di Klaus Schröder, economista della Freie Universität di Berlino citato dalla «Welt am Sonntag», il 60-65% sono spese sociali e la parte da leone la fanno le pensioni. Si tratta di finanziamenti europei, federali e dei singoli Länder, di soldi della famosa «tassa di solidarietà» pagata dall’Ovest. Ma in quei mesi straordinari tra il crollo del regime di Honecker e la riunificazione delle due Germanie, Kohl negoziò anche un altro obiettivo storico. In cambio dell’unità, concesse a Mitterrand un’accelerazione sull’integrazione europea e, soprattutto, sulla moneta unica. E compì un altro miracolo: far digerire ai tedeschi la rinuncia al loro amato marco.

Per fare un paragone triste, raccontato in uno straordinario libro appena uscito in Germania, scritto da Cerstin Gammellin e Raimund Löw, «Europas Strippenzieher» («I burattinai d’Europa», Ullstein) che racconta la Grande crisi attraverso i retroscena minuziosi e in parte inediti dei Consigli europei, quando la Merkel chiese ai suoi se era il caso di salvare la Grecia, si fece elencare le possibili conseguenze. Ovviamente nessun economista poteva risponderle con certezza. Così, lei salvò la Grecia senza un briciolo di visione, soltanto per il suo proverbiale pragmatismo da scienziata: concluse che non avrebbe fatto qualcosa di cui non conosceva le conseguenze. Kohl, in questo, era un autentico campione.

Tonia Mastrobuoni


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sabato 20 luglio 2013

Renzi, continua a parlare!

LA STAMPAweb

Cultura

Renzi continui a parlare

Non si capisce perché Matteo Renzi dovrebbe smettere di parlare. Per non disturbare le larghe intese, per non sembrare il Primo ministro ombra, per non fare il controcanto.

Se la tenuta dell’alleanza Letta-Alfano dipende dalla frequenza delle dichiarazioni sue o che lo riguardano, c’è da preoccuparsi. È sperabile che le sorti del Paese si reggano su fondamenta più solide. Non sul silenzio del sindaco di Firenze. Non sulla sola determinazione del Presidente della Repubblica al secondo mandato, e al suo secondo esperimento governativo. Non sulla disponibilità a chiudere gli occhi riguardo alle rispettive magagne, cioè sulla collusione dei due maggiori partiti, i quali dovrebbero invece essere tenaci controllori l’uno dell’altro.

Pur di tenerlo ammollo e di lasciarlo fuori dalla porta, a Renzi è stato detto tutto e il contrario di tutto, da destra e da sinistra. Ha un’ambizione sfrenata (Marini) e pure vuota di contenuti (Gasparri). E’ un fenomeno mediatico (De Luca) e un pavone vanesio ed egocentrico (Brunetta, che in effetti è un tipo modesto). E’ bravo e una risorsa (Moretti in fuga rapidissima da Bersani), ma è accecato da un delirio di onnipotenza (Fassina) e parla troppo (D’Alema). E’ un politico di destra (seconde e terze file del suo stesso partito), che non ha capito che per vincere bisogna parlare solo ai delusi della sinistra (Ingroia). E’ meglio Serracchiani segretario (Franceschini) o un’altra donna (Fioroni pronto all’estremo sacrificio). E’ tornato a essere di sinistra (Orfini), ma è andato a pranzo con Briatore (cosa che Cacciari non farebbe mai, perché Briatore è un cafone megagalattico).

Gli è stato suggerito di farsi un giro come eurodeputato (volendo anche due legislature), ma dalla Merkel è meglio che non vada perché crea imbarazzi. Gli è stato notificato che dicendo la sua sulla questione kazaka - così come hanno fatto, giustamente e con rilievi spesso più penetranti, anche Cuperlo, Epifani, Finocchiaro, Civati, Bindi, l’Onu e il Financial Times - crea instabilità, mette a repentaglio la ripresa economica, rischia di far cadere il governo.

Di Renzi non ci si fida. E’ un tipo simpatico, ma il partito è meglio non darglielo. Figurarsi, a uno che è andato a parlare ad Amici (dicono quelli che non ne hanno il fisico) e le Tv le occupa perché lo invitano con insistenza (a differenza di altri che si autoinvitano, invano).

Renzi dà fastidio, perché parla chiaro. E’ diretto e si fa capire. Non usa il politichese intarsiato degli anni che furono. E’ tagliente e anche tagliato. Schiva le frasi lunghe come la peste e usa un linguaggio concreto che arriva ai più. Ed è davvero troppo.

Una roba insopportabile in un Paese vecchio e di vecchi come il nostro. Per fare politica e parlare alla gente bisogna essere altezzosi e contorti. Equilibristi, decorativi e soprattutto evanescenti. Così puoi sempre correggere il tiro e dire che sono stati gli altri a non capire. Salvo poi usare Renzi come raccatta voti o per saltarci sopra con entusiasmo all’ultimo minuto se proprio lui è l’ultima carta da giocare per non perdere la poltrona.

E invece non è più sopportabile la spocchia di chi lo tratta come un ragazzino bizzoso. Un capo-scout cresciutello dalle ambizioni smisurate. Un eterno Akela con i calzoni di velluto corti al ritorno dalle Vacanze di Branco, guardato con sufficienza da chi può al massimo concedergli di essere stato bravo con i lupetti e che «il ragazzo prima o poi si farà».

Certo anche Renzi ha i suoi limiti. Ripete ossessivamente i suoi tormentoni ed è capace di passare dall’economia europea a Balotelli, dalle vessazioni fiscali a Rambo. Ogni tanto poi si ricorda che deve puntare sui suoi cavalli di battaglia e ti infila «la bellezza della politica» (che ancora non si capisce cosa sia) o l’ottimismo rotondo alla Oscar Farinetti (l’Italia tra 10 anni sarà il Paese più bello del mondo, è la regina dell’alimentare). E gli immancabili musei di Firenze aperti la notte.

Ci permettiamo un sobrio e modesto consiglio: «Matteo fregatene, continua a parlare». Non ci saranno terremoti. Chi lo detesta, lo contesti e lo sfidi sul suo terreno. Ben vengano altri Renzi, se sono pronti. A destra, a sinistra, e anche al centro.

Elisabetta Gualmini


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lunedì 6 maggio 2013

Letta da Fazio-larghe-intese: i fidanzamenti impossibili di Enrico

Da La Stampa di oggi:

La prima settimana
e i fidanzamenti
impossibili di Enrico

Così Letta avvicina Pd e Pdl, e forse Merkel e Hollande


Una serata da Fabio Fazio è l’incoronazione: il capo del governo delle larghe intese, che è egli stesso una larga intesa fatta uomo, nella trasmissione che è da sempre la base culturale delle larghe intese. Dopo una settimana (scarsa) di lavoro ci voleva. Ed Enrico Letta è andato a Che tempo che fa a dire che non è più il momento di vessilli alzati e fazioni in lotta. «Insieme», ha detto. E «tutti insieme», o anche «tutti assieme». Per una «scelta di servizio». Ha ripetuto di essere diventato grande davanti all’immagine conciliatrice di François Mitterrand e Helmut Kohl mano nella mano a Verdun, la città di uno dei macelli della Prima guerra mondiale. Su e giù, alto-basso, come piace a lui nella sua personale larga intesa di ragazzo studioso diventato grande nell’improvviso drive-in degli Anni Ottanta: «Andate a Pisa a vedere l’ultimo muro dipinto da Keith Hering, si chiama Tuttomondo», ed è il trionfo variopinto delle diversità. Messe «insieme», naturalmente.

La garbatissima intervista di Fazio sarà un altro bacio in fronte al politico che, secondo i sondaggi dell’Swg, è oggi il più amato dagli italiani col sessantadue per cento dei favori, appena più di Matteo Renzi. Una contentezza vasta e diffusa, ed internazionale: da Jovanotti («finalmente un presidente del Consiglio della mia età») a Josè Manuel Barroso («Enrico Letta può rilanciare la speranza»). Sarà che come disse una settimana fa Luciana Littizzetto proprio a Che tempo che fa, Enrico Letta «ha la faccia del pediatra che viene a casa a rassicurare sulla salute del bambino». Sarà che lui è andato a Parigi a parlare con François Hollande e si sono presi mano nella mano, piccino uno e altissimo l’altro, proprio come Mitterrand e Kohl, e per motivi non così memorabili, piuttosto in un’immagine di dolcezza da scuola materna. La grande coalizione spirituale che risiede in Letta è capace di riproporre «tutti insieme» e «tutti assieme», prodianamente, e anche il superprodiano europeismo, con la giocosità berlusconiana, ma meno greve, nel segno del pollice e del mignolo alzati (pare sia il saluto di buon vento che si rivolgono i velisti) al primo vertice con la terribile Angela Merkel.

Anzi, ieri sera, colto da serena cupezza, Fabio Fazio non ha dato nemmeno modo al premier di tirare fuori la monelleria che è in lui, quello scambio di battute alla Camera, sui banchi del governo, con Fabrizio Saccomanni, il ministro dell’Economia: e lì Letta scoppia a ridere e crolla sul banco. È giovane, del resto. E non importa che in fondo Massimo D’Alema avesse soltanto due anni più di lui (49 a quasi 47) quando arrivò a Palazzo Chigi nel 1998. Letta è giovane perché va al Quirinale con l’utilitaria della moglie, perché un giorno sì e uno no cita l’Erasmus, l’esperienza di formazione per lui e i suoi coetanei che scoprirono «di avere altre case e altri Paesi». È giovane per l’interrail, e tutti quei confini a poco a poco venuti giù. È giovane perché la mattina in cui lo chiama Giorgio Napolitano sta portando i bambini a scuola. E perché ricorda l’insegnante di francese a Strasburgo rievocata nell’incontro con Hollande: i tempi della strepitosa e intima larga intesa di quando si conciliava lo studio dei testi di Jacques Delors con il divertimento serale, a cui accedeva con una certa responsabilità di beneducato ragazzo di provincia. Anche oggi l’andirivieni è incessante: Letta è colto e sa mostrarlo e nel discorso programmatico cita Nino Andreatta e il confiteor, ma è giovane, e qui e là tira fuori una citazione dal repertorio di Ligabue o di Fabrizio De Andrè.

Siccome bisognava «trovare una via d’uscita», chi meglio di Letta, che anche ieri sera si è comportato da nuova leva, ma anche esperta? Chi, se non lui, che si è confermato uomo di sinistra ma molto attento alle ragioni di destra? Chi, se non questo ragazzo avviato alla cinquantina, che parla con la consapevolezza dell’anziano di Imu ed esodati, Iva e cassa integrazione? Il fidanzamento è saldo, anche dopo ieri sera. E le aspettative sono alte, e simili ovunque, se pure Le Figaro ha visto in lui, dopo il vertice parigino, le qualità del largo intenditore: «E se una chiave della pacificazione tra Merkel ed Hollande si chiamasse Enrico Letta?». Ecco, una piccola, breve e incompleta settimana è trascorsa, ed è stata sufficiente perché Letta mostrasse le sue numerose e trasversali qualità.

domenica 5 maggio 2013

L'austerità rompe l'asse Parigi-Berlino

Traduciamo qui alcuni brani dell'illuminante articolo di Mora, Pérez, Gómez comparso sul País :


Per ora, l'unica cosa evidente è che l'asse franco-tedesco è diviso, ridotto in pezzi. Il motore d'Europa è inceppato. I vicini che si odiavano e che si riconciliarono sembrano stufi di comandare insieme. Hollande non si capisce con la Merkel e non si fida di lei. La Cancelliera non si fida delle riforme, delle intenzioni e dei dati della Francia socialista. E quel che è peggio, sembra che entrambi abbiano perso la speranza che tutto ciò possa cambiare.

Il segnale di allarme lo hanno dato i socialisti francesi, che in un progetto destinato a definire la politica europea della Francia per i prossimi anni hanno messo nero su bianco quello che quasi tutti pensano e quasi nessuno ha il coraggio di dire Merkel il "Cancelliere dell' austerità" rivela una "intransigenza egoista", ha forgiato "un'alleanza di circostanze con il Thatcheriano David Cameron", ma ciò che le intessa sono i risparmi dei depositi tedeschi, la bilancia commerciale di Berlino ( che a marzo ha stabilito un nuovo record, aumentando il surplus di 188.100 milioni di euro, dopo che nel 2012 ha esportato per 1,1 bilioni di euro) e le prossime elezioni.

"Se la politica europea non cambia, andiamo a una catastrofe politica", spiega Jean-Christophe Cambadélis, leader del Partito socialista (Ps) francese e coordinatore del documento sull'Europa. "Siamo l'unica area del mondo che ha passato cinque anni in recessione. La destra europea pone l'accento sulla competitività e fa un errore enorme: non saremo mai competitivi come l'India e la Cina, se vogliamo mantenere un livello di protezione sociale decente. La ricetta neoliberista ha generato una disoccupazione enorme, insopportabile per molte società. E dove non c'è disoccupazione, come in Germania, c'è il lavoro precario con stipendi di 400 euro ".

Secondo Cambadélis, la coppia franco-tedesca deve ritrovare l'equilibrio, ma è difficile nelle attuali circostanze di disuguaglianza. "Insieme abbiamo l'49% del PIL europeo, ma la Germania ha eccedenze e la Francia ha un deficit. Il grosso problema è che il Partito popolare europeo domina Europa, Stati membri e le istituzioni con una politica dogmatica, sulla base del modello tedesco, che sostiene che l'austerità conduce alla crescita e richiede solo una quota minima di solidarietà ".

È disposta la Francia a fare il salto verso l'unione politica che vuole la Germania? "La Germania vuole un federalismo fiscale. Francia, un federalismo solidale", dice Cambadélis. "I popoli non accetteranno più di cedere sovranità, se l'Europa non riscalda la caldaia con la solidarietà. Questo è l'unico modo per integrare. Il federalismo deve essere di andata e ritorno. In caso contrario, vince la disunione".

Quindi, l'intesa Parigi-Berlino sembra una chimera. Ma oltre le differenze ideologiche, c'è il fattore umano. Hollande si sente annullato dalla cancellieri. Negli ultimi mesi, la Merkel è riuscita a limitare, ritardare o abbandonare quasi tutti gli importanti accordi raggiunti nei vertici europei. Soprattutto quello del Giugno 2012, quando la Merkel accettò due idee francesi che avrebbero contribuito a migliorare l'economia reale: l'unione bancaria e i provvedimenti per la crescita ".

Un anno dopo, Hollande e il nuovo capo del governo italiano, Enrico Letta, hanno chiesto che al prossimo vertice di giugno si applichino gli accordi di allora: un segno della resistenza tedesca per le idee degli altri.

Sempre di poù lo scontro tra fede e ragione, e la filosofia del sacrificio allontanano la Germania dal resto d'Europa.