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lunedì 6 maggio 2013

Letta da Fazio-larghe-intese: i fidanzamenti impossibili di Enrico

Da La Stampa di oggi:

La prima settimana
e i fidanzamenti
impossibili di Enrico

Così Letta avvicina Pd e Pdl, e forse Merkel e Hollande


Una serata da Fabio Fazio è l’incoronazione: il capo del governo delle larghe intese, che è egli stesso una larga intesa fatta uomo, nella trasmissione che è da sempre la base culturale delle larghe intese. Dopo una settimana (scarsa) di lavoro ci voleva. Ed Enrico Letta è andato a Che tempo che fa a dire che non è più il momento di vessilli alzati e fazioni in lotta. «Insieme», ha detto. E «tutti insieme», o anche «tutti assieme». Per una «scelta di servizio». Ha ripetuto di essere diventato grande davanti all’immagine conciliatrice di François Mitterrand e Helmut Kohl mano nella mano a Verdun, la città di uno dei macelli della Prima guerra mondiale. Su e giù, alto-basso, come piace a lui nella sua personale larga intesa di ragazzo studioso diventato grande nell’improvviso drive-in degli Anni Ottanta: «Andate a Pisa a vedere l’ultimo muro dipinto da Keith Hering, si chiama Tuttomondo», ed è il trionfo variopinto delle diversità. Messe «insieme», naturalmente.

La garbatissima intervista di Fazio sarà un altro bacio in fronte al politico che, secondo i sondaggi dell’Swg, è oggi il più amato dagli italiani col sessantadue per cento dei favori, appena più di Matteo Renzi. Una contentezza vasta e diffusa, ed internazionale: da Jovanotti («finalmente un presidente del Consiglio della mia età») a Josè Manuel Barroso («Enrico Letta può rilanciare la speranza»). Sarà che come disse una settimana fa Luciana Littizzetto proprio a Che tempo che fa, Enrico Letta «ha la faccia del pediatra che viene a casa a rassicurare sulla salute del bambino». Sarà che lui è andato a Parigi a parlare con François Hollande e si sono presi mano nella mano, piccino uno e altissimo l’altro, proprio come Mitterrand e Kohl, e per motivi non così memorabili, piuttosto in un’immagine di dolcezza da scuola materna. La grande coalizione spirituale che risiede in Letta è capace di riproporre «tutti insieme» e «tutti assieme», prodianamente, e anche il superprodiano europeismo, con la giocosità berlusconiana, ma meno greve, nel segno del pollice e del mignolo alzati (pare sia il saluto di buon vento che si rivolgono i velisti) al primo vertice con la terribile Angela Merkel.

Anzi, ieri sera, colto da serena cupezza, Fabio Fazio non ha dato nemmeno modo al premier di tirare fuori la monelleria che è in lui, quello scambio di battute alla Camera, sui banchi del governo, con Fabrizio Saccomanni, il ministro dell’Economia: e lì Letta scoppia a ridere e crolla sul banco. È giovane, del resto. E non importa che in fondo Massimo D’Alema avesse soltanto due anni più di lui (49 a quasi 47) quando arrivò a Palazzo Chigi nel 1998. Letta è giovane perché va al Quirinale con l’utilitaria della moglie, perché un giorno sì e uno no cita l’Erasmus, l’esperienza di formazione per lui e i suoi coetanei che scoprirono «di avere altre case e altri Paesi». È giovane per l’interrail, e tutti quei confini a poco a poco venuti giù. È giovane perché la mattina in cui lo chiama Giorgio Napolitano sta portando i bambini a scuola. E perché ricorda l’insegnante di francese a Strasburgo rievocata nell’incontro con Hollande: i tempi della strepitosa e intima larga intesa di quando si conciliava lo studio dei testi di Jacques Delors con il divertimento serale, a cui accedeva con una certa responsabilità di beneducato ragazzo di provincia. Anche oggi l’andirivieni è incessante: Letta è colto e sa mostrarlo e nel discorso programmatico cita Nino Andreatta e il confiteor, ma è giovane, e qui e là tira fuori una citazione dal repertorio di Ligabue o di Fabrizio De Andrè.

Siccome bisognava «trovare una via d’uscita», chi meglio di Letta, che anche ieri sera si è comportato da nuova leva, ma anche esperta? Chi, se non lui, che si è confermato uomo di sinistra ma molto attento alle ragioni di destra? Chi, se non questo ragazzo avviato alla cinquantina, che parla con la consapevolezza dell’anziano di Imu ed esodati, Iva e cassa integrazione? Il fidanzamento è saldo, anche dopo ieri sera. E le aspettative sono alte, e simili ovunque, se pure Le Figaro ha visto in lui, dopo il vertice parigino, le qualità del largo intenditore: «E se una chiave della pacificazione tra Merkel ed Hollande si chiamasse Enrico Letta?». Ecco, una piccola, breve e incompleta settimana è trascorsa, ed è stata sufficiente perché Letta mostrasse le sue numerose e trasversali qualità.

domenica 10 marzo 2013

Renzi da Fazio: elezioni o governo per lavoro e legge elettorale

Da LA STAMPA

Italia

Ultimatum di Renzi
“Basta inciuci, meglio le elezioni”

“La direzione? Pareva una seduta di terapia di gruppo”


Al termine dell’intervista di Fabio Fazio, si consolida l’impressione, già suscitata a Ballarò, che Matteo Renzi consideri impossibile un governo Bersani, improbabile qualsiasi governo, probabile il ritorno al voto a cavallo dell’estate. E che di fatto abbia già lanciato la sua campagna elettorale, peraltro emendandosi dagli errori delle primarie: mette al primo punto del programma di «qualsiasi governo» la questione lavoro (preposta finanche alla legge elettorale), coprendosi a sinistra, il suo fianco scoperto tre mesi fa.

Ciò che aveva taciuto alla direzione del Pd, abbandonata platealmente perché «sono abbastanza allergico alle formazioni politiche tradizionali» in cui si fanno «riunioni come fossero sedute di terapie di gruppo, con amministratori anonimi che si guardano in faccia e si raccontano le stesse cose di due anni fa nello stesso organo di quattro anni fa anziché ascoltare i nuovi parlamentari», Renzi lo dice dunque nello studio tv di «Che tempo che fa».

E quindi: il gruppo dirigente sbaglia tentando «la caccia al grillino» con forme di «scilipotismo» e «scambi di poltrone vecchia maniera, presidenze di commissioni», insomma «un inciucione collettivo»; agli otto punti di Bersani manca l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti che «è uno scandalo»; sul suo tentativo di formare un governo «non sono ottimista, è molto complesso»; «se non va in porto vedremo che cosa farà il Presidente della Repubblica» e comunque «giocoforza molto presto si tornerà a votare» e «assolutamente» si faranno «primarie aperte» senza «respingere ai seggi la gente che vuole votare» come accaduto tre mesi fa.

I segnali di insofferenza non preludono però all’uscita dal Pd per fondare un suo movimento: giura sempre «lealtà» al partito, tanto più ora che anche buona parte del corpaccione dirigente lo invoca con messaggi pubblici e (soprattutto) privati, ribaltando l’isolamento (3 segretari provinciali contro 107) delle primarie. Allo stesso modo, esclude l’ipotesi di un’alleanza con la lista Monti («Ha perso le elezioni, eh»), a cui guarda solo come bacino elettorale.

Sulle elezioni, «trovo insopportabile vivere di rimpianti e nostalgie: a Firenze si dice se mia nonna aveva le ruote era un carretto...», ma certo con la sua leadership «avremmo insistito su alcuni temi che avrebbero sgonfiato Grillo». Votato «non perché hanno letto il suo programma, dove ci sono anche autentiche castronerie come sull’euro, ma per dare un segnale ai partiti con un megafono: avete capito, è finita!».

Renzi non entra nel merito degli scenari di governo, ma dice: «Preferirei una qualsiasi soluzione che dia chiarezza: elezioni o un qualsiasi governo che faccia il piano sul lavoro e poi la legge elettorale», soluzioni pasticciate paralizzerebbero perfino «il governo del figlio di Mazinga». Evidente la proiezione sulla nuova sfida elettorale. E se sarà candidato premier, scherza, «l’ultimo comizio lo farò a piazza San Giovanni, non la lascerò a Grillo».

giuseppe salvaggiulo

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