ebook di Fulvio Romano

domenica 18 novembre 2018

“Fiaccati da anni di politicamente corretto gli italiani vogliono trivialità e tracotanza”

LA STAMPA

Italia

ALESSANDRO PIPERNO lo scrittore stende IL pAESE SUL lettino dello psicanalista: “Per chi la pensa come me le prossime Europee saranno un tracollo”

“Fiaccati da anni di politicamente corretto

gli italiani vogliono trivialità e tracotanza” 

Alessandro Piperno ci ha sempre stupito con la forza e la crudeltà con le quali mette sotto la lente di ingrandimento i vizi della borghesia, i complicati rapporti tra uomo e donna, le loro paure e incertezze ma ora non riesce più a chiudere gli occhi. E come in una seduta di psicanalisi prova a raccontare la rivoluzione in corso nel suo Paese sdraiandolo sul lettino. 

Le ultime elezioni hanno stravolto completamente il panorama politico creando un vero e proprio choc per l’Italia. Cosa è accaduto? «E chi lo sa! Vede, sulla questione mi piace sempre citare il grande poeta russo Iosif Brodskij: “La politica è al livello più basso della vita spirituale”. Nel senso che sollecita gli impulsi più elementari e corrivi della nostra interiorità. Anche per questo me ne sono sempre tenuto doverosamente alla larga. Ecco, mettiamola così: dal 4 marzo scorso sono regredito al livello più basso della mia vita spirituale. Sono sull’orlo di una crisi di nervi. Leggo i giornali con avidità, consulto siti, guardo la tv, prendo a concionare a tavola e all’università come un tribuno, manca solo che mi metta a parlare da solo per strada. Alterno apprensione, sdegno a stupefazione. Assisto con orrore al tramonto del buonsenso. E per la prima volta in vita mia sento farsi strada il sospetto paranoico che sia tutto collegato. Le faccio un esempio». Mi dica. «Anni fa un mio amico che insegna negli Stati Uniti da decenni mi disse che non aveva dubbi: non solo Trump avrebbe vinto le primarie repubblicane, ma anche le presidenziali. Alle mie proteste piene di legittima incredulità mi zittì dicendo: “Gli americani sono stanchi della correttezza politica. Hanno bisogno di trivialità, franchezza becera, tracotanza”. Dio sa se aveva ragione. E a quanto pare, ad aver bisogno di certa roba non erano solo gli americani, ma anche gli inglesi, gli ungheresi, gli austriaci e gli italiani naturalmente. Del resto, ravviso una relazione sinistra tra l’oltranzismo del politicamente corretto e il trumpismo. Sebbene antitetiche, si tratta di dottrine violente, settarie, prive di ironia e di misericordia. Ci ha fatto mai caso? C’è qualcosa che assimila gli occhi spiritati di certi deputati grillini ai ghigni sarcastici dei leghisti». Quando è iniziata questa trasformazione? «Per quanto concerne l’Italia, sospetto che i vent’anni di guerra civile tra berlusconiani e anti-berlusconiani abbiano impartito alla gente una lezione di odio reciproco talmente viscerale che stentiamo ancora a liberarcene. E ritengo che la cosiddetta classe dirigente abbia giocato il ruolo mefitico e irresponsabile dell’apprendista stregone. Un Paese la cui élite insegna alla gente comune a odiare l’élite ha qualche serio problema di auto-coscienza». Ora avanzano i sovranisti. Sembra un’ondata inarrestabile. Per quale motivo? «Non bisogna essere un premio Nobel per capire che il peggior nemico della democrazia liberale è la crisi economica. Di colpo la gente ha ottime, legittime ragioni per incanaglirsi. Penso al piccolo mondo da cui provengo, la borghesia metropolitana, laica e operosa: nell’ultimo decennio ha subito un lento inesorabile declassamento sociale. Non oso immaginare come stanno tutti gli altri, ossia la maggioranza che già se la passava male. E come insegna Girard, il grande antropologo francese, quando la gente è in difficoltà, quando trema di paura, per prima cosa se la prende con chi sta molto meglio poi con chi sta molto peggio. Così il complottismo si allea al razzismo. La dietrologia paranoide dei grillini va felicemente a braccetto con la xenofobia dei leghisti. Da un lato si farnetica contro i poteri forti, dall’altro contro i finanzieri ebrei e gli immigrati. Le assicuro, non avrei mai creduto che un giorno avrei vissuto tempi del genere». E da qui come si arriva al sovranismo? «Il passo è breve. È come quando sei depresso e ti vien voglia di chiuderti in casa. L’infelicità, la tristezza, la miseria ti abbrutiscono e ti rendono sospettoso e guardingo. Chiudi a chiave la porta, abbassi le serrande. Ti viene naturale dare la colpa ai vicini di casa. Se stai così male sarà di certo colpa loro. Diventi lamentoso, capzioso, auto-indulgente. Non vedi l’ora di insultare qualcuno alla prossima riunione di condominio». Quale altro effetto ha avuto la crisi? «Ha incrinato quel muro di valori condivisi che George Steiner chiama il “pregiudizio liberal”: tolleranza, civismo, buone maniere. Tutto andato in fumo. Lo vede? Ormai parlo come un trombone». Cosa pensa del problema dell’immigrazione? «Penso che tra qualche anno guarderemo al nostro atteggiamento odierno con lo stesso orrore con cui oggi giudichiamo le cose terribili che succedevano in Europa settant’anni fa». Perché l’Italia ha così poca memoria? «Sa che l’ottanta percento dei miei studenti non sa cosa sono le leggi razziali e il restante venti percento ritiene che esse abbiano riguardato solo la Germania? Ho sempre diffidato della capacità redentrice della memoria. Alla questione ho dedicato anche un paio di libri. Ma questa ignoranza supera di molto le mie peggiori aspettative». Torniamo per un momento a un concetto che lei ha espresso e che mi ha colpito. Perché Trump e il politicamente corretto sono la faccia della stessa medaglia? «Perché sono espressioni di un pensiero rozzo e semplificato che si nutre di pregiudizi e si avvale di slogan e frasi fatte. Sono forme di estremismo che hanno silenziato il pensiero critico e hanno abolito il sano esercizio del dubbio». Per questo ha deciso di dedicarsi in modo più attivo alla politica?«Non la metterei così. Detesto gli scrittori impegnati. A Zola preferisco Flaubert, a Sartre preferisco Claude Simon, a Pasolini preferisco Gadda e Montale. Diciamo che per la prima volta nella mia vita mi scopro in apprensione per ragioni politiche». Lega e 5 Stelle sono alleati, ma anche rivali. Se si tornasse a votare cosa accadrebbe? «Al di là di tutte le goffaggini, le insipienze, gli abusi di potere, i tradimenti della parola data, il malgoverno mostrato a Roma e a Torino, l’offerta dei 5 Stelle resta fortissima (soprattutto quando c’è da decostruire), e se possibile quella della Lega lo è anche di più. Temo che per chi la pensa come me le prossime elezioni europee sanciranno il tracollo definitivo. Anche se spero di sbagliarmi». La seduta è finita, come vede il paziente Italia? «Che le devo dire? Il 5 marzo, quando mi sono svegliato, mi sono sentito come un nobile francese dopo la presa della Bastiglia. Temevo che volessero ghigliottinarmi. Diciamo che il mio relativismo mi mette in guardia da me stesso, spingendomi a chiedermi se per caso ci sia qualcosa che non ho capito, se in quello che sta capitando ci siano anche risvolti positivi che un signore di mezza età come me è incapace di valutare e di percepire. Non posso che augurarmelo naturalmente». BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI

massimo vincenzi

giovedì 15 novembre 2018

LA STAMPA

Prima Pagina

Gertrud e Karl

Breve storia di Karl Jaspers dedicata a chi si sente una vittima e un innocente. Nasce a Oldenburg, Bassa Sassonia, nel 1883. Si laurea in medicina, diventa psichiatra e filosofo. Nel 1933, con la salita al potere di Adolf Hitler e del nazismo, poiché sua moglie Gertrud Mayer è ebrea, entra nel novero dei potenziali nemici del Reich. Nel 1937 gli impongono un’alternativa: o lasciare la Germania o lasciare la moglie. Non lascerò né la Germania né mia moglie, risponde. Viene allontanato dall’Università di Heidelberg, dove studia e insegna. Si ritira a vita privata con Gertrud. Nel 1938 a ogni casa editrice tedesca è vietato pubblicare opere di Jaspers. Fa la fame, si ammala. Negli anni della guerra, per evitare a sé e a Gertrud l’eventualità devastante della deportazione, pare conservi pasticche di cianuro a portata di mano. L’arresto è in effetti stabilito, ma non c’è esecuzione probabilmente per l’avanzata degli americani. Nel 1946, a guerra finita, torna alla vita accademica. Tiene un ciclo di lezioni pubblicate in Italia da Raffaello Cortina col titolo La questione della colpa. Dice: «Noi tedeschi siamo obbligati, senza alcuna eccezione, a vedere chiaro sulla questione della nostra colpa e a trarne le conseguenze. La questione della colpa, più che essere una questione posta dagli altri a noi, è una questione che noi poniamo a noi stessi. Ci obbliga la nostra dignità di uomini». La colpa che riconosceva a sé era di avere sottovalutato il nazismo e di non essersi opposto per tempo e col dovuto vigore. E per questa ragione avvertì: «Ognuno è responsabile della situazione politica del proprio Paese».

domenica 11 novembre 2018

una folla non populista e positiva. Massimiliano Panarari

LA STAMPA

Cultura

una folla

non populista

e positiva

Massimiliano panarari

Una piazza positiva, e pro-positiva negli intenti e nelle aspirazioni. E una piazza progressista, nel senso dell’impegno a sostenere le ragioni dello sviluppo e a testimoniare l’importanza (e la necessità) di una visione di progresso.

La piazza è uno dei luoghi fondamentali della politica, via via negletta nella stagione attuale divisa tra l’invocazione della (spesso assai più sedicente che reale) democrazia diretta e le zuffe nei forum virtuali dei social (o nei salotti tv di certi talk show). E, dunque, è interessante, e ovviamente non casuale, che una critica costruttiva e garbata - come tipico dello stile sabaudo - a certe politiche di immobilismo e arretramento propugnate dal governo neopopulista sia passata per lo spazio pubblico (e fisico) di piazza Castello. Dove, come inno di partenza, sono risuonate le note di una celebre canzone di Jovanotti, Io penso positivo, per mandare con chiarezza il messaggio di un clima d’opinione improntato appunto alla positività, e non pregiudizievole nei confronti della sindaca Chiara Appendino.

Quella (strapiena) di ieri è stata una piazza non ideologica - o, se si vuole, postideologica - che, a partire dai temi della Tav e delle infrastrutture, ha rimesso al centro del discorso pubblico il significato del progresso per una comunità immersa in un contesto di palese e inarrestabile interdipendenza (visto che la globalizzazione della circolazione di persone e merci non si ferma a colpi di antistorici «No»). Una piazza edificata, dal punto di vista sociale, sulla trasversalità (oltre che sull’assenza di vessilli e bandiere di partito), popolata di professionisti, imprenditori, lavoratori, studenti, professori, famiglie e singoli, e che si era prefissata l’obiettivo di restituire all’attenzione generale le opinioni di una maggioranza (finora) silente perché sovrastata da minoranze organizzate e alquanto rumorose nella loro advocacy (e, soprattutto, nella loro volontà di imporsi). E una piazza progressista in un’accezione che, andando giustappunto oltre la destra e la sinistra, ha invocato l’andare avanti e lo sviluppo contro l’ideologia del populismo reazionario e del sovranismo regressivo – resiliente, quindi, rispetto alla decrescita che conduce a un futuro di infelicità ed è pervasa di quella che Zygmunt Bauman ha chiamato retrotopia (un’utopia - che qui sarebbe meglio etichettare come distopia - con la testa rigidamente rivolta al passato).

Una piazza decisamente subpolitica - per dirla alla Ulrich Beck - poiché animata dall’associazionismo e dalle articolazioni della società civile (a partire dal gruppo di donne delle professioni che l’ha concepita e costruita) e fondata sulle idee forza della bontà del progresso, della società aperta, della scienza, della tecnologia e della condivisione e ripartizione collettiva del benessere che ne deriva. Una piazza pacifica ed europea (come lo è la città di Torino) rispetto alle arene del rancore e della rabbia che hanno caratterizzato sempre più massicciamente, dal «Vaffa day» di Grillo in avanti, una certa idea della partecipazione di folla in questa nostra Italia disorientata e postmoderna.

Insomma, una piazza dell’azione affermativa; e, dopo la sua bella prova di forza tranquilla, è ora lecito anche attendersi che l’energia positiva dell’Onda Sì Tav dia origine a una piattaforma di proposte fattive. E, dunque, «un’altra piazza è possibile», per giunta piena di sorrisi e compostezza.

martedì 6 novembre 2018

L’incompetenza oggi paga solo in politica. Nella vita gli incompetenti soccombono.

LA STAMPA

Prima Pagina

Riprendersi il futuro

Un’analisi dell’osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica diretto da Carlo Cottarelli, pubblicata ieri sul Foglio, approfondisce bene alcune questioni già chiare. Prima, la robotizzazione riduce i posti di lavoro soprattutto nei paesi con pochi robot: Germania, Giappone e Corea del Sud, che ne sono pieni, hanno all’incirca il 4 per cento di disoccupati. Seconda, per ora i robot portano via il lavoro alla fasce medie: scompaiono i bancari, per esempio. Terza, i lavori più umili, ancora fuori dalla portata dei robot, come consegnare le pizze o servire ai tavoli, sono pertanto sempre più ambiti e sempre meno pagati. Quarta, è alta la richiesta di lavoratori con elevata competenza, e alto è il loro stipendio. In poche righe, ecco una spiegazione delle diseguaglianze. Come tutti sanno, l’arrivo delle auto fece fuori carretti e carrozze ma creò progettisti, operai, meccanici. Il vetturino disoccupato però non sapeva niente di pistoni. Ci spieghiamo meglio: al Politecnico di Milano il 95 per cento dei neolaureati in ingegneria informatica trova lavoro contestualmente alla laurea o entro sei mesi, il restante 5 per cento entro l’anno. La prima paga netta è superiore ai mille e 700 euro. Dall’anno accademico 2017-’18 sono usciti 258 ingegneri informatici, ma il Politecnico aveva dalle aziende quasi 4 mila e 700 offerte d’assunzione. Tutto questo bla bla, cari ragazzi, suggerisce che bisogna essere al passo coi tempi, perché i tempi non rallentano per aspettarci, e che l’incompetenza oggi aiuta in politica, ma soltanto in politica e per coincidenza astrale: nella vita, gli incompetenti soccombono. 


domenica 28 ottobre 2018

L’Italia corre diritta contro il muro”

LORENZO BINI SMAGHI Le agenzie di rating ci hanno rimandato in attesa di avere più informazioni sulla manovra

Si sta ripetendo il 2011, la frenata dell’economia cominciò con la salita dello spread. E l’esecutivo non lo ha capito

“Deficit al 3% e rischio recessione

L’Italia corre diritta contro il muro”

«Rimandati a settembre, come si diceva una volta», concede Lorenzo Bini Smaghi quando si arriva alle agenzie di rating e alla valutazione della credibilità dell’Italia. «Vogliono evitare giudizi su fatti che non conoscono», aggiunge l’economista fiorentino, già membro dell’esecutivo Bce, oggi presidente di Société Genérale e di Italgas, che però un’idea precisa di come andranno le cose se l’è già fatta. Vede il deficit al 3% del pil per tre anni, una pericolosa stretta al credito, un rischio di recessione e un governo gialloverde che gli pare «un treno lanciato contro un muro». «Mi pare proprio un rinvio del giudizio in attesa di ulteriori informazioni - spiega -, con l’indicazione che probabilmente verrà cambiato. Non gli darei troppa importanza, non è così drammatico come si poteva pensare».

Intanto hanno riscritto lo scenario macroeconomico. Meno crescita e più deficit... «Non sono i soli. Anche l’Ufficio parlamentare del bilancio, il Fmi e la Commissione Ue lavorano su ipotesi non in linea col governo. Personalmente, trovo basso il 2,7% il rapporto deficit/pil, perché nella manovra ci sono misure di cui non conosciamo la portata, entrate ed uscite da verificare. Gli interessi sul debito saranno almeno 0,1-0,2 punti in più. Ci sono forti probabilità che il disavanzo superi il 3%. Per i prossimi tre anni». Davvero? «Nello schema del 2020 è previsto il ricorso alla clausola di salvaguardia. Ritengo improbabile che vogliano aumentare l’Iva». In questo quadro perché insistono sul “non si cambia”? «Siamo in una fase in cui è venuto meno il ruolo della politica, intesa come quella cosa che deve rendere compatibile desideri e promesse con la realtà, magari anche spalmandoli nel tempo. Oggi abbiamo due partiti che ragionano meccanicamente, come un treno che non può cambiare binari e va contro un muro. Manca la capacità di mediare». Il governo si fa forza perché «il popolo è con noi»... «Proprio perché si ha il 60 per cento del consenso non ha senso creare queste turbolenze coi mercati e coi nostri alleati europei. A meno che la visione non sia di brevissimo termine e si pensi a votare subito dopo aver massimizzato gli effetti della manovra. Oppure che trionfi l’incapacità di fare la politica vera esercitando l’arte del possibile». A chi giova attaccare Draghi? «Se chi investe in Italia vede che attaccano il guardiano della stabilità, penserà che non si voglia la stabilità. Non è positivo per il Paese e nemmeno per la manovra stessa». SuperMario “il salvatore” ora è “l’anti-italiano”. «Mannò. Cosa vuol dire? E’ europeo. Sarebbe meglio avere un tedesco? Così facendo si riduce ulteriormente la credibilità del Paese come è capitato quando la Lega dell’Europarlamento non ha votato per Enria alla Bce. Mi sembra che il governo si stia specializzando in autogol». Come è successo? «O è una ingenuità nata dall’incompetenza. Oppure c’è l’obiettivo deliberato di cercare lo scontro a tutti costi. Comunque due ipotesi che spaventano chi deve decidere se investire in Italia o meno». Cosa rischiano le banche? «La perdita di valore dei titoli di stato erode il capitale. Poiché esistono dei vincoli patrimoniali, gli istituti reagiscono riducendo il credito. Tagliano i prestiti e chiedono ai clienti di rientrare. Non sono le banche, ma il sistema economico a soffrire». Qual è il pericolo?«L’economia che rallenta e rischia di andare in recessione nel quarto trimestre. È capitato nel 2011: le banche hanno ridotto il credito già nell’estate, appena lo spread è salito. Il pil italiano è sceso dello 0,6 nel terzo trimestre e nel quarto dello 0,9. La caduta è cominciata per effetto dello spread, già prima di Monti. Il fenomeno si sta riproponendo. Il governo, che pure si circonda di pseudo economisti, non lo ha capito». A sentire il ministro Savona si ha l’impressione che vogliano ristrutturare il debito e farselo pagare dall’Europa. «Lui lo ha scritto e detto. E la reazione degli altri paesi è stata “non abbiamo voglia di pagare il debito italiano”, lo ha hanno detto in tanti, da Kurz all’Afd. Il problema non è Savona, ma chi lo fa parlare. Butta benzina sul fuoco, dovrebbero dirgli di smettere. Non ha una posizione di rilievo nella Lega o nel M5S. Però, essendo Tria in una fase di ripiego, chi cerca di comprendere cosa succede in Italia ascolta Savona, e forse sbaglia». Draghi voleva mediare.«Sì, ha tentato di diffondere ottimismo per un’intesa sulla manovra con la Commissione e gli hanno sparato verbalmente addosso. E’ come se cercassero un pretesto per andare al voto o per fare delle manovre straordinarie, dando la colpa agli altri. D’altra parte, l’ampio consenso dei cittadini dà al governo l’illusione di poter fare qualsiasi cosa». Per poi prendersela con la speculazione e Soros? «Se uno dice “ce ne freghiamo e andiamo avanti” non fa altro che spingere a speculare ancora di più contro il paese, nella convinzione che si stia andando contro il muro. Siamo un paese piccolo sul Mediterraneo che si sta isolando».Il consenso resta elevato, però. Come se lo spiega? «Perché l’impatto reale su cittadini ancora non c’è stato. Ci sono per ora delle avvisaglie. La recessione non è ancora iniziata. Torno al treno. Corre ad alta velocità, il muro ancora non si vede, ma se non si rallenta lo schianto sarà violento». BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI

marco zatterin

mercoledì 10 ottobre 2018

Il primo passo ( dello Stato autoritario)

LA STAMPA

Prima Pagina

Il primo passo

La sicurezza viene prima dei diritti, ha detto ieri mattina in tv Edoardo Rixi, sottosegretario della Lega. Nessuno è sobbalzato, in studio, e probabilmente nessuno è sobbalzato a casa. Rixi stava parlando del ponte di Genova, in perfetta buona fede (che noia questa buona fede), e stava postulando il disastro. Lo chiamo disastro, altri lo chiamano fascismo, ma la definizione non è importante: non torneranno le camicie nere, i cerchi di fuoco, i balilla, la storia si ripete ma non copia mai da sé stessa. È invece vero che nell’anima italiana l’illiberalismo è sempre stato una scorciatoia e un sollievo, per tutti. Siamo pieni di leggi illiberali in nome della sicurezza: buona parte della legislazione antimafia è illiberale, ma c’è l’emergenza mafia; i sequestri preventivi dei beni dei (presunti) corrotti sono illiberali, ma c’è l’emergenza corruzione; le leggi antiproibizioniste sulla droga sono illiberali, ma c’è l’emergenza droga. Spesso, e non soltanto in Italia, si sacrifica qualche diritto in nome dell’emergenza e della sicurezza. Sono quote forse sopportabili, come fumare tre sigarette al giorno a corredo di una vita sana. Già è arbitrario decidere quali sono le emergenze e come affrontarle, ma quando le emergenze si moltiplicano o addirittura si ingigantiscono - l’immigrazione, la criminalità, i rom, le occupazioni abusive, i confini, i tecnici dei ministeri, la stampa, ora perfino la ricostruzione dei ponti - e a ognuna si dà una risposta illiberale, perché la sicurezza viene prima dei diritti, allora lo Stato autoritario ha già compiuto un passo.


sabato 6 ottobre 2018

Baviera, volano i Verdi (Ndb: sarà anche qui la nuova alternativa democratica?)

LA STAMPA

Esteri

Secondo i sondaggi gli ambientalisti hanno superato l’Spd nei consensi

Sono la vera opposizione a Cdu e Csu: primo test il voto del 14 ottobre

Baviera, volano i Verdi

S’incrina dopo 60 anni

il modello conservatore 

Oggi marceranno ancora una volta accanto agli ambientalisti ed ecologisti per partecipare alla grande manifestazione di protesta contro l’abbattimento della foresta di Hambach minacciata dai lavori di ampliamento di una grande miniera di carbone tra Colonia e Aquisgrana. Ma quello dell’ecologia non è più il tema dominante e centrale per il Bündnis 90-Die Grünen, il partito dei Verdi tedeschi. Il loro guscio esterno è ancora verde, ma il nocciolo si è tinto anche di rosso socialdemocratico, blu neoliberista e persino di nero conservatore. 

La crisi politica

Nel pieno di una crisi politica che sta sgretolando le fondamenta del bipolarismo tedesco, con il lento tramonto della cancelliera cristiano-democratica Angela Merkel e l’erosione di consensi dei «Sozialdemokraten» dell’Spd, sono proprio i Verdi ad essere diventati la nuova forza politica di centro senza la quale in Germania sarà arduo in futuro dar vita a stabili maggioranze di governo. In vista delle elezioni amministrative nelle regioni chiave della Baviera e dell’Assia il 14 e 28 ottobre, il partito raggiunge nei sondaggi la quota record del 18% attestandosi al secondo posto nella graduatoria dei principali partiti, prima ancora dell’Spd e della destra populista della AfD. 

A livello nazionale sono riusciti addirittura a raddoppiare i loro consensi dall’8,9% ottenuto alle politiche del 2017 agli attuali 17-18%. Una tendenza riscontrabile anche in numerosi altri Paesi europei, dalla Svezia all’Olanda, dove i vecchi ambientalisti di sinistra di un tempo conquistano fasce di elettori sempre più ampie e politicamente eterogenee. In una roccaforte del conservatorismo tedesco come quella del Baden-Württemberg, la regione di Stoccarda dominata un tempo dalla Cdu, da 7 anni a questa parte ad occupare la poltrona di governatore è il Verde Winfried Kretschmann che oggi difende anche gli interessi delle potenti lobby dei costruttori automobilistici Daimler e Porsche, e che ha appoggiato il recente inasprimento delle leggi sull’immigrazione.

Nella nerissima Baviera, la star della campagna elettorale è la verde Katharina Schulze, 33 anni, sempre sorridente, di bell’aspetto, moderata nei toni e politicamente pragmatica, e che con il suo carisma sta contribuendo al crollo di popolarità dei cristiano-sociali (Csu) che da oltre 60 anni dominano il loro feudo prealpino con maggioranze assolute e che adesso, col 33% delle preferenze indicate dai sondaggi, risc hiano nella peggiore delle ipotesi di ritrovarsi addirittura sui banchi dell’opposizione.

Le nuove alleanze

«I Verdi profittano molto della crisi d’identità dei due grandi partiti tradizionali, quello della Cdu/Csu e del Spd», spiega il politologo Oskar Niedermayer dell’università di Berlino. «Paradossalmente, però, i Verdi profittano sia in Germania sia nel resto dell’Europa anche dell’affermazione della nuova destra populista, rappresentando l’ultimo bastione credibile e autentico che resiste e non si è fatto contagiare dalla retorica xenofoba, intollerante e semplificazionista dei tribuni della destra». In Baviera, i Verdi di Katharina Schulze non pongono nessun veto ad una possibile alleanza di governo assieme ai cristiano-sociali del governatore Markus Söder e del leader di partito e Ministro degli interni Horst Seehofer. Stando ai sondaggi potrebbero però in teoria dar vita anche a una coalizione alternativa con socialdemocratici, liberali e la lista indipendente dei Freien Wähler. 

I tempi in cui i Verdi si definivano come gli antagonisti per eccellenza del centro-destra sono del resto tramontati. Oggi il partito è più che mai eclettico ed eterogeneo, viene votato sia dai dipendenti delle start-up metropolitane sia dai coltivatori di prodotti biologici della provincia, dalle donne come dagli uomini, dalle classi medio-alte ed imprenditoriali come da studenti e intellettuali. Classi che in Germania stanno molto bene, forse anche troppo, ma che nel loro benessere non vogliono rinunciare ad alcuni valori fondamentali, che solo i Verdi difendono attualmente in modo credibile: l’ambiente, la tolleranza, il multiculturalismo. 

BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI

walter rauhe

La storia siamo noi

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Prima Pagina

La storia siamo noi

Il ministero ha deciso di sopprimere il tema di storia dall’esame di maturità perché in dieci anni soltanto il tre per cento degli studenti ha deciso di affrontarlo. È un peccato che i ragazzi trascurino la materia più bella che c’è (parere personale) e che il ministero si adegui, facendone un soprammobile dell’istruzione. Forse è inevitabile se si pensa alla vicenda di Roberto Matatia raccontata ieri dal Foglio. Matatia è un imprenditore di Faenza che ha scritto un libro sulla sua famiglia sterminata ad Auschwitz, e per parlarne era stato invitato da una professoressa di un liceo classico del foggiano. Dopo qualche settimana, però, la professoressa si è scusata con Matatia: purtroppo non se ne fa nulla, altri insegnanti si sono opposti, a scuola niente politica, hanno detto. Ora l’incidente pare rientrato, a Matatia dovrebbe essere stato rinnovato l’invito, ma a questo punto che lo accetti o meno è secondario. Piuttosto risalta la bizzarria che insegnare ai ragazzi che cosa furono le leggi razziali (oggi, ottant’anni fa, il Gran consiglio del fascismo pubblicò la Dichiarazione sulla razza), e quali ne furono le conseguenze, sia derubricato a una bagatella politica. Specialmente nell’accezione infelice che si dà oggi al termine, desolante a ora tarda in birreria, figuriamoci in un liceo classico dove senz’altro sanno che politica deriva da Polis, le città in cui tutti erano chiamati a partecipare all’amministrazione della cosa pubblica e a soggiacere alla medesima legge. È nella Polis che nasce l’idea occidentale di democrazia. Ma se abbiamo questa considerazione della storia, non possiamo che avere questa politica. 


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giovedì 27 settembre 2018

Pensiero magico e lessico zero nel linguaggio giallo-verde

LA STAMPA

Cultura

il potere magico delle parole

nel linguaggio giallo-verde

Massimiliano Panarari

Il populismo e la sua narrativa si fondano anche sul «pensiero magico». Con l’arrivo al potere dei due partiti della «democrazia populista» (come la chiamava il politologo Robert Dahl) ci troviamo dentro una fase completamente nuova. E l’Italia torna a essere un laboratorio della crisi della democrazia rappresentativa.

Si tratta di uno stadio talmente inedito da annichilire quasi l’opposizione politico-parlamentare, producendo una crisi esistenziale di quei partiti di sistema (il Pd e Forza Italia) che cercano di contrastare la Lega e il Movimento 5 Stelle con gli strumenti della politica tradizionale e «razionale». Invece, questa è effettivamente la Terza Repubblica: non nel senso dell’approvazione di una qualche revisione costituzionale (almeno per il momento), ma dell’autentica rivoluzione in corso nel linguaggio e nelle forme del fare politica che – specie ora – sono sostanza.

Il pensiero magico, studiato da generazioni di antropologi e da psicologi come Jean Piaget, è un processo cognitivo prelogico in cui non viene messo bene a fuoco, o risulta alterato, il nesso causa-effetto. E non appartiene unicamente alle società primitive, ma capita a ciascun individuo di farvi ricorso durante la vita. La postmodernità, tra relativismo spinto e intercambiabilità delle interpretazioni, lo ha riportato in auge ampiamente, come mostrano la postverità e le fake news. E oggi, infatti, è dato vedere un pensiero magico prepotentemente all’opera nella comunicazione e nella propaganda del governo legastellato che, nella sua campagna elettorale permanente, sembra farsi beffe del principio di non contraddizione come di quello di realtà. Dalla polemica con gli alti funzionari che non si piegano agli annunci-promesse di vari ministri fino all’insofferenza per i numeri che non tornano nei provvedimenti più importanti e nel Def, è come se andasse in scena uno scontro tra la razionalità tecnico-politica (ritenuta troppo «calcolante») e un irrazionalismo politico-seduttivo preoccupato solo del consenso, e infastidito da limitazioni e rispetto delle compatibilità (le cifre del bilancio e del debito pubblico come il primato dello Stato di diritto). Giustappunto perché il neopopulismo postmoderno è incantatore e (ferocemente) anti-illuministico.

Nel pensiero magico talune parole hanno poteri miracolosi e soprannaturali, e funzionano come dei totem. Così, archiviato il «politichese» della Prima Repubblica e il linguaggio marketing-oriented della Seconda, siamo arrivati al «lessico zero» di Di Maio e Salvini. Vale a dire una politica linguistica che vuole azzerare la possibilità del dibattito, con concetti tanto basici che diventa impossibile dichiararsi contro (e in questo modo, nuovamente, si annulla l’opposizione, che ha un problema culturale e semantico, oltre che politico). Ed ecco allora: la «manovra del Popolo» (con il «popolo» vocabolo totem per eccellenza, ripetuto in ogni occasione), l’«azzeramento della povertà», l’«Italia sicura» d’ora in poi; e, anche se assomiglierà molto al reddito di inclusione degli esecutivi di centrosinistra, quello nuovo sarà di «cittadinanza», parolina magica e diretta.

Il neopopulismo disintermedia ed elimina (magicamente) la complessità e le problematicità del reale, presentandosi come capace di andare alla radice delle questioni e proponendo «soluzioni» che sfidano la logica (proprio perché basate su relazioni causali spesso arbitrarie). Che riscuotono, come mostrano il clima d’opinione e i sondaggi, moltissimi applausi. E hanno inaugurato un terreno di gioco totalmente altro rispetto alla concezione liberaldemocratica e socialdemocratica della politica. Un perimetro davvero alternativo (e preoccupante), come i fattoidi che vengono raccontati dallo storytelling sciamanico di certi politici apprendisti stregoni.

giovedì 13 settembre 2018

LA VOGLIA DI FERMARE I GIORNALI

LA STAMPA

Cultura

LA VOGLIA DI FERMARE

I GIORNALI

Alberto Mingardi 

Ieri il Parlamento europeo ha approvato la nuova direttiva sul copyright. Fra le altre cose, essa prevede che ogni Stato-membro debba assicurarsi che i produttori di contenuti, gli editori, ricevano compensi «consoni ed equi» per l’uso dei loro materiali da parte delle piattaforme on line. Semplificando, hanno vinto editori e partiti «tradizionali» e ha perso la strana coalizione formata dai cosiddetti «giganti del web» e dai partiti anti-establishment, fra cui Lega e Cinque Stelle. Questi ultimi, che solitamente hanno scarsa simpatia per il capitalismo, specie se americano, si erano allineati con le istanze della Silicon Valley.

Intanto, in Italia il ministro Di Maio annuncia una lettera alle società partecipate per indurle a smettere di fare pubblicità sui quotidiani. Si discute poi di eliminare l’obbligo di pubblicazione per la Pa (per esempio per gli avvisi di gara), con l’obiettivo dichiarato di colpire le imprese editoriali.

I cosiddetti populisti hanno per anni accusato i loro predecessori di voler asservire l’informazione: pensate alle polemiche, spesso condivisibili, sull’«occupazione» della Rai. Pensavamo fossero critiche, invece era un programma. L’attuale governo sta facendo esattamente ciò che rimproverava agli odiati Renzi e Berlusconi: prendere il controllo della Rai, usare la pubblicità delle partecipate a fini politici.

Più in generale, se la Silicon Valley non ama né Donald Trump né i suoi epigoni europei, questi ultimi sono convinti che il loro successo dipenda dal superamento dei media tradizionali. Attraverso i social, essi costruiscono, giorno dopo giorno, quel rapporto diretto fra elettori e eletti che è un ingrediente essenziale della loro ideologia. L’obiettivo è quello di mettere in scena una democrazia senza bardature, dove la rigidità delle regole non è più un ostacolo alla reazione immediata alle sollecitazioni del «popolo». Che poi del popolo considerino solo la frazione che li inonda di «like», non importa. E non importa neppure che «fare le leggi», pure quando le fa il governo, continui a richiedere un tempo incommensurabilmente diverso da quello del web. Ciò che conta è dare l’impressione di un’attenzione istantanea.

Piaccia o non piaccia, la storia della democrazia è anche la storia dei giornali. Il dibattito politico ha bisogno di confrontarsi con un’opinione pubblica informata e vivace. L’opinione pubblica, sosteneva Walter Bagehot, è «l’opinione di quel signore calvo seduto in fondo all’autobus». Con questo, voleva dire che l’opinione pubblica non coincide necessariamente con le idee delle classi dirigenti, e nemmeno con quelle delle persone più colte: coincide con il pensiero delle persone «comuni» che vogliono dire qualcosa sul modo in cui vengono condotti gli affari pubblici ma sentono anche il bisogno di farlo a ragion veduta.

La libera stampa non è perfetta, come nulla è perfetto a questo mondo. Essa è però la precondizione di un’opinione pubblica informata: che ha bisogno di una polifonia di opinioni ma anche di chi metta risorse e competenze per dare notizie, soprattutto se sgradite a chi governa.

Più che le singole iniziative, colpisce quindi il disegno, la guerra ai giornali. Per alcuni è il sogno romantico della democrazia diretta, senza filtri. Quei «filtri» sono tuttavia indispensabili per avere una informazione non frammentaria, che consenta di conoscere davvero quel che viene deliberato ed eventualmente di reagire ad abusi e soprusi. C’è un motivo se il potere vuole avere un rapporto diretto col singolo individuo. E’ che il singolo individuo, apparentemente emancipato da tutte quelle strutture che si interpongono fra lui e il governo, in realtà è disarmato. Inerme. Il suddito ideale.

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martedì 11 settembre 2018

i populisti avanzano perché gli avversari non si uniscono contro di loro

LA STAMPA

Cultura

i populisti avanzano

perché gli avversari

non si uniscono contro di loro

Giovanni Sabbatucci

Le preoccupazioni dei democratici europei circa l’arrivo, con le elezioni di domenica, di una marea bruna destinata a sommergere la civilissima Svezia si sono rivelate, per fortuna, alquanto esagerate. Il Partito socialdemocratico ha perso qualche punto (dal 31 al 28,3%), ma ha mantenuto un primato che detiene ininterrottamente dal 1932. Il Partito «Svezia democratica» di Jimmie Akesson – populista di destra anti-immigrati con qualche traccia mai del tutto cancellata di un originario filo-nazismo – ha guadagnato il 3,7, arrivando al 17,6, ma non si può dire che abbia sfondato. Conservatori-moderati e partiti minori hanno sostanzialmente tenuto. 

Gli equilibri usciti dalle urne svedesi non sono dunque paragonabili a quelli dei Paesi dell’Est, scivolati in pochi anni alla condizione di democrazie illiberali e governati da maggioranze apparentemente inattaccabili. I numeri (fatta salva l’eccezione dell’anomalo «bi-populismo» italiano) ci rimandano piuttosto alla distribuzione delle forze che si sono affermate in questi ultimi anni nelle democrazie dell’Europa Occidentale, dove i partiti della destra nazionalista, anche dopo i recenti exploit, si collocano fra il 15 e il 25% del voto popolare: 21,3 % in Francia, 12,6 in Germania, 13 in Olanda, 21 in Danimarca, 17 in Finlandia (senza contare i neonazisti dichiarati, come Alba dorata in Grecia e Jobbick in Ungheria). Sono dati che sicuramente allarmano, anche perché si collegano in gran parte alla spinosa questione dei migranti, ma che in sé, ove restassero immutati, non dovrebbero minacciare il funzionamento della democrazia né impedire la formazione di maggioranze: del resto, se le forze anti-sistema occupano, poniamo, il 20% dello spettro politico, questo significa che il restante 80% resta, in teoria, disponibile per coalizioni di governo democratiche ed europeiste.

In teoria, appunto. Nella realtà il varo di governi di larga coalizione trova spesso ostacoli difficilmente sormontabili. Ciò accade per comprensibili differenze e diffidenze legate alle diverse matrici ideologiche, seppure ormai sbiadite, alle diverse proposte in materia di politica economica e sociale. Ma anche perché, in presenza di un rapporto di alleanza che tende a eternizzarsi, o a esaurirsi nelle vetuste retoriche frontiste, i possibili contraenti del patto temono, non a torto, di logorarsi, di perdere la loro identità, di esporsi indifesi all’attacco delle forze anti-sistema che sfruttano senza remore i vantaggi dell’opposizione irresponsabile. 

Si spiega in questa chiave la svolta che sembra delinearsi nella politica tedesca, con immediati e pesanti riflessi sull’intera scena europea. Costretta a convivere al governo con un partner socialista frustrato e insofferente, incalzata dalla concorrenza nazional-populista di Alternative für Deutschland, Angela Merkel sembra seriamente intenzionata a raccogliere i suggerimenti che le giungono dalla fronda interna al suo stesso partito, la Cdu, e più ancora da quella del partito-fratello (la Csu bavarese). La cancelliera – indicata fino a pochi giorni fa come riferimento indiscusso del fronte europeista e anti-sovranista – rinuncerebbe a opporsi frontalmente ai suoi critici e aspiranti successori; e mirerebbe piuttosto ad assecondarne le spinte, come in un match di judo, per poi assorbirle e depotenziarle, riportando il partito ai suoi originari connotati di forza moderata e ricostituendo un fronte conservatore europeo vincente in vista delle elezioni della primavera prossima. 

È una manovra classica della politica. E la storia, come è stato osservato, offre parecchi esempi in proposito: per restare all’Italia, possiamo pensare a Giolitti che cerca prima di cooptare i socialisti e poi di ammansire i fascisti (con i risultati che sappiamo). Quel che è certo però è che si tratta di operazioni ad alto rischio, che hanno qualche possibilità di riuscita solo se il traghettatore è in posizione di forza rispetto al traghettando e conserva fino all’ultimo la lucidità necessaria per tener fermi i propri obiettivi. In assenza di queste condizioni, è meglio salvaguardare le proprie posizioni, i propri valori e la propria identità, mantenere alto il livello del dibattito politico preparandosi, se necessario, a una lunga traversata nel deserto.

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venerdì 7 settembre 2018

Alba 6 settembre 2018: 44 mm di pioggia in un'ora ( tanti o pochi per un nubifragio? Sono tanti)

Il nubifragio di Alba del 6 settembre 2018: 44 mm di acqua in un'ora, 53 mm in 3 ore. Pochi o tanti? Sono tanti. Andando ad osservare le serie storiche troviamo, per Cuneo, il 5 luglio 1906 in un solo evento di poche ore caddero 122 mm d'acqua con gravi danni alla zona. Il 7 giugno 1921, sempre nel capoluogo, in un'ora e tre quarti caddero 68 millimetri...