ebook di Fulvio Romano

sabato 2 agosto 2014

Piogge e temperature di Luglio 2014 in un solo grafico


Le previsioni per il Ponente ligure nei prossimi giorni


Previsioni per Cuneo prossimi giorni


Ebola, l'Africa torna al medioevo

LA STAMPA

Cultura

Ebola, l’Africa torna al Medioevo

Un virus spietato come quello di Ebola - che sta imperversando nell’Africa occidentale con una violenza mai vista prima - s’incarica di ricordarci, in pieno XXI secolo a che punto fosse grande, negli Anni Settanta, la presunzione e l’orgoglio, l’hybris, frutto dell’eradicazione del vaiolo e delle vittorie sulla poliomielite.

Ma anche quanto incauto fosse l’ottimismo su un futuro asettico e libero da minacce epidemiche e malattie contagiose.

A mettere in crisi le certezze ha cominciato, nei primi Anni Ottanta - proprio mentre l’Organizzazione mondiale della Sanità annunciava l’ambizioso progetto «Salute per tutti nell’anno Duemila» - una malattia virale del tutto «nuova», l’Aids che, inaspettata e imprevista, compariva sulla scena, rovesciando un ordine medico-sanitario che si pensava stabile nella società del benessere e mettendo in crisi l’enorme sapere - potere della Medicina, impotente a curarla. E’ stata poi la volta di varie infezioni virali alle nostre latitudini e ad altre, mai abbastanza lontane in un mondo globalizzato: il corona-virus della Sars; l’influenza aviaria in Oriente, frutto dell’incontro tra l’uomo e quei serbatoi o vettori d’infezione che sono, a volte, gli animali. Sarebbero animali della foresta come i pipistrelli della frutta, scimpanzé e scimmie ad ospitare il virus della febbre emorragica Ebola in Africa, che da tempo occupa un posto nell’immaginario globale come una fucina di malattie epidemiche. Un virus spaventoso per diverse ragioni, a parte la mancanza di vaccini e farmaci e la possibilità che inquieta il governo Usa sul suo possibile uso come agente di bioterrorismo. Una riguarda il mistero che lo circonda e la scarsissima conoscenza su cui si può contare, comprese le sue origini. Un’altra, davvero preoccupante, è la scarsa e indebolita capacità degli organismi sanitari internazionali nel fronteggiare questa terrificante epidemia che, in queste settimane, sta facendo riemergere, nel terzo millennio, il Medioevo della Morte nera nel cuore dell’Africa.

Così come avveniva intorno ai villaggi italiani investiti dal fuoco del contagio, dove uomini armati sparavano a vista su chi tentava di penetrare nei centri abitati, nel timore che portasse il contagio, in queste ore, ragazzi e uomini, armati di machete e bastoni minacciano le squadre delle agenzie umanitarie e gettano sassi sulle automobili della Croce Rossa, dei medici e dei rappresentanti di enti di beneficenza stranieri, sospettati addirittura di diffondere la malattia, come, del resto, i governi e i funzionari pubblici, in alcuni Paesi come Sierra Leone. Immagini drammatiche che potremmo immaginare come scene d’apertura di uno dei tanti film apocalittici in cui un virus killer minaccia la sopravvivenza stessa della civiltà, seminando terrore e panico. Ma nei Paesi in cui l’epidemia di Ebola uccide in modo brutale e veloce non si sta girando un film. I timori sulla mancanza di controlli sanitari in Africa e sui movimenti attraverso frontiere e Paesi si stanno diffondendo: questa emergenza va affrontata, con una maggiore collaborazione internazionale e con tutte le parti interessate, riconoscendo la natura globale della minaccia e la moltitudine di fattori che vi contribuiscono.

Eugenia Tognotti


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Argentina, il default è realtà

LA STAMPA

Economia

scontro al tribunale di new york. Il giudice: «buenos aires continua a dire mezze verità»

Crisi dell’Argentina,

il default ora è una realtà

Deciso il pagamento dei Cds, che assicurano contro il rischio di fallimento

Il nuovo crac dell’Argentina è ufficiale e questo provoca (fra le varie conseguenze) anche il pagamento dei cosiddetti «credit default swap», cioè delle coperture che gli investitori comprano per proteggersi dall’eventuale fallimento di un emittente di bond. Questo significa che sta per passare di mano circa un miliardo di dollari.

A decretare l’evento è stato ieri l’International Swaps and Derivatives Association (Isda), un’istituzione composta da banchieri, trader e gestori di fondi (e di cui fa parte, curiosamente, anche Elliott Management, uno degli hedge fund con cui Buenos Aires non ha trovato un accordo sul debito). Tecnicamente, l’Isda ha sentenziato ieri che si è verificato il cosiddetto «credit event» che certifica il crac. L’istituto definisce questa circostanza come «l’incapacità del soggetto che ha emesso bond di effetturare, quando e dove è previsto, qualsiasi pagamento in un ammontare aggregato non inferiore al pagamento richiesto in base a uno o più obblighi».

I contratti cds sul debito argentino ammontano a 20,7 miliardi di dollari, ma la sentenza dell’Isda riguarda solo 1,04 miliardi di dollari di contratti. Buenos Aires diventa il primo paese dopo la Grecia nel 2012 a far scattare i cds.

Lo scorso 30 luglio, in mancanza di un’intesa con gli hedge fund, l’Argentina non ha potuto onorare i propri impegni con alcuni creditori, finendo appunto in default.

Il crac avrà infinite conseguenze legali. Ieri a New York c’è stato un botta e risposta fra il giudice Thomas Griesa e l’Argentina. Griesa bacchetta Buenos Aires per le asserite «affermazioni fuorvianti» e chiede al Paese fallito di collaborare con il mediatore. La risposta di Buenos Aires: «Siamo aperti al processo di dialogo ma non abbiamo più fiducia nel mediatore Daniel Pollack». Il giudice americano ascolta ma respinge le lamentele argentine: Pollack resta, non sarà sostituito.

Secondo il giudice, Buenos Aires «deve smettere di raccontare mezze verità», e incalza: «Le affermazioni dell’Argentina sul voler pagare i suoi debiti si riferiscono solo ai titolari di bond che hanno aderito al concambio».

luigi grassia


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Morta la Fiat, W la Fca! Ma Marchionne non convince l'8% degli azionisti.

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Economia

Sì alle nozze Fiat-Chrysler, nasce Fca

Gli azionisti votano a favore. Marchionne: tra 5 anni ricavi per più di 130 miliardi e 7 milioni di auto vendute

Via libera alla fusione di Fiat con Chrysler e alla nascita di Fca, il settimo gruppo automobilistico mondiale, con 4,7 milioni di auto vendute nel mondo. Gli azionisti Fiat, al termine dell’assemblea straordinaria, l’ultima che si tiene a Torino, approvano l’operazione a maggioranza, con oltre l’84% dei votanti (contrario l’8% del capitale). «E’ solo l’inizio - commenta un John Elkann visibilmente soddisfatto - Voglio dire che chi rimarrà azionista, come rimarrò io, avrà grandi soddisfazioni».

Sergio Marchionne, che dieci anni fa raccolse il timone di un’azienda sull’orlo del fallimento, evoca scenari epici: «Conosciamo la tempesta, l’abbiamo attraversata e ne siamo usciti vivi e temprati». Poi, rivolto agli azionisti: «Non ci accontentiamo di essere mediocri. Questa è un’azienda che può e deve puntare in alto. Il progetto Fca apre un futuro nuovo per la nostra azienda». E spiega: «L’obiettivo è fare di Fca, in cinque anni, un’azienda con ricavi superiori a 130 miliardi di euro, un utile operativo di circa 9 miliardi, tre volte a quello dell’anno scorso, e un utile netto di 5 miliardi, più di cinque volte quello dell’anno scorso». Sostiene, ancora, l’amministratore delegato: «Ci siamo posti il traguardo di 7 milioni di vetture vendute all’anno, aprendoci la possibilità di guadagnare almeno un’altra posizione nella classifica globale dei principali costruttori di automobili».

Per la verità c’è, almeno sulla carta, la possibilità che la fusione possa non andare in porto. Tra le condizioni per il successo dell’operazione c’è il limite di 500 milioni di euro all’esborso di Fiat per pagare il diritto di recesso agli azionisti che lo rivendicassero. «Il rischio che la fusione tra Fiat e Chrysler salti c’è. Non ho mai cercato di negarlo, ma è totalmente gestibile», dice Marchionne. «Non lo vedremmo come un fallimento, siamo fiduciosi - aggiunge Elkann - Il fatto che l’8% degli azionisti abbia votato contro la fusione non implica che tutta questa percentuale si traduca in recesso». Ancora l’ad di Fiat Chrysler: «Il diritto di recesso si potrà esercitare entro 15 giorni dalla pubblicazione del verbale dell’assemblea. L’azienda può riposizionare le azioni oggetto del recesso con un diritto di prelazione offrendole ad altri azionisti. Si saprà tutto tra 60 giorni. Se dovesse andare male ci torneremo in un momento migliore, ma sia io, sia John, siamo convinti che non succederà».

Ora si apre la strada per arrivare entro ottobre alla quotazione a Wall Street di Fca che avrà sede legale in Olanda e domicilio fiscale a Londra. «Non stiamo lasciando l’Italia - insiste Marchionne - siamo sempre qui. Continueremo a essere protagonisti. L’impegno resta immutato, non ridurremo le nostre attività industriali. Rispetteremo l’impegno per il rientro di tutti i dipendenti nelle fabbriche italiane. Fateci lavorare in maniera molto silenziosa, le cose le faremo». Quindi boccia l’ipotesi incentivi alle auto del ministro Maurizio Lupi («Drogano il mercato») e invita il premier Matteo Renzi «ad andare avanti senza guardare in faccia nessuno» sulla strada delle riforme.

Nel consiglio di amministrazione di Fca, in carica quando la fusione sarà operativa, accanto a Elkann, Marchionne, Andrea Agnelli, Tiberto Brandolini d’Adda, Glenn Earle, Valerie A. Mars, Ruth J. Simmons, Ronald L. Thompson, Patience Wheatcroft, Stephen M. Wolf ed Ermenegildo Zegna non ci sarà Luca Cordero di Montezemolo, presidente della Ferrari. «Il consiglio ha una componente Fiat e una Chrysler e rispetta i vincoli di indipendenza, genere, nazionalità e competenze professionali - dice Elkann - Siamo così arrivati a una composizione ottimale». Nel capitale Fiat spunta People’s Bank of China con il 2%. «La conferma - commenta il presidente - di come Fca sia in grado di attirare investitori da tutto il mondo».

I vertici del Lingotto confermano i programmi annunciati a suo tempo. «Stiamo attrezzando Mirafiori per produrre il suv Maserati Levante - racconta il manager italo canadese - Dovrà uscire a fine 2015. Stiamo facendo gli ultimi calcoli. Quanto a Cassino, procedono i lavori di ristrutturazione, inizieremo una nuova produzione, ma non vi dico di cosa». Tutti però pensano alla nuova Alfa Giulia con la quale dovrebbe partire la riscossa del Biscione sul difficile terreno dei segmenti premium. Tra i capitoli aperti quello delle alleanze. Vendere ai tedeschi? «Mai - taglia corto Marchionne - Abbiamo messo una vita intera per creare questa realtà. Io non comprerei né una Volkswagen né una Peugeot, solo vetture del gruppo».

teodoro chiarelli


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Mai così pochi in spiaggia. Sfumati 400 milioni di euro

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Italia

L’estate nera del turismo

Mai così pochi in spiaggia

Presenze giù fino al 70%. Si salvano solo Sicilia, Sardegna e Veneto

Brutto tempo, ombrelloni chiusi e casse vuote. Tra giugno e luglio in tutta Italia i giorni di pioggia e freddo hanno superato di gran lunga quelli di sole: i primi a pagare il conto di un’estate che proprio non vuole saperne di iniziare sono i gestori di bagni e stabilimenti. Secondi i dati raccolti dal Sindacato italiano balneari, che raccoglie più di 10 mila operatori del settore, il calo delle presenze nelle spiagge italiane sfiora il 70 per cento, con i risultati peggiori in Campania e Marche, seguite a stretto giro da Liguria e Toscana, dove i bagnanti sono la metà dello scorso anno. Se la cavano solo Sicilia e Sardegna, con un calo del 15 per cento e il Veneto, che può contare su una piccola ripresa del turismo in arrivo da Austria e Germania.

Tradotto in soldoni, si parla di 400 milioni di euro sfumati e circa 50mila lavoratori giornalieri rimasti a casa. Niente spiaggia, niente bagnini, animatori, parcheggiatori, aiuti in cucina e addetti alle pulizie: un piccolo esercito di stagionali, con contratto a chiamata oppure pagati con i voucher, costretta a restare con il naso all’insù, in balia del meteo.

Un’estate nera per il turismo italiano, già messo a dura prova dalla crisi: gli italiani che vanno in vacanza sono passati dai poco meno di 30 milioni del 2008 ai 18 milioni stimati per quest’anno, con un calo del 40 per cento.

Dalla Liguria alla Campania gli operatori del settore non possono far altro che consultare le previsioni, se non per tornare agli incassi degli anni precedenti, almeno per riuscire a coprire i costi e, in alcuni i casi, anche i danni alle strutture provocati dal maltempo.

«Non possiamo che confidare nel bel tempo, anche se ormai la stagione è andata - commenta Vincenzo Santo, presidente del Sib di Caserta -. Un piccolo aiuto arriverà in ogni caso, per quest’anno non dovremmo pagare l’addizionale regionale per la concessione del suolo, raddoppiata due anni fa e ora bloccata da un ricorso al Tar».

Le stanno provando tutte per non affondare, comprese offerte e promozioni per lettini e ombrellone: dal 3 per 2 alle cabine condivise, al 50 per cento di sconto per chi arriva alle 14. Il presidente delle Marche Gian Mario Spacca, ad esempio, ha addirittura chiesto ai comuni di prorogare la stagione balneare, bel tempo permettendo, mentre il sindaco di Pesaro Matteo Ricci già nei giorni scorsi ha lanciato una campagna per portare i turisti in città fino all’inizio di ottobre. «Useremo i soldi risparmiati dal taglio dei dirigenti comunali per organizzare serate ed eventi anche a settembre - spiega -, così da mantenere viva la città e continuare ad attirare i turisti. Sono già pronti 50 mila euro, sono certo che funzionerà».

Sembrano invece molto meno ottimisti gli operatori del settore. «Anche se fosse il più bel settembre di sempre, non servirebbe a nulla - commenta Graziano Giannessi, vice presidente nazionale della Sib -. Il nostro mestiere ha tempi precisi, la stagione finisce con l’inizio delle scuole. Non ci resta che sparare nel sole».


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Graduatorie insegnanti del Nord invase dai precari del Sud... Scuole nel caos

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Italia

Scuole nel caos

Le graduatorie

sconvolgono il Nord

Boom di richieste di insegnanti del Sud Italia

E chi confidava nel posto ora si ritrova in fondo

La bomba in tutto il Centro-Nord è scoppiata alla vigilia del weekend che dà il via alle grandi vacanze. Nelle graduatorie provinciali fresche di pubblicazione, da cui saranno attinti a breve i docenti da immettere in ruolo, gli insegnanti già in attesa si sono ritrovati sorpassati.

Sorpassati di decine e decine di posizioni dai precari del Sud con punteggi altissimi. I casi non si contano. A Lucca nelle graduatorie della scuola dell’infanzia le prime 200 posizioni sono state occupate da «fuori provincia», nell’altrettanto piccola Mantova la situazione è analoga.

A Torino capita, per esempio, che la maestra elementare che occupava il primo posto nei vecchi elenchi, sia finita al 69° posto, superata da 68 colleghi che hanno scelto il capoluogo piemontese per «tentare la sorte». In quella stessa graduatoria, sulle prime 105 posizioni, ha rilevato la Cisl Scuola, 101 sono state occupate da maestre che provengono, nell’ordine, da Sicilia, Calabria e Campania. Le insegnanti che erano al secondo, terzo e quarto posto (magari già arrivate dal Sud anni fa, ma con la gavetta fatta al Nord) - posizioni blindate per le assunzioni a tempo indeterminato delle prossime settimane -, si sono ritrovate rispettivamente al 77°, 95° e 105° posto.

Gli esiti dell’esodo lungo la penisola non sono diversi nella scuola media e nelle classi di concorso delle superiori. Per discipline come Educazione Artistica, slittare dal primo al decimo posto significa veder sfumare il sogno del posto di ruolo per anni e anni. «In certi casi, come Filosofia, scendere di dieci posizioni se eri secondo significa disperarsi: entra un docente l’anno», spiega Teresa Olivieri, segretaria della Cisl Scuola di Torino, che ieri ha ascoltato decine di insegnanti sull’orlo della crisi e oltre.

«Questa è veramente la guerra tra poveri, con conseguenze devastanti. Tutti sono lavoratori precari, tutti con gli stessi diritti, però non è possibile continuare a cambiare le regole in corsa - denuncia Olivieri -, in questo modo non ci sono più certezze. Meglio sarebbe allora fare una graduatoria nazionale...».

L’accaduto parla di un’ennesima vicenda «all’italiana». «Al tempo del ministro Fioroni - spiega la sindacalista - le graduatorie permanenti erano state dichiarate “a esaurimento” per passare a nuove modalità di reclutamento. Questo aveva significato bloccarle e non consentire più lo spostamento dei docenti da una provincia all’altra. I ricorsi, però, sono stati tanti e tanti vinti». Tre anni fa, all’ultima revisione degli elenchi, i fuori provincia sono finiti «in coda»: altri ricorsi. «Così questa volta si è consentito il trasferimento. Internet ha fatto il resto, con siti che aiutavano a capire su quale provincia puntare». A sperare di partire verso Torino, Milano, la Toscana, l’Emilia, Roma sono i tanti precari che negli ultimi anni hanno visto i loro posti da supplenti occupati dai colleghi che la riforma Gelmini - soprattutto alla primaria, con l’eliminazione del sistema «a modulo», tre insegnanti su due classi - ha trasformato in «perdenti posto». Non solo. «Negli ultimi tre anni il ministero ha avviato un riequilibrio, ridefinendo gli organici di diritto in funzione del numero degli studenti: il Sud in passato aveva avuto un certo vantaggio», spiega Olivieri.

«Comunque quella che si è creata è una situazione ingiusta - dice Lorenza Patriarca, responsabile dei dirigenti scolastici Uil -, chi fa la gavetta in una provincia deve anche avere la possibilità di lavorarci: chi entra in una graduatoria dovrebbe rimanere in quella».

Fabio Albanese

Maria Teresa Martinengo


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Maltempo e Riviera di Ponente: a luglio il 45% di presenze in meno

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Imperia

turismo maltempo e crisi economica hanno duramente colpito il settore

Un’estate da dimenticare

il pianto dei bagni marini

Borgo: “Problemi anche per ristoratori, hotel e negozianti”

Savona o Imperia, la musica non cambia, è un’estate da dimenticare e nemmeno un agosto da record potrebbe riassestare la situazione: maltempo e crisi economica hanno messo in ginocchio il settore del turismo.

«Ho trascorso tutte le mie estati a Savona ma un’estate deludente come questa non l’avevo mai vista. Anzi, l’estate deve ancora cominciare». A dirlo è Enrico Schiappapietra, presidente savonese dei bagni marini, che registra il pesante calo del turismo, in particolare in Liguria, con la complicità, quest’anno più che mai, del “dittatore” meteo.

I dati relativi a Savona e Imperia parlano chiaro: «Rispetto all’anno scorso, registriamo a Savona un calo di presenze del 35/40% nel mese di giugno e del 45% nel mese di luglio». Non dorme sonni più tranquilli l’Imperiese, dove nel mese di luglio, anzi, la perdita è ancora più sensibile: «Abbiamo registrato - dicono - un calo di affluenze del 40% a giugno, ma per quanto riguarda luglio si tratta esattamente del 50% in meno». Senza dubbio la colpa va imputata soprattutto al sole, che quest’anno sembra proprio indeciso e più estate è sembrata una dispettosa primavera. «Certo - ammette Schiappapietra -, al di là del maltempo, ha fatto la sua parte sicuramente anche la crisi economica, ma quella bisogna dire che c’era già l’anno scorso», Nessuna «lunga estate caldissima”, dunque, come cantava invece Max Pezzali, difficile prevedere se ad agosto potremo indossare finalmente il costume da bagno con una buona continuità. «E’ complicato fare delle previsioni a lungo periodo - continua Schiappapietra -. Tuttavia, speriamo davvero che si decida a spuntare il sole. Riponiamo le ultime speranze in agosto».

I dati ci dicono come in Italia siano Campania, Marche e Toscana e, appunto, la Liguria, le più colpite da questo calo, specie in questo luglio di tregenda, il meno c’è stato anche al Sud, ma in maniera molto più modesta. Ad essere interessata è tutta la filiera del turismo: «Meno clienti a spiaggia vuol dire tavoli vuoti nei ristoranti, camere libere negli alberghi, merce  non venduta nei negozi», osserva Riccardo Borgo, presidente del Sib (Sindacato italiano balneari), che poi evidenzia anche come sia stato colpito il personale giornaliero a chiamata: «Stimiamo che almeno 50 mila persone, tra cui molti universitari che lavorano d’estate per pagarsi gli studi, a giugno e luglio siano rimasti disoccupati».

denise giusto



Il terzo luglio più piovoso dal 1877...

LA STAMPA

Cuneo

Il bilancio meteo nel capoluogo provinciale

In un mese 153 millimetri di pioggia

È stato un luglio fresco e piovoso, a tratti tempestoso, ma se lo confrontiamo con i dati storici, non del tutto eccezionale. Più che la temperatura media, che è stata con 20,5° la più bassa da 14 anni, è la quantità di precipitazioni a sorprendere: i 153 millimetri di pioggia osservati a Cuneo a luglio sono superati - nella secolare serie storica della città capoluogo - solo dai 255 mm del 1906 e dai 200 mm del 1932.

È vero che un risultato analogo a quello di quest’anno venne registrato nel 2002 (152 mm), ma la temperatura media finale (21,1°) fu di più di mezzo grado superiore all’attuale e in linea con la media storica del mese che, per Cuneo, risulta dal 1877 di 21,2°. Se vogliamo continuare con le classifiche delle temperature dei luglio delle ultime 30 estati, quello del 2014 si colloca al quinto posto, superato da quelli del 2000, 1996 e 1986 (20,3°), del 1993 (19,9°), mentre è il luglio 1981 a detenere il record assoluto del «freddo» con 17,9°. Quel 1981 concludeva un decennio di estati deludenti, segnate più che da piogge insistenti dalle ricorrenti incursioni settentrionali fredde e secche che portarono la temperatura media del periodo a 19,9°, quasi un grado e mezzo sotto la norma.

Da allora le colonnine dei termometri cominciarono a salire, inarrestabili nel mese più caldo dell’estate (a Cuneo luglio batte agosto di 0,7 gradi), facendo registrare prima 21,3° (decennio 1981-’90), poi 21,8° (1991-2000), infine 22,8° nel 2001-2010. Dal 2011 - con l’imporsi delle incursioni atlantiche estive - sembra di ritornare ai valori di vent’anni fa, con una media di 21,8° che si accompagnano a valori pluviometrici (70 mm di media) simili a quelli delle piogge estive del decennio 1951-1960. Presto per dire che si tratti dell’inizio di un’inversione di tendenza, ma nel Nord Ovest sembra che dal 2008 si stia affermando una sorta di piccolo «raffreddamento locale», fatto di temperature più fresche, a macchia di leopardo, e di piogge più intense.

romano.fulvio@libero.it

FULVIO ROMANO


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Langhe e Roero: un po' di sole, sennò vendemmia a rischio...

LA STAMPA

Cuneo

“Alle uve serve un po’ di sole

altrimenti saranno guai”

Tra i produttori cresce la preoccupazione per la vendemmia

La vendemmia è ancora lontana, ma tra i filari di Langa e Roero cresce la preoccupazione. La situazione meteo delle ultime settimane, caratterizzata da piogge abbondanti ovunque, rare ondate di caldo e bruschi cali delle temperature, sta mettendo in grande difficoltà i produttori nella gestione dei vigneti.

Il rischio maggiore è quello legato a funghi e malattie, contro le quali si stanno moltiplicando i trattamenti: per difendersi dalla peronospora, ad esempio, c’è chi ne ha già fatti una decina, contro i cinque degli anni normali. Il che vuol dire costi enormi per le aziende e surplus di lavoro per tenere a bada la vegetazione con la potatura verde e la sfogliatura, concentrando lo sviluppo nei grappoli. «Per ora nulla è compromesso, ma c’è bisogno che ad agosto splenda finalmente il sole» dice Gianluigi Biestro, direttore dell’associazione Vignaioli Piemontesi che riunisce 41 cantine cooperative e oltre 500 aziende vitivinicole singole in tutta la regione.

Il responsabile tecnico della Vignaioli, Daniele Dellavalle, entra nel dettaglio. «Per fortuna - spiega - l’annata fino a poco tempo fa è stata precoce, grazie a un inverno mite e a un’ottima primavera che hanno consentito alle viti di svilupparsi bene nella prima fase. Ora l’annata è rientrata nella media e si prevede che le prime uve moscato possano essere pronte tra la fine di agosto e l’inizio di settembre, con un buon livello qualitativo e quantitativo. Ma c’è bisogno di un’estate vera, altrimenti tutto rischia di essere compromesso».

Il moscatista Romano Dogliotti, di Castiglione Tinella, non ricorda un luglio così piovoso negli ultimi cinquant’anni. «Per fare una previsione sulla vendemmia, ci vorrebbe la sfera di cristallo, perché tutto dipende non solo dal tempo di agosto, ma anche di settembre. A noi non importa ritardare l’inizio del raccolto, se ciò servirà a portare a completa maturazione le uve. Nonostante tutto, i grappoli finora sono sanissimi e chi non ha risparmiato sui trattamenti potrebbe ottenere ottimi risultati».

Ma non c’è solo il meteo a creare apprensioni tra i produttori di vino. «Anche il mercato va monitorato e gestito costantemente - dice Biestro -. Stiamo cercando di farlo con le modifiche di alcuni disciplinari e con il controllo delle rese, magari utilizzando il sistema del blocage-deblocage come sta avvenendo con successo con l’Asti spumante e con il Gavi. Il Barolo ha rafforzato la sua posizione sul mercato e l’Arneis ha messo in campo alcuni accorgimenti utili. Stiamo cercando di fare altrettanto per Barbera e Dolcetto, che continuano a mostrare segni di debolezza».

ROBERTO FIORI