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domenica 5 aprile 2015

Aquila, sei anni dopo (ndr: ma in che paese viviamo?)

LA STAMPA


Italia

Centro deserto, new town in rovina

E L’Aquila resta una città fantasma

Sei anni dopo il terremoto la ricostruzione non s’è vista, tra fondi bloccati e inchieste

Sei anni fa. Dalle 3:32 del 6 aprile la vita a l’Aquila è rimasta sospesa tra il dolore del lutto (309 morti e 1500 feriti) e l’incertezza del futuro, senza più il calore dei luoghi conosciuti, delle mura della propria casa, dei percorsi quotidiani. 60mila sfollati e 10 miliardi di danni. Il cuore della città ferito a morte, solo una cinquantina di persone che sono tornate ad abitarlo. Una manciata di fortunati che hanno visto le loro abitazioni in palazzi rinascimentali e medievali risorgere dalle macerie grazie alla Sovrintendenza.

Una ricostruzione partita in ritardo di anni - fondi bloccati, burocrazia lumaca - che ha privilegiato le periferie, poche strade del centro, quelle intorno a corso Vittorio Emanuele II, la via dello «struscio», creando così un confine di diseguaglianza e di scontento.

I bambini senza città

Bambini cresciuti senza conoscere la loro città, e la vita di prima, quella normale, quando si andava a piedi in centro e ci si vedeva in piazza o alla villa. Mentre adesso ci si sposta in auto e il luogo di aggregazione sono diventati i centri commerciali. Tranne che per i ragazzi che hanno fatto delle strade diroccate un luogo di movida. Ed è strano vedere una città fantasma tranne qualche bar, locali per aperitivi, birrerie, concentrate vicino a piazza Regina Margherita. Qui due tra i pochissimi palazzi restaurati, palazzo Cappa e palazzo Paone dove abitano solo 3 persone. Ha riaperto la pasticceria Manieri, la pasta all’uovo di via Garibaldi e poco distante la macelleria. Nulla più. «Ci sono le persone anziane che sono volute rimanere qui che non possono fare la spesa d’inverno se non facendo una scarpinata ai supermercati nella città bassa», dice Tullio Manieri. «E l’amministrazione non fa niente per far tornare in centro almeno i servizi essenziali alla sopravvivenza come una bottega di alimentari». Non è una città per anziani. Ma neanche per i bambini convinti che «casa» siano le New Town, in cui sono costretti a vivere dalla nascita. 19 quartieri dormitorio voluti da Berlusconi e Bertolaso, annunciati dal salotto di Porta a Porta la sera stessa di quel maledetto 6 aprile, che cadono a pezzi.

I complessi antisismici

E che, ammette il sindaco, potrebbero anche dover essere abbattute se la manutenzione risultasse antieconomica. Le hanno chiamate “Case” (Complessi antisismici sostenibili ecocompatibili) ma non hanno nulla che ricordi il calore e la sicurezza di quella parola. Sedicimila aquilani sfollati devono fare i conti tutti i giorni con balconi inagibili (nel settembre 2014 è crollato un balcone a Cese di Preturo, e da allora sono sotto sequestro 800 balconi in cinque insediamenti dell’Aquilano). Ma anche con infiltrazioni negli appartamenti e nei garage, allagamenti, pavimenti che si scollano, fogne che si intasano. Sono costate quasi un miliardo di euro. Per il crollo di Cese adesso c’è un’inchiesta aperta, per difetti di costruzione e fornitura di materiali scadenti, con 39 indagati. Ma c’è anche l’inchiesta sugli isolatori sismici delle Case, installati sotto le piastre delle New Town e che durante alcune prove di laboratorio in California si sono spezzate durante un terremoto simulato.

Poi ci sono i “Map” (Moduli abitativi provvisori), altra sigla sinistra, le casette di legno delle frazioni e dei Comuni. Ma anche li non se la passano bene. Oggi ancora 6 mila bambini sono nei “Musp”, i Moduli ad uso scolastico provvisorio nati nel settembre del 2009 per il ritorno sui banchi.

Le scuole provvisorie

Nessun istituto è stato ancora ricostruito, nonostante i soldi per farlo, 44 milioni, sono nelle casse comunali da metà del 2013. L’Aquila piange. Lacrime che si specchiano nelle risate di imprenditori sciacalli che contavano i soldi possibili prima che fossero contati i morti. Nelle risate della mafia che ha gettato sul territori una rete insidiosa su cui adesso vigila un gruppo di lavoro della Procura ispirato al modello della direzione nazionale antimafia.

MARIA CORBI


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venerdì 17 maggio 2013

"La scossa dell'Aquila non era imprevedibile"

LA STAMPA

Italia

CASA DELLO STUDENTE, LA MOTIVAZIONE DELLE CONDANNE

“La scossa all’Aquila

non era imprevedibile”

Il terremoto dell’Aquila che ha portato al crollo tra gli altri della Casa dello studente «non era affatto imprevedibile». Lo sottolinea il giudice del tribunale dell’Aquila Giuseppe Grieco nelle motivazioni sulla sentenza di condanna di 4 imputati e assoluzione di altrettanti, depositate ieri.

Secondo Grieco, nella tragedia del crollo della Casa dello studente (che il 6 aprile 2009 fece otto vittime tra i giovani ospitati), «i tecnici hanno colpevolmente e reiteratamente ignorato tutte le prescrizioni». Il 16 febbraio scorso con la quale sono stati condannati tre dei quattro tecnici che gestirono la ricostruzione della struttura alla pena di 4 anni, Berardino Pace, Pietro Centofanti, Tancredi Rosicone. Per quanto attiene invece al tecnico dell’Azienda per il diritto allo studio che gestisce l’immobile, Pietro Sebastiani, condannato a due anni e mezzo, il giudice ha rilevato che lo stesso «non ha provveduto a fare il collaudo statico dell’immobile». Per tutti gli imputati l’accusa è di omicidio colposo, disastro colposo e lesioni colpose.

Il terremoto che ha colpito L’Aquila il 9 aprile 2009 era «atteso», ma «non prevedibile»: così il direttore del Centro Nazionale Terremoti dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv), Alessandro Amato ha commentato le motivazioni della sentenza depositate dal giudice Giuseppe Grieco. «Se “non imprevedibile” significa “prevedibile”, allora non sono assolutamente d’accordo. E con me non sarebbe d’accordo la comunità sismologica internazionale. Diverso è - ha concluso - se intendiamo che in una certa area ad elevata pericolosità come quella dell’Abruzzo un terremoto con le caratteristiche di quello del 2009 era “aspettato”, o possibile».

lunedì 8 aprile 2013

È tornata a volare l'aquila di Dolceacqua...

Da La Stampa di Imperia


DOLCEACQUA LIBERATA IERI DOPO LE CURE DEI VETERINARI. LE INDAGINI DELLA FORESTALE

È tornata a volare l’aquila
ferita da un bracconiere


Ce l’ha fatta l’aquila reale che a Pasqua era stata colpita da una fucilata ed era caduta a terra, ferita e spaventata. Ieri ha ricominciato a volare. Salvata da un volontario delle guardie zoofile e dagli uomini della Forestale di Ventimiglia, ha risposto bene alle cure dei veterinari. Ed è stata liberata a Dolceacqua, non lontano da dove era stata ritrovata.

La mano assassina che ha sparato al rapace, rarissimo in questo territorio, non è riuscita per fortuna ad avere la meglio. Ieri l’aquila ha disteso le ali spiccando il volo, in cerca del compagno, che certamente l’ha cercata e aspettata in questi giorni. Le aquile, come i lupi, scelgono il proprio partner per la vita: tra loro non esiste divorzio e l’unica separazione che conoscono è quella decisa dai bracconieri. L’animale è stato curato dai veterinari Ilenia Bottino e Giuseppe Riello, di Sanremo. Che raccontano: «L’aquila è stata portata in studio il giorno di Pasqua dalla Forestale e da un volontario. Presentava una ferita da arma da fuoco all’ala destra. E’ stata medicata e le è stata fatta una radiografia. Quindi è stata ricoverata in gabbia per due giorni, poi è stata spostata in una voliera del Cras “Zampa che corre”, continuando la terapia antibiotica». I veterinari hanno svolto tutti gli accertamenti per determinare lo stato di salute del rapace. Il luogo della liberazione è stato scelto con cura anche con gli esperti Lipu: vicino a dove è stata ritrovata, per inserirla in un ambiente familiare, ma anche con una conformazione del territorio che consentisse il recupero se non fosse riuscita a volare. Ma i timori sono stati fugati: l’aquila si è subito alzata in volo. Ora proseguono le indagini della Forestale per cercare di risalire al bracconiere. [l.r.]