ebook di Fulvio Romano

mercoledì 26 ottobre 2011

METEO E TRADIZIONI NEL PONTE DEI SANTI


E' una spruzzata d'inverno quella che abbiamo avuto tra lunedì e martedì, con i pataràs che sono scesi fin sugli altipiani di Cuneo e Mondovì, mentre la prima neve bassa ha innervato di bianco i fianchi della Bisalta, della Tura e del Mongioie. Un evento invernale, più che di tardo autunno, con le temperature medie precipitate sotto le Alpi a tre-quattro gradi e acqua, finalmente un po' d'acqua ad irrorare i nostri campi ed i nostri giardini secchi ormai dopo tre mesi di siccità continua. Certo, avevamo accennato a possibili allarmi che la situazione meteo che si prospettava sembrava indicare come necessari per noi, ma soprattutto per la Liguria. Lo sono stati per il Levante più che per il Ponente (anche se a Taggia qualche danno c'è stato) ed anche lì le colonnine sono crollate, nonostante la presenza calmieratrice del mare. Da noi, al di qua delle Liguri, pochi problemi, con una cinquantina di centimetri in quota, ma più verso la Stura che nelle Marittime, e con un 45 millimetri d'acqua che hanno beneficiato Monregalese e Cuneese. Ma attenti, non siamo ancora in inverno. Lo dice la nostra balza collinare, verde e con le ultime zucche tonde e grosse, giallo-verdi fuori e arancioni dentro, nate da quei semi dimenticati e ripescati in un cassetto, che raccogliamo con voluttà insieme ai turgidi Kiwi arrampicatisi sul pruno. Lo dice la fontana che ha ripreso a buttare grosso e che non sembra intenzionata affatto a farsi bloccare dal gelo. Non è ancora inverno e la giornata di mercoledì ce lo sta a dimostrare, con rèfoli tiepidi nel ritrovato sole: il bel seguito anticiclonico che viene di norma dopo l'ondata perturbata atlantica. L'Atlantico si è risvegliato, ma è già tornato a dormire. Questa la cifra meteo del ponte dei Santi, appuntamento annuale da vivere con un'aura ed un sapore antichi. Non vecchi, attenzione, ma antichi. Che sono quindi non tanto i sapori dell'Halloween di americanata memoria, ma dei nostri Santi e dei Morti, fatti anch'essi di un carnevale, ma non di plastica. Un Carnevale che - come raccontano testi dimenticati- veniva con i Santi appunto e che durava fino a san Martino, seguito poi da una lunga Quaresima (d'Avvento) che precedeva il Natale. E allora, altro che maschere halloweene da grandi magazzini, altro che cappelli neri da strega da supermercato, altro che zucche cinesi con lampadina dentro! La tradizione nostra era delle zucche vere, accese nella notte per le strade di Marmora, delle processioni dei morti, il Cours che si allestiva a Cossano Belbo. Delle bevute e mangiate crapulesche che facevano di san Martino i riti che precedevano l'inizio del letargo non solo per l'Orso ma anche per gli ancora inselvatichiti umani. Questo magmatico legame con la tradizione ce lo ricorda, paradossalmente, persino il meteo. State a sentire. La pausa di alta pressione che caratterizzerà tutto il fine settimana e il ponte prossimo venturo, sarà interrotta soltanto giovedì pomeriggio da qualche nuvola bassa (con nuovi freschi) che andrà ad ingrigire le basse sotto le Alpi, mentre sulle creste e sulle coste alte risplenderà il sole. Così anche martedì mattina ancora qualche nuvola e forse qualche goccia isolata potrà intristire per qualche ora il dì di festa. In mezzo, sia venerdì, specie il pomeriggio, domenica e lunedì, sereno prevalente con temperature accettabili, adatte alla stagione. Le nuvole di martedì saranno invece l'avvisaglia della ripresa dell'Atlantico che farà qualche scorreria fino al 7-8 del nuovo mese novembrino, con piogge forse anche intense tra il 5 e il 7. Poi, udite udite, puntuale con gli appuntamenti della nostra tradizione antica, tra l'8 e il 9 di novembre dovrebbe ricomparire l'Estate di san Martino, luogo mitico di tepori preinvernali, con il ritorno in forze dell'Anticiclone Nostro, che durerà forse sino al 13 compreso.
romano.fulvio@libero.it http://romanofulvio.blogspot.com/
da Provincia Granda del 27 ottobre 2011

martedì 25 ottobre 2011

ed ecco la prima neve bassa dell’inverno 2011-2012


L’imbocco della valle Pesio (con a destra la Bisalta) visto dalla pianura. Neve sopra gli 850, forse meno. Si confronti la foto con quella dello stesso giorno del 2009, pubblicata ieri...
Alle 16.10 di martedì 23 ottobre abbiamo un 25-30 cm al Pancani (1875 m.) e 40 cm a quote superiori. Acqua molta: Cuneo centro, quasi 50 mm. Era ora!

Arriva novembre e torna l’oca di san Martino


San Martino e novembre sono indissolubilmente legati nel calendario contadino. L'11 novembre, le sue tradizioni, i suoi cibi, le feste e persino il suo clima, nascondono e rivelano allo stesso tempo la cifra per capire il principio, lo svolgersi e l'andamento di quel calendario. Ad esempio, colpisce l'apparire sul proscenio dell'anno agricolo e silvestre, che inizia appunto a novembre, di alcuni animali mitici, rituali e totemici, che -protagonisti dell'immaginario e della vita materiale della civiltà antica- sono oggi del tutto scomparsi, sia dall'uno che dall'altra. O quasi del tutto, naturalmente. Dell'orso già sappiamo, del suo letargo che inizia con san Martino e della sua identificazione (appannata da noi, ma ben presente sui Pirenei) con il vescovo di Tours. E' la sua versione domestica ad essere ancora presente: l'Orso Martino, l'orsetto dei bambini continua a rassicurare i grandi dell'avvenuta supremazia sul selvatico ed aiuta i piccoli umani a conciliarsi emotivamente con quello, nel lungo tentativo di svilupparsi l'immaginario. Ma ci sono altri animali mitici legati proprio a san Martino. Uno è l'asino, e Martino è stato per secoli il nome dell'asino oltre che dell'orso. Nominazioni di cui si conserverà probabilmente solo la seconda, per i motivi di cui sopra. Ma c'è un altro animale totemico che spunta dietro la tonaca del vescovo di Tours, come di fatto avviene in alcune sue statue e rappresentazioni antiche: l'oca. Animale trascurato oggi, eppure così presente nella nostra tradizione, aveva nella civiltà occitanica una presenza sicura. Ancora una volta dovuta a san Martino. "Oche, castagne e vìn, ten tut per san Martìn", recitava un adagio di cui riconosciamo in genere solo i legami col vino e le castagne, mentre l'oca è decetta, dimenticata. Eppure quello dell'oca era il piatto della festa annuale che si celebrava tra i Santi e Martino, vero e proprio carnevale anticipato, che precedeva l'antica "prima" Quaresima, quella dell'Avvento. Una festa sguaiata, come dev'essere quella carnevalesca, che prevedeva bevute e crapule infinite, prima dei rigori invernali. L'oca di san Martino, ancora oggi piatto d'onore a novembre in Austria e Germania, oppure nella Francia del Nord. Ma che era consumata anche qui da noi, un tempo a spese delle oche selvatiche che a sant'Uberto, 3 di novembre, partivano verso il Sud ("A la Saint-Hubert les oies sauvages fuient l'hiver") e poi con il sacrifico rituale e culinario delle oche casalinghe che a novembre raggiungevano il culmine del grasso. Grasso per noi è maiale, ma prima ancora era oca, il maiale dei poveri, foriero delle riserve di lipidi per il lungo inverno. Cucinata a lungo e adagio per superarne la fibrosità (solo i bravi cuochi di carne sanno cucinarla) se ne ricavava il "confit", piatto popolare diffuso in tutta la Provenza - Occitania. Con l'oca di san Martino iniziava quel ciclo della carne invernale che avrebbe poi avuto il suo culmine con il maiale di sant'Antonio, al 17 di gennaio. Tempo del grasso, che si sarebbe concluso con il Carnevale di febbraio-marzo (l'unico dei due carnevali ad essere sopravvissuto) ,in coincidenza con il risveglio dell'Orso della Candelora. Ma questa è un'altra storia.
romano.fulvio@libero.it

(da Ousitanio Vivo, novembre 2011)

domenica 23 ottobre 2011

Tornano le piogge (e un po’ di neve in montagna)


Nella settimana in cui la Luna nuova di ottobre fa la sua comparsa (giovedì) arrivano anche le prime intense piogge autunnali e, in montagna, la neve. Le nuvolaglie basse che ancora ieri erano insaccate sulle pianure del Nord Ovest per i flussi freddi orientali dei giorni scorsi, vengono spazzate dal fronte che precede la prima vera ondata perturbata della stagione. Cambia il regime meteo, ritorna l'Atlantico e, da questa sera, riporta acqua specie sul Piemonte sudoccidentale, dalle Liguri alle Cozie pianure comprese, e sul Verbano-Novarese. Nella notte, neve che inizialmente scende sul Cuneese a quote di poco superiori ai 1000 metri, per poi risalire di quota nella giornata di martedì, che sarà quasi interamente all'ammollo, con contributi consistenti tra la Val Stura di Demonte e la val Tanaro. La tregua del maltempo, che segue il grosso della perturbazione, comincerà già dalla notte di domani a partire dalle province occidentali per poi interessare, mercoledì, tutto il Piemonte e la Vallée. Ma le scorrerie perturbate atlantiche continueranno a rimpinguare d'acqua le falde ormai esauste anche tra giovedì e venerdì, con piovaschi che interesseranno soprattutto le piane occidentali ai piedi delle Alpi. Cesseranno le piogge sabato e domenica mattina, con un cielo ancora in gran parte occupato da nuvole, ma anche con temperature che nel frattempo si sono fatte più miti.
romano.fulvio@libero.it

giovedì 14 luglio 2011

San Giovanni e il Froumentìn


Il finale di giugno, anzi la festa di san Giovanni, era il momento adatto per seminare in montagna il grano saraceno. Una sentenza occitana, raccolta da Garnero, descriveva con una viva immagine la scadenza: Cante lou préire paso benedii coun lou baldaquìn l’è ouro de semenàa lou froumentin…. Il prete, veste svolazzante e paramenti giallo oro procede in processione sotto il baldacchino multicolore sorretto da quattro giovani in salute del borgo. Le braccia tese, ostende il Sacramento ed è seguito da frotte di ragazzini e dal paese intero in rumorosa e malcerta preghiera. E' questa la sequenza rituale che da sempre accompagnava il rito tardo medioevale del Corpus Domini. Rito mutevole nel calendario, come lo era la data della Pasqua, da cui il Corpus Domini dipendeva, ultima festa lunare. E quindi la semina del Froumentìn, noto anche come Fourmentìn o Granèt, era primaverile-estiva, potendo variare, con la data del Corpus Domini (60 giorni dopo Pasqua) dal 20 maggio al 24 giugno. Date simili a quelle che troviamo nelle altre aree agricole europee, come ad esempio la Francia del Lionese dove la data per la semina di questa poligonacea adatta a cibare i celiaci, era la festa di saint-Pothin, il due di giugno: "A la Saint-Pothin, bonhomme, sême ton sarrasin". Oppure nel Gard, dove il grano saraceno veniva chiamato Blamauro, così come nella Francia Contea dove era invece Grije e, si credeva, veniva fatto rigoglioso dall'arrivo del gelido vento invernale del Nord: la Bise: "Année de Bise, année de Grije". In Trentino era invece la pioggia dell'Ascensione a decretare l'arrivo di una ricca annata di rape e di Formentone, altro nome del nostro: "S'el piove el dì de l'Ascensiòn, ven rave e formentòn"... Fatto sta che questa pianta, che d'estate colorava di rosso le pendici delle nostre Alpi, dalla val Tanaro alla val Po, fu dal XVI secolo in poi la salvezza di contadini e montanari che avevano a che fare con la Piccola Era Glaciale. Il gelo che, fino alla metà dell'800, imperversò in Europa con inverni freddi e primavere umide mandava in rovina le semine invernali cosicché furono sovente i grani estivi a salvare le comunità alpine. Quando il 27 giugno del 1857 una spaventosa tempesta distrusse i raccolti di grano, uva e granoturco a Prarostino, nelle valli valdesi, i campi - come ci racconta Teofilo Pons- furono nuovamente arati per seminarvi grano saraceno anziché frumento. Così per secoli il Fourmentìn, con il suo pane e la sua polenta, in purezza o mescolata con altri grani, farcita di formaggi d'alpeggio e di porri profumati, ha segnato un intervallo calendariale che iniziava con la primavera-estate ("Cant la feuillho ê â bouisoun, granèt e granetoun", si recitava nella val Sén Martìn) e che finiva, inesorabile, con la mietitura di San Michele, come conferma la tradizione del Limousin francese: "Sème ton blé noir (altro nome del nostro) quand tu voudras, mais pour Saint-Michel tu le moudras".

venerdì 3 giugno 2011

il 17 giugno del Saint-Ours occitano




Alla venerazione di sant’Orso il mondo occitano dedicava due importanti feste annuali. La più celebre è quella del 1° di febbraio, sant’Orso, data in cui si tenevano le più importanti fiere alpine, quella di Donnaz (il 31 gennaio) e quella di Aosta, il giorno dopo. L’Orso della tradizione mitica ritornava quindi anzitutto nella figura leggendaria dell’arcidiacono Orso di Aosta, legato a sua volta -nei racconti arcani- a miracoli ed eventi che avevano come coprotagonista il plantigrado. Ma ancora più note erano le tradizioni popolari contadine che cristallizzavano nella figura dell’Orso della notte della Candelora (tra il 1° e il 2 di febbraio) un antico orale racconto del misterioso rapporto tra l’uomo socievole e l’ animale selvatico, un racconto che veniva riproposto a ripetizione nelle simboliche sfilate dei Carnevali, alpini e non.
Ma c’era un’altra festa importante che la civiltà occitana dedicava a sant’Orso. Una celebrazione dalle radici forse precristiane che nel mese di giugno mobilitava i paesi e le comunità delle nostre valli, che all’unisono si rivolgevano idealmente e fisicamente verso Ovest. Verso cioè la valle dell’Ubaye e verso il paese di Meyronnes, al di là del colle della Maddalena. Più precisamente verso la cappella di sant’Ours, un sito da tempo immemore ritenuto magico e miracoloso ad un tempo, quasi che il santo che vi veniva venerato (il sant’Orso di Aosta, che secondo la leggenda era passato per l’Ubaye) fosse a sua volta un retaggio di un passato dolce e favorevole per gli umani, in cui gli opposti fondamentali, da quello della vita-morte a quello del maschio-femmina, si intrecciavano unendosi e separandosi ritualmente. Questa festa di sant’Orso che coinvolgeva il popolo delle valli occitane cadeva il 17 di giugno, data in cui avveniva forse il più importante pellegrinaggio alpino che radunava nel centro dell’Ubaye le file umane che percorrevano i passi camminando giorno e notte. Così avveniva per gli abitanti della valle di Barcellonette, come delle altre valli “francesi”, ma anche per la valle Stura o per la valle Maira. Dalla valle Maira ad esempio, come mi ha raccontao Matteo Cesano di san Michele di Prazzo, si transitava per il colle delle Munie, scendendo poi alla Bealero della Reino Jano (poi chiamata Bealero della Fremo morto) per arrivare quindi alla cappella di saint Ours. Si pregava il santo anzitutto per le future, auspicate nozze: “Saint Ours, douna-me un espous. Que siegue brut, que siegue bel, que siegue dret, que siegue gibous. Ma qu’ague lou capel ! ». Invocazion di vergini, di fanciulle da sposare, che facevano pregando tre giri attorno alla cappella alpina (che si trova sotto il monte Ours) dopo aver staccato una scheggia di legno da una delle tre croci che circondano il villaggio. Oppure vi si recavano i paralitici, che furono a ripetizione guariti, ma –ahinoi- soltanto nel XVI°secolo, quindi non più. Ma l’aspetto più inquietante dell’antica tradizione del nostro 17 giugno occitano era che in quella occasione il parroco operava il più frastornante dei miracoli. Vi si recavano le mamme cui era morto l’infante senza poter essere battezzato. Allora il parroco, dopo aver invocato sant’Orso, faceva rivivere il piccolo per un solo istante. Quello che bastava per ricevere il battesimo.

Fulvio Romano

Caspita, che primavera! La seconda in assoluto.


Mentre giugno inizia con il ritorno delle piogge e il crollo delle temperature, la primavera appena archiviata (per le statistiche finisce il 31 maggio) è stata una stagione da quasi record assoluto. Per il caldo naturalmente, grazie ai mesi di aprile e maggio che hanno sfiorato il primato assoluto con ripetuti valori più da estate che da primavera. Due mesi caldi ed anche molto asciutti, che hanno quasi prosciugato la riserva accumulatasi con le nevicate in quota e le piogge al piano del mese di marzo. E infatti, quello di quest'anno risulta il maggio più arido dell'intera storia climatica secolare di Cuneo città, con nemmeno 7 mm di acqua caduti nell'intero mese a fronte di una quantità attesa di ben 133 mm. Ma torniamo alle temperature di questa primavera assolata e dominata dagli anticicloni, da quello "classico" Azzorriano a quello ancor più estivo Africano, che hanno bloccato oltre le Alpi i flussi umidi e perturbati provenienti dall'Atlantico, tradizionali apportatori d'acqua sulle nostre pianure. La primavera 2011 è la seconda in assoluto, battuta soltanto dalla straordinaria stagione del 2007. Allora la media complessiva fu di 14 gradi, oggi siamo a 13,6°, valore di assoluto rispetto, di ben tre gradi al di sopra della media storica secolare e seguito a ruota dai 13,5° di un'altra bella primavera, quella del 1997, l'anno della Grande Cometa. Aprile e maggio protagonisti, specie nelle loro prime metà, sotto il dominio incontrastato dell'Africano. Così aprile con i suoi 15° risulta alla fine il secondo per calore dell'intera storia meteo (dopo quello del 2007), mentre maggio tallona a ruota, con i suoi 18° netti, i 18,6° del maggio 2009, altro mese da palmarès. Come si può notare sono tutti primati che si impongono in questi ultimi 10-13 anni, periodo di evidente Riscaldamento Globale. Con la novità che negli ultimi tre-quattro anni queste belle e calde primavere seguono inverni che sembrano tornare, sia per nevosità che per temperature, a quelli bianchi e rigidi d'antan. In aumento il caldo primaverile, in crisi la piovosità. Primavera da circa 180 millimetri, quella del 2011 sulla pianura cuneese. Certo, non siamo ai livelli da deserto africano del 2006 (53 mm) o del 1997 (28 mm, record negativo assoluto), ma la piovosità di quest'anno è stata di poco più della metà di quella tradizionalmente osservata da fine '800. E salvata statisticamente soltanto dai ricchi apporti di marzo, che crearono a suo tempo notevoli difficoltà alla rete viaria cuneese, mentre maggio è stato addirittura il meno piovoso dal 1877, con sette scarsi millimetri finali.
romano.fulvio@libero.it

sabato 26 febbraio 2011

Carnevale, dai richiami alla moderazione ai ricordi rimossi di trasgressioni antiche.


Carnevale, dai richiami alla moderazione ai ricordi rimossi di trasgressioni antiche.


Se la Luna di Pasqua è – come ben sappiamo- quella di marzo, così invece “La i è pa ‘n Carlevé qu’a sie pa ‘nt la luna ‘d fervé (Val Pellice). E la Luna nuova di febbraio è quest’anno il 4 di marzo, appunto in pieno tempo di Carnevale. Incursioni di freddo (a Carnevale fa sempre un freddo gelido), a tratti sentori di primavera. Nell’aria suoni rinnovati della natura (sono tornati i fischi degli strani merli che fanno il nido sul nostro tetto) e nei rumori di orti e giardini che stanno per riprendere vita. Trasgressione: “Carnevale a le vie, fummene e i om i fan empacchie” (Guardia Piemontese: Carnevale per le vie femmine e uomini fanno pazzie). Ripresa degli amori: “Cont Carlevà è de noeu semane, sé màrion tavan e tavane” (Po). La tradizione popolare tuttavia, frenata da esigenze di tranquillità comunitaria e da conformiste influenze religiose, ha cercato - da sempre - di nascondere, di rimuovere gli aspetti più trasgressivi della festa dedicata al “contrario di tutto”. “A vanta fè la vita medesima, tant a Carlevè coma ‘n Quaresima”, recita uno dei più diffusi proverbi piemontesi. Oppure, più minaccioso: “Quand ‘l pare fa Carlevè, ji fieuj a fan Quaresima”: non scialacquare, non esagerare, ne pagherebbero gli altri. Raccomandazione valida sempre, ma applicata non a caso al Carnevale. E ancora: “Chi fa trop grass ‘l Carlevè a farà maira la Quaresima”. Non eccedere, quindi. Basta con le esagerazioni che sovvertono l’ordine quotidiano. Se non fosse bastato questo richiamo alla moderazione, si insisteva su ciò che più direttamente parla alla gente: “L’amor ‘d Carlevè e meuir con la Quaresima”… Certo, c’è un significato più generale, metaforico, in un detto come questo. Ma ne deriva comunque un senso più diretto: la trasgressione corporea dei giorni del ribaltamento dei ruoli può finir male, e fare male. La vera natura del Carnevale taspare però da un’altra serie di detti, meno recitati e ricordati. Dal “A ogni gata a j ven so fervè”, dove febbraio, il mese della festa, è riscoperto nella sua natura di tempo degli innamoramenti fisici, al “Fervè a l’è ‘l meis che le fomne a parlo pì poch”, forse perché tentate dalle gestualità matrimoniali. La tradizione del Carnevale è della stagione degli amori primaverili, ma anche dei matrimoni, tanto che “Se carlevè l’è aot, s’a l’è nen cost a l’è n’aot”: se il Carnevale è lungo e non ci sposiamo in questo, ci sposeremo nel prossimo, dicevano le ragazze da marito. D’altronde “Carlevè ij pajè, Pasqua le salviette”: a febbraio ci si sposa nei pagliai, come faceva la gente di campagna, senza ambage. A Pasqua sono le salviette dei ricchi ad accompagnare i banchetti di nozze. Carnalità della festa, volutamente sguaiata. In Val Gesso una tradizione che credevamo persa: a Valdieri era uso mangiare, nei giorni “del contrario”, nei vasi da notte (nuovi). Bene, non c’entrano i Saraceni, come raccontano i dotti dell’ 800. E’ un’usanza di tutta l’ Occitania, quella di bere vino bianco caldo speziato, zuppa di cipolle o cioccolato (più evocativo…) con banane o crostoni di pane fluttuanti in un… pitale. Lo dovevano fare i novelli sposi. Simbolismo crudo ma arcano di un rapporto rimosso: quello tra escrementi e fecondità della natura.

Fulvio Romano

venerdì 31 dicembre 2010

2010: il Raffreddamento è iniziato?


IL 2010 è stato l’anno più freddo da 17 anni a questa parte. Il dato non stupisce più di tanto, visto che ognuno nella Granda e nel Nord Ovest ricorda i geli patiti lo scorso inverno, nevoso come non mai. Più di recente è stato l’autunno, anch’esso il più fresco degli ultimi 17 anni, a confermare i sospetti che qualcosa stia cambiando nel nostro clima. Un dubbio rafforzato dall’andamento del dicembre che si chiude oggi con una media delle temperature che dal 1990 non registravamo: un 1,4° scarsi di media che ci riportano direttamente a valori usuali fino a venti e più anni fa, ma ormai da tempo dimenticati dopo le gradevoli invernate tra la fine degli Anni ‘80 e il 2008. Da parte sua il 2010 ci ha riservato un più che moderato 11,4° di temperatura media annuale. Un valore interessante perché, benché sia ancora di quasi un grado al di sopra della media del gelido trentennio 1961-1990 (che si usa come base di paragone statistico), è già però di un bel grado netto al di sotto dei calori del ventennio 1998-2008. Il che potrebbe significare che ha ripreso a far più freddo. O, se si preferisce, che potremmo tornare ai geli degli Anni ’50-’70. Un trend al raffreddamento del clima che registriamo dal 2009, soprattutto nelle stagioni invernali, e che viene confermato dai dati osservati nel Nord Ovest italiano e in generale dal Centro-Nord Europa dove, a fronte di un “Riscaldamento Globale” registrato dai termometri disseminati sull’intero globo terracqueo e dai satelliti, si osservano con sorpresa diffusi e ripetuti “Raffreddamenti Locali”. Un calo delle temperature che si verifica anche da noi, soprattutto in alcuni mesi: i primi tre dell’anno e gli ultimi tre, e quindi nel semestre che va da metà autunno a metà primavera, un periodo cruciale, che anche nel passato rivelava i cambi climatici. Soltanto il luglio è stato eccezionale per calori ed aridità, con una media delle temperature che è stata di circa due gradi al di sopra dei già caldi primati del “Ventennio Caldo” e di quasi quattro oltre la norma del trentennio ’61-’90. Di pioggia luglienga poco o nulla in tutto il Nord Ovest, mentre la piovosità totale dell’anno è notevole (quasi un metro), mentre la nevosità risulta eccezionale: quasi tre metri, record assoluto dal 1901 in avanti, dato inferiore soltanto a quello del 1895 (356 cm). Sono tornati gli autunni e gli inverni assieme a pioggia, neve e gelo: stiamo tornando ai freddi di trent’anni fa?
romano.fulvio@libero.it

tra fine e inizio anno, tempo e temperature


Un fine anno in compagnia di sole, nebbie ed inversioni termiche

Di una cosa almeno dobbiamo ringraziare l’umida parentesi autunnale che ha preceduto e accompagnato il Natale di quest’anno. Per il fatto di averci permesso di riassaporare per qualche ora le balze collinari che ci sono care, il giardino quasi spoglio di foglie ma comunque ancora verde, le foglie marroni di castagno umide sul terreno, promettenti un futuro ricco humus e, insomma, perché ci ha regalato un pezzo di stagione e di paesaggio nostro ancora sgombro dalla neve, percorribile, praticabile senza affanni. E’ durato soltanto fino alle prime ore di santo Stefano, poi ecco arrivare la preannunciata folata artica che in poche ore ha fatto crollare i termometri portando con sé anche la neve. Non molta, pochi centimetri al piano, come avviene di solito in questi casi. Ma sulla nostra collina saranno ormai quella decina o quindicina che cambiano in modo irreversibile la nostra stagione in campagna per qualche mese, almeno sino a fine marzo (se tutto andrà bene). E così abbiamo sopportato la terza offensiva artica di dicembre e la quarta dall’inizio della brutta stagione. Le arie da Nord Est hanno ancora una volta preso d’infilata la padana e si sono insaccate, umide e fredde, sotto il nostro arco alpino-collinare. Significativo che sia nevicato più sugli altipiani e colline che non in alta montagna. Più tra Marittime e Cozie che non altrove. I termometri lunedì mattina hanno segnato valori da Grande Inverno, ancora una volta. Si sono sprecati i -12 gradi sulle alte valli, mentre ai piedi collinari si osservavano -9° e soltanto nei centri urbani si respirava con “soltanto” -4°…
L’ultima settimana dell’anno 2010 è così iniziata all’insegna del gelo e del tentativo dell’Anticiclone di rifarsi vivo scacciando le perturbazioni atlantiche a Nord delle Alpi. Certo, così facendo ha favorito l’afflusso dell’aria artica gelida, ma manterrà comunque per qualche giorno, fino almeno a domenica-lunedì prossimi, una certa stabilità climatica che non vedrà più nevi né piogge, ma che non è detto che sia rosa e fiori. Anticiclone forte d’inverno non equivale a paradisi di bel tempo, anzi. Può provocare la cosiddetta “inversione termica” dovuta al “tappo” di aria fredda che la pressione schiaccia a terra nelle zone che diventano fredde ed umide, gravide di nebbie. Succede così che mentre sugli altipiani leggiamo temperature quasi gradevoli per la stagione nelle combe di pianura e nelle forre umide sembra di essere invece in altre terre e altre stagioni, degne degli inferni invernali. Un fenomeno che, con pressioni spiccate, si può cogliere (dotati di buon termometro) addirittura nella differenza di temperatura tra il sedime stradale (più al freddo) e gli ultimi piani degli edifici (più al caldo). Ricordo che anni fa un tipo che gelava nelle forre umide cebane non si capacitava di leggere le temperature miti che registravamo dalla torretta meteo di Cuneo (che è su di un altipiano benedetto da Dio e a venti metri dal terreno). Si arrabbiava, scriveva, maneggiava tremebondo termometri sempre più sofisticati… Non sapeva dell’inversione termica, tutto qui.
Così succederà che nebbie e nuvole si schiacceranno a tratti sulle piane e financo nelle valli montane tra mercoledì e giovedì, favorendo vivaci inversioni termiche. Da giovedì le temperature massime si attenueranno un po’, ma le minime notturne si terranno sempre a ridosso o sotto il gelo. Il capodanno dovrebbe vedere un tempo in lieve miglioramento con più sole sugli altipiani e nuvole verso le coste liguri.Per il dopo lo scenario è ancora aperto, tutto da giocare. E’ possibile che di nuovo l’Artico si faccia vivo. Altri modelli preconizzano la continuazione del dominio dell’anticiclone mediterraneo, foriero di inversioni ma anche di tepori… Una cosa appare quasi certa, che per la Befana ci ritroveremo con i piedi nella neve.
Romano.fulvio@libero.it

sabato 18 dicembre 2010

Caro Mercalli ti scrivo...


LETTERA APERTA A LUCA MERCALLI,

Caro Luca, ci conosciamo dal 1994, forse dagli ultimi mesi del 1993. Allora ero preside del Liceo Classico "Pellico" e ti invitai per alcune conferenze a Cuneo, mentre insieme lavoravamo per riportare la stazione meteo del capoluogo (tra le stazioni piemontesi con la serie storica più lunga) là dove il prof. Giovanni Cossavella, grande prof di fisica e primo preside del Bonelli, l'aveva collocata nel 1876 e cioè sull'ex campanile della chiesa di santa Chiara, nel centro storico. Tra parentesi quell'estate 1994 fu molto calda, con un luglio sereno e bollente di sole ed aria asciutta (ricordi quando salimmo sulla torretta di via Cacciatori delle Alpi perlla posa degli strumenti?). Io ero entrato in contatto con i temi della meteo e del clima anzitutto perché mi occupavo intensamente (dal 1979) di astronomia applicata e poi da quando, direttore della Specola dello Scientifico e preside al liceo classico di Bra, frequentando il Museo Craveri e la sua stazione avevo scoperto la leggendaria figura di padre Denza, il vero fondatore della meteorologia italiana e scienziato di grande valore. Gradii molto in quel 1994, quando si tenne a Cuneo la prima assemblea della Società meteo Subalpina ( proprio in ricordo di Denza, così si chiamava allora la SMI) la tessera di socio onorario della Società e il tuo gradito omaggio di un raro libro di Denza...

Erano gli anni in cui si cominciava a parlare di Riscaldamento Globale e, come ricorderai, in cui modestamente tentavo nelle lezioni allo Scientifico cui anche tu partecipavi di mettere in relazione i cicli dell'attività solare con le fasi del nostro clima. Ricordo che sembravi storcere il naso di fronte a questi miei assaggi statistici e storici (che da tempo mi chiedono di essere pubblicati) e ironizzavi quasi sulla "ciclomania" dell'800 negando implicitamente l'importanza del Sole e dei suoi cicli sulle fasi climatiche nostrane. Io ero più dubbioso perché ben ricordavo (tra l'altro) come soltanto pochi (per me) anni prima, negli Anni '70, il vezzo dei pubblicisti era l'opposto di quello del Riscaldamento Globale. Allora ci si allarmava invece per una Glaciazione mortifera , imminente o in atto, che in effetti ci fu, ma non così dura e lunga, visto che si esaurì negli Anni 80. Poi dal 1988-89 (branca stanga) il clima cambiò in meglio (per me che patisco il freddo): d' inverno vedevamo farfalle e fiori e iniziò un ventennio in cui Cuneo sembrava essere diventata il ponente ligure e si stava meglio qui che là...

Poi ti toccò di sostituire il climatologo Prodi a "Che tempo che fa" (era il fratello del presidente del Consiglio e ci fu un conflitto di interessi... climatico) e sei diventato una star nazionale e un deciso, direi ideologico, assertore di un catastrofico Riscaldamento Globale... Hai fatto però un lavoro egregio, facendo diventare familiare la meteo e i temi attuali del clima, confermando le tue doti di spiccata intelligenza, di capacità comunicativa e preparazione multidisciplinare.

Ti sei irritato all'invito (fattoti alla Provincia a Cuneo da un'insegnante, mia docente di scienze un tempo al Classico), di discutere sull'influenza del sole sul clima, ma hai poi ragionato con la solita ragionevole calma con me ammettendo qualcosetta. Ed era la prima volta.

Ultimamente, forse grazie ai freddi che sono ripresi alla grande da due anni (come cerco di raccontare su La Stampa e su Viver Meglio) insieme a quella neve di cui sei grande esperto, insisti meno sul Global Warming sottolineando -giustamente- di più i temi ecologici generali... Ed allora vorrei invitarti oggi a ripensare alla ciclomania" dell'800, che forse mania proprio non era... Così come ti inviterei a ripensare al Sole e alla sua attività (anch'essa ciclica) oggi - guarda caso- in deciso calo... Ma anche alla storia climatica degli ultimi secoli (cui devo anche qualche scritto dimenticato nel cassetto) che mi appare per così dire una grande "magistra climae"...

Bisogna cercare di fare chiarezza anche con il grande pubblico, perché in gioco c'è la nostra credibilità e quella degli scenari futuri...

Ti saluto con affetto e, alla prossima.

Fulvio

Il 17 dicembre più freddo dal 1947 e il secondo dal 1901


Brividi più che comprensibili quelli che abbiamo provato ieri, 17 dicembre 2010. La temperatura minima registrata nel centro storico di Cuneo dalla capannina meteo storica (che funge da 1876) è stata di -6,7°, la più gelida mai osservata dal 1901, battuta soltanto dai -10,3° del 1947, gli anni gelidi del dopoguerra. A sua volta la temperatura massima è stata di -2,1°, anch'essa la più fredda della serie storica. Se a questo aggiungiamo che a san Rocco si sono toccati i -12° e in media valle i -14° si capirà che l'inverno 2010-11 si sta confermando come la degna continuazione dei due precedenti e ciome segnale che, Riscaldamento Globale o non, qualcosa è cambiato ne trend climatico. Come confermano la NAO negativa e la carente attività solare.