ebook di Fulvio Romano

lunedì 30 luglio 2018

Kinshasa 1974. Muhammad Alì re d’Africa

LA STAMPA

Cultura

la strategia vincente Contro il campione in carica, più giovane e favorito

Muhammad Ali re d’Africa

Kinshasa ’74, per sette round

incassa i colpi di Foreman,

all’ottavo lo manda al tappeto

Kinshasa. Zaire. Mobutu. Una capitale dell’Africa nera. Un Paese. Un dittatore. E con loro tutta l’America. E il resto del mondo. Con gli occhi puntati sul quadrato di un ring illuminato dai riflettori nel buio della notte al centro della giungla. Per un incontro di boxe? No. Per una sfida epica destinata a segnare per sempre non solo la «nobile arte» ma anche l’immaginario di chiunque quel 30 ottobre 1974 abbia assistito in diretta al Match del Secolo o abbia visto in seguito Quando eravamo re, il film documentario di Leon Gast uscito nel 1996 dopo ben 22 anni di gestazione su quella notte indimenticabile.

Alle quattro di notte

Sì, perché fu alle 4 di notte, in ossequio alle esigenze delle televisioni collegate innanzitutto con gli Stati Uniti e poi col resto del Pianeta, che su quel ring salirono George Foreman e Muhammad Ali. Foreman aveva 25 anni ed era il campione del mondo in carica dei pesi massimi. Ali di anni ne aveva 32 e quel titolo che gli era appartenuto lo voleva indietro. Un’impresa riuscita solo a Floyd Patterson, prima di allora. E giudicata quasi impossibile dai bookmaker, che davano per scontata la vittoria di Foreman, e dalla maggior parte dei commentatori: non solo perché Foreman, un’autentica macchina da guerra degna di un Achille dall’ira funesta, aveva sette anni in meno dello sfidante ed era all’apice della carriera pugilistica, ma anche per una malcelata insofferenza nei confronti di quel negro che non sapeva stare al suo posto, e che dopo essersi rifiutato di partire soldato per la guerra del Vietnam si era convertito all’islam rifiutandosi di portare ancora il nome da discendente di una stirpe di schiavi che si era ritrovato alla nascita in quel di Louisville, ovvero Cassius Clay. 

«A certi non piaccio perché sono un uomo nero che si batte per la sua gente», aveva detto dopo aver conquistato per la prima volta il titolo mondiale battendo Sonny Liston a Miami. Era il 25 febbraio 1964, e il giorno dopo Cassius Clay aveva cambiato nome e fede religiosa. La decisione di non partire per il Vietnam gli era costata nel 1967 la revoca del titolo e l’arresto, nonché la radiazione dall’albo pugilistico, a cui era stato riammesso solo nel 1970. «Non sono andato in Vietnam perché credo che ognuno abbia il diritto di vivere in pace a casa sua. Non vedo perché anche uno solo dei neri americani privati della loro terra avrebbe dovuto andare a combattere contro chi stava tentando di difendere la propria terra».

Tutto lo stadio dalla sua parte

Ma dopo il ritorno sul ring Ali aveva perso al Madison Square Garden contro Joe Frazier e poi anche contro Ken Norton, due sconfitte che erano sembrate ai più l’inizio del suo viale del tramonto. E la maggior parte degli scommettitori, americani e non, quella notte puntò su Foreman, soprannominato Big George per le sue doti di picchiatore, ma anche Zio Tom dopo che alle Olimpiadi di Città del Messico del 1968 aveva sventolato sul podio una bandierina americana, gesto che alla popolazione nera degli Stati Uniti era parso una chiara presa di distanza rispetto alla protesta degli sprinter Tommie Smith e John Carlos, passati alla storia per aver alzato il pugno chiuso delle Black Panthers al momento della loro premiazione.

Fu così che il match di Kinshasa si attirò l’attenzione del mondo mesi prima che venisse disputato: ma non solo perché avrebbe potuto sancire la definitiva uscita di scena di Ali o per le questioni politiche che dividevano i due pugili afroamericani. Don King, alla sua prima esperienza in veste di organizzatore di un incontro di boxe, aveva fatto firmare ai due un contratto che prevedeva una borsa di 5 milioni di dollari. Soldi che lui non aveva, e che lo avevano costretto a cercarsi uno sponsor importante. Mobutu, ansioso di fare pubblicità a sé stesso e al suo Zaire, si era rivelato il partner ideale.

Così, durante quell’estate del 1974 in cui la Germania Ovest di Beckenbauer aveva vinto il suo secondo titolo mondiale battendo l’Olanda di Cruijff, Ali e Foreman si erano allenati duramente per mesi nel Paese africano, in modo da abituarsi al clima tropicale. E tra una corsa sotto il sole e una scarica di pugni al sacco Ali non aveva mancato di lanciare continue provocazioni all’avversario, riuscendo a portare dalla sua la popolazione locale. Quando i due, alle quattro di quella notte, salirono sul ring, la folla presente allo stadio Tata Raphäel urlava «Ali Bomaye!». «Significa “Ali uccidilo”», spiegò agli americani il commentatore Bob Sheridan, The Voice of Boxing. 

Pugni micidiali

Muhammad Ali iniziò il match inaspettatamente, attaccando Foreman, che però superato il disorientamento iniziale già alla fine del primo round cominciò a picchiare duro com’era nel suo stile. Ali comprese che se avesse tentato di rispondere colpo su colpo, il giovane avversario lo avrebbe sfiancato. Allora, a partire dal secondo round, cambiò completamente tattica: si appoggiò alle corde del ring, e senza quasi opporre una qualche difesa prese a subire passivamente i pugni micidiali dell’altro. Superò in questo modo anche il terzo round, quello in cui fino a quell’incontro nessuno in precedenza era riuscito a non farsi mettere ko da Foreman. E continuò a incassare in una drammatica dimostrazione di stoicismo per il resto del match, oltretutto beffandosi del campione del mondo in carica: «Ehi, mi avevano detto che sapevi picchiare più forte».

Mai nessuno così

Foreman, esasperato dalla resistenza dell’avversario e dalle sue provocazioni, continuò a picchiare con furia ancora maggiore. Ma così facendo, ripresa dopo ripresa, poco per volta si stancò al punto da non essere capace di parare i colpi che Ali aveva ripreso a sferrargli, colpendolo prima sul collo, dopo essersi appoggiato a lui, e poi sul volto. Al quinto round Foreman sembrò incerto sulle gambe. Al sesto, in quel caldo tropicale, era ormai stanchissimo. Fu all’ottavo round che Alí si staccò dalle corde per colpire Foreman prima con un gancio sinistro e poi con un diretto al viso. Per un lunghissimo istante Foreman si immobilizzò. Quindi barcollò attraverso il ring e si schiantò sul tappeto. 

Nessuno prima di quella notte che nel frattempo era diventata mattina aveva esibito una tale capacità di resistenza in un incontro di boxe, e una simile abilità strategica. Muhammad Ali, colui che sapeva danzare sul ring come una farfalla, aveva incassato centinaia di colpi alle reni e alla testa senza dare alcun segno di cedimento. Quando nel 1997 ricevette l’Oscar per When We Were Kings, ormai vittima del morbo di Parkinson, fu proprio Foreman ad aiutarlo a salire sul palco hollywoodiano. «L’ho odiato per una vita, ma poi ho capito che quella notte fu lui il più grande», ammise Big George.

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Giuseppe Culicchia