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martedì 16 luglio 2013

Scajola: Alfano non poteva non sapere...

Da Il Fatto Quotidiano: 

Caso Kazakistan, Scajola: “Alfano non poteva non sapere”

L'ex ministro dell'Interno spiega: "Vedevo tre volte al giorno il mio capo di gabinetto: mattina, pomeriggio e sera e mi aggiornava su qualsiasi cosa. Procaccini era il vice". E sul Kazakistan dice: "L'Eni lì ha investito tanto e ci sono affari importanti in corso"

Pronto, onorevole Claudio Scajola. “Mi dica, cosa butta di nuovo? Io, l’uomo a sua insaputa, sono ancora di moda?”.

Il mezzanino al Colosseo non c’entra nulla. 
Quanto ho sofferto. Ho aspettato tre anni per sapere che davvero non sapevo: in udienza, e giuravano, le sorelle Papa e l’architetto Zampolini hanno negato le accuse. Ammetto, mi è scesa una lacrimuccia.

Angelino Alfano, a buon diritto, è un uomo a sua insaputa? 
Che devo rispondere? La questione kazaka è delicata. Io parlo, voi cosa scrivete?

Ascoltiamo. 
Io conosco il Viminale, non vi faccio perdere tempo.

Quante stanze separano l’ufficio del ministro e quello del capo di gabinetto? 
Non più di tre, pochi metri, pochi passi.

Giuseppe Procaccini riceve i diplomatici kazaki, vogliono cacciare un dissidente: come fa il ministro a essere informato? 
Aspetti.

Cosa? 
La formulazione è sbagliata. Come fa un ministro a non essere informato?

Fatta la domanda, si dia una risposta. 
Procediamo per esclusione ed esperienza. I due non si possono incontrare per caso, per esempio non possono ritrovarsi in bagno.

Perché? 
Il ministro ha uno spazio riservato, non condivide questo tipo di bisogni. Però, per dire, il capo di gabinetto è il filtro per i dipartimenti e, viceversa, il ministro non può che compulsare questo filtro.

Al giorno, quante volte? 
Io ricevevo il capo di gabinetto ogni mattina entro le 8: leggevo la posta privata, fissavo l’agenda e lui mi aggiornava sui fatti accaduti di notte. Poi ci vedevamo prima di pranzo per capire gli appuntamenti e le pratiche più urgenti. Non lasciavo il ministero, a tarda sera, se non avevo l’ultimo colloquio che faceva il punto conclusivo. Se non ci vedevamo di persona, era tassativo sentirci al telefono.

Conosce Procaccini? 
Era il vice del mio capo di gabinetto, non avevo rapporti diretti con lui. Ma al Viminale conoscono la gerarchia e la fanno rispettare.

Perché un prefetto dovrebbe assumersi una responsabilità che va oltre i suoi poteri e mettere ai margini il ministro? 
La gerarchia, le ripeto, la gerarchia è fondamentale.

I kazaki vanno al Viminale, la polizia organizza l’irruzione, la donna viene trasportata in un centro di accoglienza per immigrati e poi viene espulsa assieme a una bambina di sei anni. Passano 48 ore. Come può restare all’oscuro un ministro? 
La sceneggiatura è ottima, convincente. Mi consenta, e utilizzo un’espressione berlusconiana, di fare una citazione. Diceva il mio maestro, ex ministro al Viminale, Paolo Emilio Tavani: “Quando ti accorgi di non avere la fiducia dei tuoi sottoposti, vattene via”.

Alfano o sapeva e ha agito male oppure non sapeva e non controlla il ministero. 
Concordo. Non ci sono spiegazioni alternative.

In sintesi: il vicepremier non è all’altezza per essere un erede di Taviani al Viminale? 
Sì. Però le abitudini sono fondamentali. Io mi comportavo così, vedevo regolarmente il capo di gabinetto e i miei predecessori – da Cossiga a Taviani – mi hanno insegnato questo atteggiamento, non saprei onestamente valutare la gestione moderna di Angelino… Io me lo ricordo per la sua attività politica.

Che deve fare, ora, Alfano? 
Io me ne sono andato per un errore a mia insaputa, ma non posso suggerire una reazione di Angelino. Vengo da tre anni durissimi, botte da destra e sinistra, soprattutto da destra sì.

Quanto conta il Kazakistan per l’Italia? 
Tantissimo. Al Viminale non ho avuto contatti, però allo Sviluppo Economico, era il 2009, ci fu un bilaterale con numerosi diplomatici. La nostra Eni ha investito somme ingenti in quel paese, c’è un giro d’affari molto importante. Mi creda: molto importante.

Dal Fatto Quotidiano del 16 luglio 2013


martedì 28 maggio 2013

Scajoland... Sold out!

LA STAMPAweb

Italia

Imperia

Nel feudo di Scajola
affonda il candidato Pdl

Ballottaggio, a Imperia si va al ballottaggio. Con il candidato sindaco, l’imprenditore cinquantenne della telefonia Carlo Capacci, appoggiato dal Pd e da Paolo Strescino, ex sindaco Pdl (di provenienza An) Paolo Strescino, che con il 46,83% sfiora l’elezione al primo turno. Una riedizione in salsa taggiasca del «Milazzismo» siciliano che riesce comunque a umiliare la lista del Pdl, «Popolo delle Libertà, Berlusconi per Annoni», che candida, appunto, il sessantaduenne penalista Erminio Annoni: all’appuntamento del 9 e 10 giugno andrà con un misero 28,21%.

C’era una volta il regno di Scajoland. Nella provincia più bianca della Liguria, terra di massoneria e Democrazia Cristiana, da oltre trent’anni territorio di caccia esclusiva di Claudio Scajola, era inevitabile che questa competizione elettorale si sarebbe trasformata in un referendum pro o contro «Sciaboletta», il ministro della casa con supersconto a sua insaputa, scaricato da Silvio Berlusconi alle ultime politiche. Non è un caso che «u sciu ministru», come ancora lo chiamano i fedelissimi, si sia speso per questo candidato da lui stesso imposto a un partito, il Pdl, che qui mostra sempre più la corda.

Comparsate ai banchetti, passeggiate elettorali in via Cascione, incontri al mercato del sabato di piazza Goito: tutto per sostenere un candidato, Annoni, che ha fatto storcere il naso a molti, essendo il legale di alcuni dei principali imputati dello scandalo del porto turistico cittadino che ha portato in carcere Francesco Bellavista Caltagirone. Forse doveva dimostrare che il suo potere era intatto, nonostante le defezioni di tanti amministratori fra Ventimiglia e Savona, nonostante che il Pdl ufficiale della Liguria abbia rotto i ponti con lui, nonostante che a livello nazionale gli abbiano fatto il vuoto intorno. Giusto un anno fa ancora si vantava a «Off the report» su Raitre di essere in grado far eleggere a Imperia chiunque: «Anche Paperino, anche Paperina».

Beh, stavolta Paperino non ce l’ha fatta. Il responso delle urne, l’esito del referendum, è inclemente: Scajola ha perso in casa. Lui non ci sta. «Non è un referendum su di me - dice - Anche se mi sono impegnato nella scelta del candidato». I suoi supporter sino a ieri dicevano ammiccanti che la disfatta del Pdl alle recenti politiche (per la prima volta nessun imperiese eletto e il giornalista Augusto Minzolini imposto da Berlusconi in persona nel collegio) era dovuta all’assenza dell’ex ministro che avrebbe «pilotato» pacchi di voti verso i grillini. Il M5S ha in effetti raccolto il 33,65%, primo partito in città. Ma come spiegare, allora, che il crollo, ieri, del M5S non ha aiutato il candidato di Scajola? «Non è un buon risultato, ci aspettavamo di più - ammette l’ex ministro - La distanza tra il nostro candidato e Capacci è forte. Aspettiamo il ballottaggio. Non sarebbe la prima volta che vediamo i secondi arrivare primi».

Dopo Scajola, gli emuli di Beppe Grillo sono gli altri grandi sconfitti. Ancora qualche mese fa in molti avrebbero scommesso che il M5S Antonio Russo sarebbe arrivato almeno al ballottaggio. Grillo è stato l’unico leader nazionale che si è fatto vedere a Imperia. Per lui oltre mille persone in piazza Dante, sotto la pioggia battente e un grande striscione appeso sulla facciata del «Cremlino», il palazzo che ospitò il primo sindaco, comunista, dopo la Liberazione e, più avanti, l’ufficio di Alessandro Natta, l’imperiese penultimo segretario del Pci. Il risultato è men che modesto: solo 9,03% e niente ballottaggio. «Candidato sbagliato», dicono qui. Anche il Pd, però, ha di che meditare. Se avesse confermato l’alleanza delle politiche con Sel che ieri (insieme a Rc) con Gianfranco Grosso ha raccolto l’11,24%, invece di scegliere l’ex An Strescino, forse avrebbe vinto al primo turno.

teodoro chiarelli


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