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martedì 28 maggio 2013

Scajoland... Sold out!

LA STAMPAweb

Italia

Imperia

Nel feudo di Scajola
affonda il candidato Pdl

Ballottaggio, a Imperia si va al ballottaggio. Con il candidato sindaco, l’imprenditore cinquantenne della telefonia Carlo Capacci, appoggiato dal Pd e da Paolo Strescino, ex sindaco Pdl (di provenienza An) Paolo Strescino, che con il 46,83% sfiora l’elezione al primo turno. Una riedizione in salsa taggiasca del «Milazzismo» siciliano che riesce comunque a umiliare la lista del Pdl, «Popolo delle Libertà, Berlusconi per Annoni», che candida, appunto, il sessantaduenne penalista Erminio Annoni: all’appuntamento del 9 e 10 giugno andrà con un misero 28,21%.

C’era una volta il regno di Scajoland. Nella provincia più bianca della Liguria, terra di massoneria e Democrazia Cristiana, da oltre trent’anni territorio di caccia esclusiva di Claudio Scajola, era inevitabile che questa competizione elettorale si sarebbe trasformata in un referendum pro o contro «Sciaboletta», il ministro della casa con supersconto a sua insaputa, scaricato da Silvio Berlusconi alle ultime politiche. Non è un caso che «u sciu ministru», come ancora lo chiamano i fedelissimi, si sia speso per questo candidato da lui stesso imposto a un partito, il Pdl, che qui mostra sempre più la corda.

Comparsate ai banchetti, passeggiate elettorali in via Cascione, incontri al mercato del sabato di piazza Goito: tutto per sostenere un candidato, Annoni, che ha fatto storcere il naso a molti, essendo il legale di alcuni dei principali imputati dello scandalo del porto turistico cittadino che ha portato in carcere Francesco Bellavista Caltagirone. Forse doveva dimostrare che il suo potere era intatto, nonostante le defezioni di tanti amministratori fra Ventimiglia e Savona, nonostante che il Pdl ufficiale della Liguria abbia rotto i ponti con lui, nonostante che a livello nazionale gli abbiano fatto il vuoto intorno. Giusto un anno fa ancora si vantava a «Off the report» su Raitre di essere in grado far eleggere a Imperia chiunque: «Anche Paperino, anche Paperina».

Beh, stavolta Paperino non ce l’ha fatta. Il responso delle urne, l’esito del referendum, è inclemente: Scajola ha perso in casa. Lui non ci sta. «Non è un referendum su di me - dice - Anche se mi sono impegnato nella scelta del candidato». I suoi supporter sino a ieri dicevano ammiccanti che la disfatta del Pdl alle recenti politiche (per la prima volta nessun imperiese eletto e il giornalista Augusto Minzolini imposto da Berlusconi in persona nel collegio) era dovuta all’assenza dell’ex ministro che avrebbe «pilotato» pacchi di voti verso i grillini. Il M5S ha in effetti raccolto il 33,65%, primo partito in città. Ma come spiegare, allora, che il crollo, ieri, del M5S non ha aiutato il candidato di Scajola? «Non è un buon risultato, ci aspettavamo di più - ammette l’ex ministro - La distanza tra il nostro candidato e Capacci è forte. Aspettiamo il ballottaggio. Non sarebbe la prima volta che vediamo i secondi arrivare primi».

Dopo Scajola, gli emuli di Beppe Grillo sono gli altri grandi sconfitti. Ancora qualche mese fa in molti avrebbero scommesso che il M5S Antonio Russo sarebbe arrivato almeno al ballottaggio. Grillo è stato l’unico leader nazionale che si è fatto vedere a Imperia. Per lui oltre mille persone in piazza Dante, sotto la pioggia battente e un grande striscione appeso sulla facciata del «Cremlino», il palazzo che ospitò il primo sindaco, comunista, dopo la Liberazione e, più avanti, l’ufficio di Alessandro Natta, l’imperiese penultimo segretario del Pci. Il risultato è men che modesto: solo 9,03% e niente ballottaggio. «Candidato sbagliato», dicono qui. Anche il Pd, però, ha di che meditare. Se avesse confermato l’alleanza delle politiche con Sel che ieri (insieme a Rc) con Gianfranco Grosso ha raccolto l’11,24%, invece di scegliere l’ex An Strescino, forse avrebbe vinto al primo turno.

teodoro chiarelli


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Casaleggio &C... Arrendetevi!

LA STAMPA

Italia

Dalle Marche al Veneto il tracollo dei 5 Stelle

Consensi dimezzati, in alcune città il numero dei voti si è addirittura decimato

Da possibili roccaforti grilline a fuochi di paglia a cinque stelle. Sono passati tre mesi da quando una grande onda gialla ha travolto tutto il Paese, soffermandosi in determinate aree geografiche. Ma quell’effetto sembra già essere svanito. Dalla costa marchigiana al Ponente ligure, dalla provincia laziale fino ai comuni veneti che avevano voltato le spalle alla Lega Nord: alle scorse elezioni politiche, in molte aree d’Italia il Movimento Cinque Stelle era riuscito ad affermarsi non solo come primo partito, ma addirittura come primo schieramento politico, lasciandosi alle spalle entrambe le coalizioni di centrodestra e di centrosinistra. Oggi le cronache elettorali raccontano una realtà molto diversa.

Sembra ormai lontanissimo anche il ricordo di Parma, la prima e unica grande città amministrata dal movimento guidato da Beppe Grillo grazie al successo di un anno fa. Federico Pizzarotti resterà ancora per un po’ l’unico sindaco grillino a guidare un capoluogo di provincia: zero candidati del Movimento eletti al primo turno, nemmeno uno che potrà giocarsi la seconda chance al ballottaggio. Una batosta inaspettata e difficile da digerire, come dimostra la reazione di Vito Crimi, capogruppo al Senato, alle 19.30 di ieri: «I dati delle amministrative? Non li ho seguiti e quindi non faccio commenti perché non parlo di cose che non conosco». Nella sua Brescia, per intenderci, la candidata Laura Gamba si è fermata intorno al 7%, quando alle politiche il movimento – pur essendo sotto la media nazionale – aveva incassato un più che dignitoso 16,66%.

Ancora presto per scoprire i motivi di questo crollo, per un Movimento che aveva iniziato la sua «scalata» proprio partendo dalle liste civiche «sul territorio». Ma forse un indizio può arrivare dall’analisi dell’affluenza: così come gli altri partiti, i Cinque Stelle hanno pagato l’astensionismo. Anzi, in molti casi anche più degli altri. In tal senso Ancora rappresenta un esempio significativo: nel capoluogo marchigiano l’affluenza è stata del 58,18%, nettamente inferiore alla media nazionale. E qui, dove a febbraio il partito di Grillo aveva sfiorato il 30%, il candidato sindaco si è dovuto accontentare di una percentuale dimezzata. Lungo la costa marchigiana i numeri della débacle sono ancora più netti: a Falconara Marittima dal 30% al 5%, con il numero di voti in assoluto quasi decimato, come è successo anche in altri comuni per effetto dell’astensione; a Grottamare dal 33% al 6%; a Porto Sant’Elpidio dal 33% al 12%.

Anche nel Lazio i Cinque Stelle erano andati forte. Erano, appunto. Perché nel locale meet up di Viterbo a qualcuno sono diventati i capelli grigi: avevano il 31% e ora sono crollati al 6% (addio ballottaggio). Un disastro. E altrove non è andata meglio, visto che anche lo storico 40% di Pomezia si è ridotto a un 26%, che però dà accesso al secondo turno.

Risalendo verso quella parte di Toscana che aveva dato l’illusione di aver strappato una serie di roccaforti rosse, i pentastellati hanno dovuto fare i conti con la realtà. Al di là di Siena, che merita un discorso a parte, è interessante guardare anche ai risultati di Pisa e soprattutto Massa. Nella città della torre pendente i consensi si sono più che dimezzati (dal 21% al 10%), mentre a Massa c’è stato un vero e proprio tsunami: le politiche avevano visto un 30% di elettori votare per i Cinque Stelle, mentre questa volta il candidato Riccardo Ricciardi ha di poco superato l’11%.

E il Veneto? Dal 26% al 6% a Treviso, dal 30% al 7% ad Albisegnago, nel Padovano. Oppure dal 32% al 16% a Martellago, nel veneziano, che però vale il ballottaggio.

Niente da fare nemmeno nella cintura operaia torinese, dove Grillo si era speso in prima persona: a Orbassano il 34% di due mesi fa si è sgonfiato fino al 17%. Anche qui Highlander ha gettato la spugna.

marco bresolin


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