martedì 25 ottobre 2016

L’Appendino all’esame della cultura

LA STAMPA

Cultura


In democrazia, chi vince ha il diritto, ma pure il dovere, di governare. Tra i diritti, quello di essere giudicati senza pregiudizi politici o avversioni culturali. Tra i doveri, quello di rappresentare anche coloro che non hanno contribuito all’elezione. 

A metà dello scorso giugno, Chiara Appendino, candidata a Torino dal Movimento 5 Stelle per la poltrona di sindaco, batté clamorosamente al ballottaggio Piero Fassino, con il 54 per cento dei voti contro il 45. Sono passati quasi 5 mesi da quelle elezioni e, in città, si sta diffondendo una certa inquietudine. Milano continua la sua incalzante campagna acquisti in terreno torinese e, dopo il «Salone del libro», sottrae alla capitale subalpina anche l’appuntamento che, il prossimo anno, doveva proseguire la collana di successi delle mostre sull’impressionismo, quella su Manet. Nel frattempo, non si intravedono i contorni di quel piano alternativo della nuova sindaca e della sua giunta rispetto al progetto di sviluppo culturale e turistico che costituiva uno dei capisaldi della trasformazione che la città e la sua immagine ha avuto nel recente passato.

Lo scontro tra Chiara Appendino e Patrizia Asproni, la presidente dimissionaria della Fondazione Torino Musei, al di là dello stucchevole rimpallo sulle responsabilità di incontri mancati, è esemplare per comprendere i contorni di una situazione imbarazzante e preoccupante. Quel diritto e dovere di governare, appunto, può implicare la decisione di sostituire, da parte di un sindaco, manager delle principali istituzioni cittadine nominati da precedenti amministrazioni, espressioni di linee politico-culturali che non si condividono e con i quali, perciò, non si possa pensare possibile una collaborazione efficace e leale. È vero che la Fondazione non ha come unico referente il Comune, ma anche la Regione e le due principali banche cittadine, ma è ovvio che il rapporto di fiducia con Appendino è fondamentale per poter gestire un ruolo così determinante in città.

Ecco perché il ritardo e il pasticcio dei pretesti con i quali, da una parte, si sono sollecitate le dimissioni di Asproni e, dall’altra, si è denunciata la responsabilità della sindaca per la perdita della mostra di Manet costituiscono, soprattutto, l’allarmante sintomo di un vuoto di iniziative concrete e di una mancanza di chiarezza sui progetti della nuova giunta torinese.

È certamente significativo che proprio sulla cultura l’amministrazione Appendino segni il passo e che la scelta di un assessore come Francesca Leon, a cui sono state sottratte competenze importanti, sia indicativa di una perniciosa confusione delle responsabilità. Quel «sistema Torino» contro cui, in campagna elettorale, la candidata sindaca pentastellata si era scagliata, raccogliendo i consensi trasversali di tutti coloro che se ne sentivano esclusi, aveva proprio nella cultura la sua punta di diamante. Fassino si era speso personalmente per rendere attrattiva la città, puntando a uno sviluppo culturale i cui ritorni turistico-commerciali, tra l’altro, sono stati in questi anni evidenti.

Appendino, legittimamente, non punta solo ai cosiddetti grandi eventi culturali per il futuro di Torino, né ritiene necessario che sia lo stesso sindaco e una specifica fondazione a progettarli e a procurare gli sponsor finanziatori. A parte il fatto che i benefici di uno sviluppo culturale non si possono misurare solo sulle conseguenze economiche che ne conseguono, non si avverte, però, dalla nuova giunta, l’indicazione e, soprattutto, la realizzazione almeno dei primi passi di una visione alternativa che possa sostituire gli effetti di un cambiamento dell’immagine di Torino che tutti coloro che arrivano in città riconoscono e apprezzano.

La rapacità e la rapidità con la quale Milano azzanna pezzi importanti di quel «puzzle» culturale e turistico costruito in questi anni a Torino non consentono esitazioni, incertezze, confusione di idee. Occorre che alle mosse milanesi Torino risponda con altrettanta rapidità e altrettanta determinazione, individuando quelle che possono essere le tappe di un percorso culturale, magari diverso, ma che assicuri lo stesso successo del passato. La città ha tutte le risorse per riuscirci, facendo appello anche a quella società civile che, negli ultimi tempi, sembra aver dimenticato l’importanza del suo apporto per lo sviluppo di Torino. 

Il «caso» della cultura in città è il segnale di una impressione che riguarda anche altri campi di intervento, o di mancato intervento, della nuova giunta. Il tempo del rodaggio è finito, come quello dello studio dei problemi. In estate, il sole è alto e l’ombra, quella della Raggi, offre un rassicurante rifugio. Ma è arrivato l’autunno e le ombre si allungano. Speriamo non fino a Torino. 

Luigi La Spina


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