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Operazione
tenaglia
sull’ex premier
Dopo quelle di Roma e Torino del 2016 a favore dei 5 stelle, la sconfitta del centrosinistra a Genova (e non solo, praticamente dappertutto), stavolta a vantaggio del centrodestra, ha un valore politico e simbolico doppio. Significa che anche nel caso, verificatosi quest’anno nella tornata di amministrative che ha coinvolto quasi dieci milioni di elettori, di riflusso populista (Genova, non va dimenticato, è la città di Grillo, ciò che rende più amaro per l’ex-comico il risultato di ieri), il Pd e i suoi alleati - al contrario del resuscitato centrodestra - non rappresentano più una scelta credibile di governo, neppure se si presentano uniti, in un capoluogo storicamente legato alla sinistra e che avevano amministrato ininterrottamente per tutta l’epoca della Seconda Repubblica, anche quando l’amministrazione regionale aveva cambiato di segno. A voler adoperare un po’ di malizia, si può dire che ha funzionato perfettamente lo schema di gioco messo in campo dagli avversari di Renzi, che prevedeva di inneggiare al ritorno della coalizione post-ulivista in caso di vittoria, e scaricare tutta la responsabilità di un eventuale insuccesso sulle spalle del segretario.
Per quanto il leader possa minimizzare, valutando l’esito dei ballottaggi come un voto locale, e mettendo in luce qualche risultato in controtendenza, resta il fatto che all’indomani della sua plebiscitaria riconferma alla guida del partito, dopo la conclusione funesta del referendum del 4 dicembre e la precipitosa archiviazione nelle urne della stagione delle riforme, al primo e al secondo turno Renzi, anche se non da solo, è stato battuto, e così anche il Pd e i suoi alleati.
D’altra parte, mettetevi nei panni di un elettore che abbia atteso dall’anno scorso un qualche segnale di resipiscenza rispetto al suicidio calcolato e consumato a dosi regolari dal centrosinistra negli ultimi dodici mesi. Al referendum, una parte del partito, l’ex-minoranza bersanian-dalemiana che poi ha dato vita alla scissione, s’è schierata contro il governo e ha contribuito alla vittoria del «No». Poi ha chiesto il congresso, di cui, una volta ottenuto, ha proposto il rinvio; e subito dopo, capito che Renzi lo avrebbe vinto, ha preferito andarsene. Ma uscita una minoranza, se n’è subito formata un’altra, che si comporta più o meno allo stesso modo e si prepara ad allearsi con partiti e gruppi collocati a sinistra del Pd. Mentre su questo stesso terreno, l’ex-sindaco di Milano Pisapia, messosi in moto per federare l’area rissosa in cui si muove tutto l’arcobaleno dei nemici di Renzi e riportarla all’alleanza con l’ex-premier, sta finendo col mettere su un partito concorrente, che se nascerà, nascerà sulla parola d’ordine «tutto fuorché Renzi».
L’elettore di cui dicevamo ha assistito così a una singolare campagna elettorale in cui il segretario era assente e gli altri leader di sinistra suoi avversari facevano a gara a sparargli addosso e a rinnegare ogni ipotesi di recupero a livello nazionale della coalizione con cui, tuttavia, si erano presentati nelle città in cui si votava, ottenendo spesso che il candidato sindaco fosse loro espressione e il Pd si rassegnasse a fare da portatore di voti e a pagare il conto in caso di sconfitta. Ora, appunto, per quale ragione il suddetto elettore avrebbe dovuto votare per il centrosinistra, invece di astenersi, o legittimamente, come prevede il meccanismo dei ballottaggi, votare per il centrodestra per punire i campioni del suo schieramento?
Spiace davvero per Romano Prodi, l’uomo che per due volte riuscì nel miracolo di rimettere insieme tutti i cocci dell’alleanza e portarla alla vittoria, per poi esser giustiziato le stesse due volte, una terza come candidato alla Presidenza della Repubblica, e malgrado questo, non pago, ci riprova una quarta; spiace per il governo Gentiloni, che in questo marasma riesce pure ad affrontare i terribili problemi del Paese; spiace per tanti seri amministratori, a cominciare dai pochi sindaci che ieri hanno vinto. Ma c’è una cosa che va detta a questo punto: il centrosinistra è finito, e far finta che questo non sia accaduto, o sia ancora rimediabile, non è più possibile.
Marcello Sorgi
Più ricchi che Rai
Se il teatrino di questi mesi è diventato quanto guadagniamo, io tolgo il disturbo, ha detto pochi giorni fa Fabio Fazio. È probabile che ora il teatrino diventi quanto guadagnerà. Ieri gli è stato rinnovato il contratto: quadriennale a 2 milioni e 800 mila euro l’anno. Un milione in più di prima. Complimenti e auguri. Anche perché la faccenda è già stata buttata in politica: per Maurizio Gasparri è il premio milionario al miglior valletto della sinistra, per il renziano Michele Anzaldi è uno schiaffo ai poveri e al Parlamento. È davvero interessante il diffondersi del contagio per cui la lotta alla povertà passa dalla riduzione degli stipendi, ma su un punto Anzaldi ha ragione: il Parlamento aveva deliberato il tetto dei compensi a 240 mila euro, cifra a cui si è adeguato anche il presidente della Repubblica. La Rai invece no. E con questa bizzarra formulazione: sfonderà il tetto chi «offre intrattenimento generalista» o «crea o aggiunge valore editoriale in termini di elaborazione del racconto nelle sue diverse declinazioni». A parte la prosa, da taglio immediato del mensile, la frase non vuol dire niente, quindi vuol dire tutto. E chiunque potrà avere ingaggio eccezionale. E discende da una considerazione: la Rai, per essere competitiva sul mercato, deve pagare i fuoriclasse. Vero. Ma qui sta il problema. O la Rai è sul mercato, e allora non prende il canone. O la Rai è servizio pubblico, e allora non deve competere. La via di mezzo non è uno schiaffo alla povertà né al Parlamento: è una presa per i fondelli.
Mattia Feltri
La filosofia
batte i tweet
Quando l’anima è pronta allora anche le cose sono pronte.
L’attenzione che i mezzi di comunicazione accordano all’esame di maturità è la conferma del fatto che rimane uno degli ultimi riti di passaggio, in un’epoca in cui trionfa anche sugli umani la visione prestazionale delle macchine: o funzionano o sono guaste, non c’è crescita.
L’esame di maturità interessa perché mette a tema, almeno una volta all’anno, il tempo “inutile” in cui ci si può dedicare a pensare chi sia l’uomo, la sua origine, il suo destino, la sua felicità. Fuori invece prevale il grande meccanismo in cui l’io non deve crescere, ma semplicemente diventare l’oggetto di produzione di se stesso, l’io-prestazione sostituisce l’io-presenza, abbiamo valore nella misura in cui siamo capaci di procurarcelo con le nostre forze e quindi alla periferia dell’io: avere, apparire, fare.
L’essere è cosa di cui si occupa chi ha tempo da perdere, roba da adolescenti, dopo si entra nel tempo da ottimizzare, illusi che il tempo si possa guadagnare, come se il tempo fosse a nostra disposizione e non noi a disposizione del tempo. Non c’è spazio per le domande che aprono un tempo verticale, quello che dà senso al tempo orizzontale degli orologi. Il tempo deve essere vinto, fare finta che non ci sia, nascondere che moriremo, vogliamo scavalcare la morte come se potessimo scavalcare la nostra ombra.
L’io prestazionale ha il suo mito nel guadagnare tempo (per fare cosa poi?), ma l’unico modo in cui l’uomo guadagna tempo è crescere. E l’uomo cresce solo quando impara ad abitare il tempo, cioè costruisce relazioni profonde con se stesso, gli altri e il mondo, come ribadisce Seneca a Lucilio, nel testo offerto ai ragazzi per il compito di traduzione: «Senza la Filosofia nessuno può vivere con coraggio, nessuno può vivere con tranquillità».
Noi invece preferiamo sottometterci al dio Prestazione (successo, bellezza, potere...) che ci garantisce di essere qualcuno, perdendo la capacità di stare in pace con noi stessi e il coraggio di affrontare ogni lotta, contenti (cioè contenuti) dentro la vita. Per questo l’io prestazionale è sempre stanco, a caccia di svaghi, non trova la festa nel quotidiano ma nell’over di emozioni o nell’iper di acquisti e informazioni, e spesso precipita nella depressione (cioè la pressione che schiaccia chi non si sente mai all’altezza), oppure nel «lesionismo», agito dai corpi dei ragazzi per lo più come violenza verso l’esterno o su quello delle ragazze per lo più come violenza verso l’interno, modi speculari di svincolarsi dalla mancanza di valore della propria vita. Un valore che può crescere solo dall’interno e grazie a relazioni sane e curate nel tempo, per cui la filosofia diventa necessario stile di vita ed esercizio dello spirito che si confronta con la negatività del reale, e non certo passatempo di salotti autoreferenziali, farciti di pensieri e premi di autocompiacimento (anche questi prestazioni del nostro tempo senza filosofia).
Fu Cicerone a dire che così come l’agricoltura è cura (-coltura) del campo (agri-) così la filosofia è cura dell’animo («animi cultura»). La filosofia è la coltivazione dell’io-presenza: come il contadino rispetta il tipo di semina e le stagioni e, attraverso un lavoro faticoso e paziente, ne coglie i frutti al momento opportuno, così noi, solo con un esercizio di conversazione con noi stessi, con gli altri e con il mondo, prendiamo possesso di noi stessi e diamo frutto. In un tempo che distrugge il tempo, la coltivazione del sé come campo fecondo che può dar frutto non è presa in considerazione, perché siamo sottomessi a prestazioni che non tollerano l’attesa, e quindi l’attenzione, la pazienza, e quindi la passione. Basti pensare ad una scuola tutta basata sulle prestazioni, simile più a un addestramento che a un percorso di conoscenza di se stessi, dei propri punti forti e deboli. Basti pensare a rapporti familiari per i quali non si trova mai il tempo, il tablet sostituisce la tavola, gli oggetti individuali sostituiscono i progetti condivisi.
Quando Alcibiade si lamenta con Socrate del fatto che conoscere se stessi è faticoso, il filosofo gli risponde «è vero conoscere se stessi è difficile, ma se non conosceremo noi stessi non sapremo come prenderci cura di noi stessi». In Occidente il dna classico, arricchito dal concetto di persona del cristianesimo, ci ha consegnato un’eredità la cui erosione è stata e continua a essere esiziale: la conoscenza del mondo è al servizio della cura di se stessi e del mondo. Oggi la conoscenza del mondo è ridotta a utile, calcolo, tecnica: è al servizio del dominio di se stessi e del mondo. Ma se non sappiamo prenderci cura di noi stessi andiamo incontro a un mondo regolato da rapporti di forza e non di cura. Ma si sa questi sono discorsi che durano il tempo di una maturità, di una versione di latino di Seneca: «ma a che vuoi che serva il latino, oggi», «fai lo scientifico senza latino, che poi non trovi lavoro». Noi dobbiamo ottimizzare, produrre i nostri io, senza sapere neanche chi e che cosa sia «io», come se la felicità fosse una condizione delle cose e non dello spirito. Per questo Shakespeare poteva ancora far dire ad uno dei suoi personaggi: «Quando l’anima è pronta, allora anche le cose sono pronte». Senza filosofia, ci siamo convinti del contrario.
Alessandro D’Avenia
Pd, lo spettro
di ballottaggi
non favorevoli
al partito
Circolano sondaggi sui possibili risultati del voto di domenica non proprio incoraggianti per il Pd. La tendenza sarebbe quella manifestatasi al primo turno, più favorevole al centrodestra, che potrebbe espugnare Genova e La Spezia. Soprattutto la perdita della prima, sempre rimasta al centrosinistra anche quando la Regione aveva un’amministrazione di segno opposto, sarebbe un duro colpo per il partito di Renzi, una sconfitta simbolica come fu l’anno scorso la perdita di Torino. Inoltre, a Genova il centrosinistra è unito, diversamente dalle regionali in cui si divise lasciando spazio alla vittoria dell’attuale governatore Toti, oggi il maggior teorico, anche a costo di dissentire dall’ex-Cavaliere, dell’accordo tra la destra moderata di Forza Italia e quella sovranista-populista di Salvini e Meloni. Forse è anche per questo che Berlusconi, pur scettico sull’alleanza con Lega e Fratelli d’Italia dopo la rottura dell’anno scorso sulle candidature per il Campidoglio romano, è riapparso ieri sera a Porta a Porta», per dare il suo contributo (farà anche dei comizi nelle città in cui si vota) e eventualmente mettere un suggello all’imprevista, anche se ventilata, vittoria di domenica.
Ma la vera linea del Piave dei ballottaggi, nelle stanze del Nazareno, è stabilita a Pistoia. Se dovesse passare di mano anche una delle più solide roccaforti rosse, dove il Pci raccoglieva il 55 per cento dei voti e governava con maggioranze bulgare, il quadro delle amministrative prenderebbe un segno diverso, e la ricomposizione dell’alleanza dei vari tronconi del centrosinistra, di cui si sta discutendo in questi giorni, grazie anche all’impegno personale di Romano Prodi, diventerebbe assai più difficile di quanto già non sembri, dopo lo scontro sulla Consip al Senato tra Pd e bersaniani.
A parte la difficoltà di reggere il risultato negativo subito dopo la riconferma a leader nelle primarie, per Renzi si aprirebbe di nuovo il problema di un aggiustamento di strategia, e, forse, di un ripensamento sulla legge elettorale modello tedesco frettolosamente archiviata dopo l’assalto dei franchi tiratori alla Camera. Con il Consultellum, infatti, il Pd è praticamente costretto ad andare al voto in coalizione con le formazioni che stanno alla propria sinistra, che lo hanno scelto come avversario numero uno, tutte o in parte. Idem dicasi per il centrodestra e per l’ex-Cavaliere, che alla sola idea di sedersi a tavola con Salvini si fa venire il mal di pancia. Così che Renzi e Berlusconi, o ritrovano l’accordo, o sono condannati a fare politiche in cui non credono.
Marcello
Sorgi
“Grillo mi riammette, ma non mi basta
Virginia? Decide tutto la Casaleggio”
Motta, il capo degli espulsi vincitori in tribunale a Roma e Napoli
«In relazione all’espulsione contestata nel giudizio pendente e sospesa con provvedimento cautelare del Tribunale di Roma, cui è seguita la riammissione temporanea, ti comunico la riammissione in via definitiva al MoVimento 5 stelle». Firmato Beppe Grillo. Roberto Motta, il capo degli espulsi romani M5S, uno dei militanti dotati di studi alle spalle (laureato in statistica con Giorgio Troi, nel giro degli allievi di Federico Caffè), ha guidato i ricorsi vinti contro la Casaleggio dai grillini cacciati a Roma e Napoli. Ha appena ricevuto questa mail dall’azienda, per la prima volta Grillo deve arretrare da un’espulsione, pena guai giudiziari più seri. Ma Motta non ha intenzione di deporre l’ascia. «La lotta continua», dice.
jacopo iacoboni
Roma, un anno di Raggi
Due ordinanze su tre
sono dedicate alle poltrone
L’80% della raccolta rifiuti ancora in mano ai privati, cala la differenziata
Più di 300 guasti al giorno ai bus Atac, ma il piano di riassetto non parte
Se un anno di Virginia Raggi lo si giudicasse dalle strade attorno casa sua, si potrebbe nutrire il sospetto che la città abbia trovato il sindaco giusto. Piccoli e ordinati contenitori per la differenziata, raccolta porta a porta, un via vai continuo di mezzi. Se non fosse per la piaga delle buche e delle radici, certe vie di Borgata Ottavia sembrano uscire da uno spot di pubblicità progresso. Purtroppo l’attenzione al decoro in certi angoli dell’Urbe abitati dai politici è una tradizione dell’Ama che non conosce colore. L’illusione di un’altra Roma dura lo spazio di qualche centinaio di metri, ciò che separa la realtà dalla rappresentazione. Basta imboccare Via di Casal del Marmo e Roma riprende le sembianze note ai più. È di questi giorni l’ennesima emergenza rifiuti.
Per capire quanto disti un anno di realtà dalla rappresentazione che ne fanno i suoi vertici, proviamo a fare un bilancio del governo Cinque Stelle della Capitale partendo dai numeri. Per valutarli abbiamo chiesto più volte un incontro al sindaco Raggi, la quale ha rifiutato senza spiegazioni. Partiamo proprio dalle ordinanze del sindaco: su 227 atti ben 149 – i due terzi - hanno a che fare con nomine, revoche o deleghe assegnate ad assessori e dirigenti. Stessa cosa è avvenuta in Giunta: su 258 delibere, 75 – più di un terzo - riguardano l’assunzione di personale esterno. La Raggi ha passato gran parte del tempo da sindaco a occuparsi di poltrone: la sua giunta ha messo a contratto 102 collaboratori esterni, dodici in più di quelli nominati da Ignazio Marino, quindici in più dell’era Alemanno. Si dirà: il primo anno serve a scegliere persone di fiducia. Per lei è stata un’operazione particolarmente complessa, e va oltre la fisiologia del cosiddetto spoil system. Nonostante i tentativi (quattro), alla macchina comunale del Campidoglio mancano ancora il capo di gabinetto e due assessori (Lavori pubblici e Servizi sociali). In un anno sono cambiati il vicesindaco, l’assessore all’Ambiente, quello all’Urbanistica, due volte il titolare del Bilancio. Solo all’Ama si sono avvicendati quattro amministratori delegati e due direttori generali. E non è finita qui: entro la fine dell’anno c’è da rinnovare il consiglio di amministrazione di tutte le società partecipate per le quali è stato introdotto l’obbligo dei tre componenti.
L’Azienda dei rifiuti è la chiave del successo o del fallimento del governo Cinque Stelle della città. Lo smaltimento dei rifiuti a Roma costa quattro volte quello di Milano, perché Ama è in grado di trattarne appena il 20 per cento: il resto lo paga ai privati e per trasportare l’immondizia in giro per l’Europa. Fra promesse di “modelli spagnoli”, “chilometri zero” e “riutilizzo totale degli scarti” nell’ultimo anno la situazione è persino peggiorata. Nel tentativo disperato di tenere al riparo le strade dai rifiuti ingombranti e da certa maleducazione, la percentuale di raccolta differenziata è scesa al 42 per cento, un punto in meno di un anno fa e in controtendenza rispetto al +8 per cento degli ultimi anni fa. Il nuovo piano industriale ridurrà gli investimenti: invece dei 300 milioni previsti per la creazione di nuovi ecodistretti e l’acquisto di mezzi, ne resteranno solo 110 per i mezzi. Nel frattempo l’unica decisione concreta è stata quella di affossare il progetto per il nuovo impianto di compostaggio a Rocca Cencia, inviso ai residenti. Da maggio a oggi ci sono stati tre strani incendi in altrettanti impianti di trattamento dei rifiuti: a Castelforte, Viterbo e Malagrotta. Di recente il ras del settore Manlio Cerroni ha annunciato che i due impianti dell’indifferenziata a Malagrotta non tratteranno più 1250 tonnellate di immondizia al giorno, ma solo 800. L’Ama sta tentando di aprirne uno nuovo a Ostia, ma a ottobre si vota nel Municipio e i vertici del M5S della zona sono contrari. Risultato: negli ultimi giorni nei quartieri a est della Capitale la situazione della raccolta è di nuovo al collasso. Sull’azienda incombe poi il rischio del dissesto finanziario: poiché il Comune sta pensando di togliere all’Ama la gestione diretta della tariffa sui rifiuti, il pool di otto banche capeggiato da Bnl minaccia la cancellazione di un finanziamento di 600 milioni. Alla faccia del chilometro zero, seicento milioni è quanto l’azienda stima di spendere nei prossimi quattro anni per far smaltire ai privati quattro milioni di tonnellate di rifiuti. Il piano dell’ex numero uno Daniele Fortini prevedeva entro il 2021 di far salire all’80 per cento la quantità di rifiuti trattata direttamente da Ama. Per la gioia dei privati l’ultimo piano industriale approvato – quello deciso dalla ormai ex numero uno Antonella Giglio – ha abbassato quella stima al 29 per cento. Non solo: secondo quanto raccontano fonti interne all’azienda, starebbe aumentando anche il numero di appalti affidati con trattativa diretta invece che con regolare gara.
Fra le promesse della Raggi c’è quella di rimettere a posto i conti disastrati della Capitale. In campagna elettorale ha insistito su un tema popolare: la rinegoziazione del debito monstre in mano alle banche. Finora si è limitata a far votare al Consiglio comunale 143 delibere per il pagamento di debiti fuori bilancio su un totale di 179. Delibere votate quasi tutte a cavallo di Natale e che valgono circa cento milioni di euro: la Corte dei Conti ora indaga sospettando danni erariali. La giunta ha discusso 25 delibere sulle società partecipate dal Comune, ma del piano di razionalizzazione della megaholding pubblica c’è solo un progetto sulla carta. Per scriverlo, l’assessore Massimo Colomban - un grosso imprenditore veneto mandato dai vertici in soccorso alla Raggi - si è affidato a Paolo Simioni, già amministratore dell’aeroporto di Venezia, nel mirino delle opposizioni per i 240mila euro di stipendio pagato quota parte da ciascuna delle tre grandi società, Atac, Acea e Ama. Il piano - ambiziosissimo - prevede di scendere da 40 controllate a 10-12 aziende, e la dismissione di parte delle quote di Adr, Centrale del Latte e della stessa Acea.
In realtà gli atti rilevanti votati finora in consiglio comunale sono solo due: il via libera preliminare allo stadio della Roma e l’adozione di un nuovo regolamento sugli ambulanti che aggira l’obbligo di gara previsto dalla direttiva Bolkenstein già ribattezzato “salva Tredicine” dal nome della famiglia proprietaria di decine di camion e bancarelle. Su 179 delibere, due hanno riguardato l’urbanistica e i trasporti, una sola la cultura, una la scuola. L’unico atto sulla scuola degno di nota è però frutto di una proposta della capogruppo Pd Michela Di Biase che consente alle mamme di consegnare il latte materno negli asili nido.
Se ci accontentassimo degli annunci la Raggi si meriterebbe un dieci. Prendiamo le strade. Il sindaco rivendica un piano buche e porta con sé le fotografie di alcuni tratti rifatti, ma nel frattempo per ovviare alla scarsa manutenzione, in tre arterie della città - Aurelia, Cristoforo Colombo e Salaria - è stato imposto il limite a trenta all’ora. Intendiamoci, governare una città come Roma non sarebbe facile per nessuno. A marzo la Raggi ha rimesso in strada 15 filobus nuovi fermi da tempo nei garage dell’Atac. Nel giro di 24 ore quattro mezzi erano già fuori uso per problemi tecnici. «Cuciniamo con quel che abbiamo», si difese la sindaca. La sindrome dell’annuncite è direttamente proporzionale alla scarsità delle risorse. Mentre l’Atac conta più di trecento guasti al giorno ad altrettanti mezzi, l’assessore alla Mobilità Linda Meleo porta in giunta un piano per l’introduzione di sei nuove linee del tram, tre funivie e il prolungamento della linea B della metropolitana. Peccato che l’unica certezza sia il caos attorno al futuro della linea C, le cui ruspe fanno mostra di sé ai fori imperiali. A novembre dell’anno scorso il consiglio comunale ha votato una mozione straordinaria per lo scioglimento di Roma Metropolitane, la società che gestisce il cantiere. Nel frattempo fra sindaco, consiglieri e assessori si è aperto il dibattito su dove fermare il tracciato: se al Colosseo, al Corviale o al Flaminio. Il solito Colomban, una sorta di commissario prefettizio della Raggi, ha spento il dibattito durante una riunione della Commissione trasparenza: Roma Metropolitane va avanti, mozione o non mozione.
Fra le mura solenni dell’aula Giulio Cesare si consumano scontri epici non solo con l’opposizione del Pd e di Fratelli d’Italia, ma anche nella maggioranza bulgara del Movimento. Da un lato il sindaco e il braccio destro Daniele Frongia, sostenuti da Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista, dall’altra i consiglieri romani guidati da Roberta Lombardi e Marcello De Vito. Quando il gruppo si ricompatta, il dissenso è soffocato. Ne sanno qualcosa Cristina Grancio e Gemma Guerrini, entrambe vicine all’espulsione per essersi opposte al progetto sullo stadio della Roma. In mezzo gli uomini mandati da Davide Casaleggio e Beppe Grillo a evitare il peggio: il già citato Colomban e il neopresidente dell’Acea, l’avvocato genovese Luca Lanzalone, delegato dal sindaco anche alla trattativa sullo stadio.
I tecnici Colomban e Lanzalone appaiono come la quintessenza del realismo grillino. Per chi come la Raggi amministra la cosa pubblica e non ha sufficiente esperienza politica dire no è più semplice di un sì. Ad una olimpiade, a un nuovo impianto di trattamento dei rifiuti o allo scavo della metropolitana. Ma talvolta i no possono essere fatali all’immagine della città. Ne sanno qualcosa gli abitanti dell’Eur abituati alla vista di un ecomostro a pochi metri dalla nuvola di Fuksas. Fu uno dei primi atti della giunta Raggi: la revoca del permesso a costruire per il restauro delle torri. Sembrava la fine di una storia tutta italiana: dopo anni di tira e molla con gli altri azionisti, Cassa depositi e prestiti e Telecom si erano unite nel progetto per la costruzione della nuova sede del gigante telefonico. Il no dell’allora assessore Paolo Berdini ha offerto all’azienda l’alibi perfetto per rinunciare ad un progetto nel frattempo giudicato troppo costoso.
Twitter @alexbarbera
Alessandro Barbera
“Se me lo chiede il Paese, mi sacrifico”
L’effetto rieccolo della politica italiana
Da Berlusconi a D’Alema, da De Mita a Orlando: è la riscossa dei rottamati
Ci si distrae un attimo e rieccoli tutti lì: Romano Prodi e Silvio Berlusconi, Massimo D’Alema e la sua vecchia costola Umberto Bossi, Leoluca Orlando che non ha nemmeno il buon gusto di incanutire, persino Ciriaco De Mita accompagnato dalla discrezione di un pensiero. Riemergenti per necessità, non loro, ma del Paese che parrebbe spingerli al solito atto di responsabilità, e cioè ancora al sacrificio. D’Alema sembra prendere la parola a nome di tutti: «Noi sentiamo l’urgenza di offrire agli italiani un’altra possibilità». Uno slancio colmo di nobiltà, e un uomo avveduto come D’Alema non avrà trascurato un’opzione: che gli italiani non sentano la medesima urgenza, e cioè di offrirla a lui un’altra possibilità. Ma è la democrazia. La sconfitta di Matteo Renzi al referendum e le trattative non particolarmente auliche né stentoree sulla legge elettorale hanno rimesso fiato a uomini e ambizioni (e spirito di servizio, diciamo): una legge della politica, e della vita, è che col tempo si scoprono le indispensabili virtù dell’esperienza. Compreso De Mita, ognuno dei riemergenti ha avuto la consapevolezza di essere il nuovo, sospinto dalla storia all’incarico del rinnovamento.
Per Berlusconi e Bossi non serve sostanziare, per Orlando nemmeno, forse neanche per Prodi, ma per D’Alema sì. Nel Pleistocene della nostra memoria fu un innovatore sin dai tempi della Federazione dei giovani comunisti negli anni Settanta, e poi del Pci negli anni Ottanta quando si trattò di sostituire Alessandro Natta con Achille Occhetto, e di nuovo un innovatore del Pds quando si trattò di sostituire Occhetto con sé medesimo, cioè il volto nuovo, finalmente. Nel 1992, venticinque anni fa, D’Alema già sentiva le urgenze: «Un governo con programmi diversi e volti nuovi». L’idea che circolava di un altro governo Craxi gli faceva intravedere la «sciagura», poiché, ancora, «servono volti nuovi». Settembre 1997 (poi non vi annoiamo più): «Si sta formando una classe dirigente che ha caratteristiche ben diverse da quella che ci ha preceduto. Una classe dirigente giovane, appassionata, che mostra al Paese intero il volto di una nuova Italia». Ecco, siamo stati tutti rottamatori. Magari con un lessico più contenuto e risultati migliori. E che c’è di più naturale che resistere alla ruota che gira? L’altra sera, a Bari, D’Alema ha spiegato perché non si tira indietro: «È evidente che per un movimento che nasce ci sarà bisogno di candidare delle personalità. Quindi se i cittadini pugliesi mi chiederanno di essere candidato, mi prenderò le mie responsabilità».
Ecco, la personalità si sacrifica. Non si sottovaluta il rischio di avere affiancato D’Alema a Renzi, e ora di affiancarlo a Berlusconi, ma «sacrificio» e «responsabilità» sono stati i motori, per autodichiarazione, di un’intera carriera politica. «Restare a Palazzo Chigi e alla guida del centrodestra vi assicuro che è un grande, grandissimo sacrificio» (Berlusconi, giugno 2011). «Il senso di responsabilità verso il mio Paese mi ha costretto a scendere in campo anche adesso». Quest’ultima è dello scorso novembre e chissà il novembre prossimo, dopo che la Corte europea dei diritti dell’uomo avrà giudicato l’incandidabilità di Berlusconi. In genere ci vogliono sei mesi (quindi si va a maggio 2018) per la sentenza, ma l’arrivo delle elezioni potrebbe consigliare alla Corte un po’ di sollecitudine. L’idea che il vecchio capo rimetta insieme la vecchia squadra ha innescato la contromossa permanente: Prodi! Il quale Prodi ha sufficiente amor proprio per restare zitto, e vedere l’effetto che fa, mentre a sinistra la potenziale coalizione s’allarga e s’allarga, e più s’allarga più necessita del miglior federatore di tutti i tempi. Prodi! Sembra di tornare ai tempi dei Bellissimi di Retequattro, i film di seconda serata con Cary Grant e Ingrid Bergman, intanto che qui si controllano i rendimenti azionari di Netflix.
E non è una semplice impressione. Non è soltanto la deformazione della nostalgia. È proprio l’urgenza di cui parla D’Alema. Se Berlusconi ritorna al futuro gli vanno dietro tutti, ognuno con la propria urgenza. «La stella polare del Nord è la Padania, non la Lega. La Lega è uno strumento, e se uno strumento non serve lo puoi fare anche sparire», ha detto Umberto Bossi al raduno del Grande Nord, il movimento dei leghisti intolleranti del sovranismo nazionale di Matteo Salvini. «Siete troppo legati al presente. Inventate una via d’uscita dalla palude che ha creato Renzi, non rassegnatevi. Gli ex democristiani del Pd non parlano, sono muti, non so se sono vivi o morti», ha detto Ciriaco De Mita una settimana fa a Napoli. «Non voglio fondare un quarto polo, voglio stanare i democristiani», ha detto. Visto da qui, e con la folla vociante, De Mita è diventato un colosso, alla cui ombra sognare la rinascita della Dc. Insieme alla rinascita di D’Alema, dell’Ulivo, della Padania, dello spirito forzitaliano del ’94, cose così diverse e così lontane tenute assieme dal vero immarcescibile: Leoluca Orlando, che fu sindaco di Palermo con la Dc nel 1985, e rottama rottama, ancora sindaco è.
mattia feltri
Le fondazioni socialiste europee
scaricano il presidente D’Alema
La motivazione: “Ha sostenuto la scissione dei democratici”
Cari amici, è con «profondo senso di responsabilità» che condividiamo le nostre preoccupazioni: Massimo D’Alema, che in Italia ha sostenuto la scissione dal Pd, non può più essere il presidente della Feps, la Foundation for European Progressive Studies. Firmato, sette fondazioni europee di primo piano.
Il preavviso di licenziamento del nostro ex premier è stato recapitato via lettera nei giorni scorsi a tutti i vertici dell’organizzazione che, a Bruxelles, riunisce le fondazioni vicine ai partiti socialisti del continente. Incluso lui, che la presiede con un certo compiacimento dal 2010 («mi occupo quasi esclusivamente di questioni europee e internazionali», ripete sovente), riconfermato all’unanimità un anno fa: il 28 di questo mese si terrà l’Assemblea generale che dovrà rinnovare gli organi ma, stavolta, è a un passo dal benservito. Ieri, la fondazione portoghese Res Publica ha avanzato una candidatura alternativa, già sostenuta da molte altre firmatarie della missiva contro di lui: l’europarlamentare di Lisbona Maria João Rodrigues.
D’Alema, scrivono le sette fondazioni, è «figura chiave di un nuovo movimento politico che competerà con entrambi i partiti membri del Pse in Italia: il Pd e il Psi. Riteniamo questa azione incompatibile con il mandato di guida e rappresentante della Feps». I vertici della grande organizzazione europea devono «agire con saggezza, mostrare solidarietà, preservare l’unità e promuovere lealtà ai nostri valori fondamentali»: se non fosse chiaro, aggiungono che «noi, membri della Feps, meritiamo una leadership rinnovata». A firmare le due secche paginette, oltre a Res Publica, la Friedrich Ebert Stiftung tedesca, la francese Jean Jaurès, la spagnola Pablo Iglesias, la svedese Olof Palme International Center, la ceca Masarykova Demokraticka Akademie e la maltese Ideat.
I rapporti tra il promotore di Articolo 1 e il Pse sono burrascosi dai tempi della sua campagna per il no al referendum del 4 dicembre: con il segretario, il bulgaro Sergei Stanishev, c’è stato un fitto carteggio dopo che D’Alema in tv consigliò anche al Pse, schierato per il sì in linea col partito affiliato Pd, oltre a Merkel e Jp Morgan, di «farsi i fatti loro». Peggio ancora dopo la scissione dai dem: «Un errore storico, una totale mancanza di lealtà verso il Pd e verso il Pse», la bollò Stanishev. Tanto che, da quelle parti, si aspettavano spontanee dimissioni del leader di Italianieuropei dalla presidenza della Feps. Non sono arrivate: ora sono alcuni importanti membri a chiederle. Sette fondazioni italiane fanno parte della Feps, quella che rappresenta il Pd è la Eyu, presieduta dal renzianissimo Francesco Bonifazi: ufficialmente non si sono schierati, ma si può intuire come la pensino. Ancora una decina di giorni e si arriverà al voto. E chissà che non sia lo stesso D’Alema, annusata l’aria, a fare un passo indietro: in fondo, ha già dichiarato che «se i pugliesi lo chiedessero in massa» gli toccherebbe fare il sacrificio di ricandidarsi in Parlamento.
francesca schianchi
Da Albissola a Cosio d’Arroscia
Situazionismo
la storia in un libro
«Un’imprevedibile situazione. Arte, vino, ribellione: nasce il Situazionismo» è questo il titolo dell’ultimo libro di Donatella Alfonso, edito da Il melangolo, racconto di una provocazione artistica nata sessant’anni fa, che ha infiammato il ’68 e resiste ancora.
Luglio 1957. A Cosio d’Arroscia, sulle Alpi Marittime liguri, nella casa di un giovane pittore e della moglie, sposati da poco, arrivano una coppia di intellettuali francesi e un artista inglese che fotografa tutti, un visionario artista danese, la figlia della più famosa collezionista d’arte americana, un musicista geniale che fa preoccupare la mamma e un farmacista che si è fatto teorico dell’arte. In quei pochi giorni nasce, e in un certo senso già deflagra, quella provocazione artistica e culturale che sarà l’Internazionale Situazionista. Un racconto romanzato (che si «beve» più che si legge, tanto lo stile è scorrevole) di quei giorni, quei protagonisti: Guy Debord e Michèle Bernstein, Asger Jorn e Pinot Gallizio, Pegeen Guggenheim e Ralph Rumney, Walter Olmo: tutti artisti che frequentavano la «piccole Atene», ovvero l’Albissola della ceramica e dei ceramisti di livello internazionale, ospiti di Piero e Elena Simondo.
Tutti a costruire una rivoluzione sotterranea che ha infiammato le strade del Sessantotto e la polemica culturale, si è nascosta ma cova ancora. «E sono le foto, adesso, a tramandare questa storia alla gente del paese che si chiama Cosio, lassù sulle Alpi Marittime dove il mare di Liguria lo senti quando arriva una folata di vento, ma subito sopra c’è la neve e, se ti giri a sinistra, sai che c’è la Francia. La gente: quella che è rimasta insomma, perché quassù la nebbia arriva anche a giugno e il mare è lontano persino per i tedeschi», scrive la Alfonso.
Il libro verrà presentato oggi alle 18 alla Feltrinelli di Genova. Donatella Alfonso, giornalista di Repubblica, già autrice di un bel libro su Felice Cascione, sarà introdotta da Fernando Fasce e Giuliano Galletta.
Platone: un sapere
solo apparente
Questa scoperta [la scrittura], per la mancanza di esercizio della memoria, produrrà nell’anima di coloro che la impareranno la dimenticanza, perché fidandosi della scrittura ricorderanno dal di fuori mediante caratteri estranei, non dal di dentro e da sé stessi; perciò tu [chi parla è l’immaginario faraone Thamus, che si rivolge al dio Theuth inventore della scrittura] hai scoperto il farmaco non della memoria, ma del richiamare alla memoria. Della sapienza tu procuri ai tuoi discepoli l’apparenza, non la verità: ascoltando per tuo tramite molte cose senza insegnamento, crederanno di conoscere molte cose, mentre per lo più le ignorano, e la loro compagnia sarà molesta, poiché sono divenuti portatori di opinione anziché sapienti.
Derrick de Kerckhove
Se la nostra memoria
emigra nella Nuvola
Soffriamo di “amnesia digitale” da uso eccessivo di Google e smartphone
e così ci priviamo di quei riferimenti necessari e condivisi che permettono
di decidere. In questo modo diventa impossibile resistere al populismo
La storia della memoria occidentale comincia con Platone, che considerava l’invenzione della scrittura una «fonte d’ignoranza», perché la gente, contando sullo spostamento della memoria fuori di sé, nelle cose scritte, avrebbe dimenticato di ricordare le cose dentro di sé. Recentemente, Marino Niola ha dichiarato che «siamo davanti a una delocalizzazione della memoria. Essa smette di essere una proprietà personale, un gioco di sinapsi individuali, per trasferirsi su un supporto collettivo. In principio la tavoletta di cera o la pergamena, poi il libro, oggi il disco rigido».
A pensarci, i giovani tassisti di Roma non padroneggiano la città, conoscono solo il navigatore e la dolce voce della guida, «Lei». E tu, lettore, non ricordi il numero di telefono del tuo partner.
Come ha scritto Umberto Eco, la verità è che stiamo perdendo la memoria, «quella personale, inghiottita dall’iPad, e quella collettiva, forse per la pigrizia di non voler comprendere il passato per capire il presente». È stato proprio Umberto Eco a spostare l’attenzione sulla grande differenza tra memoria personale e collettiva. Intanto, che significa il nostro passato? C’è il passato personale, un’accumulazione di esperienze (comprese quelle che ci regala la lettura di un romanzo o la visione di un film), e quello collettivo, accumulazione di fatti, siano essi veri o falsi, immaginati o reali, che condividiamo tacitamente con altri, che abbiamo in mente o teniamo sui nostri schermi. Quando ero giovane, memoria personale e memoria collettiva erano unite nella mia persona, mentre apprendevo sempre più fatti e acquisivo maggiori esperienze. La conoscenza del passato ne faceva parte.
Ma adesso, tornando digitale on line, la memoria culturale emigra completamente fuori del mio corpo e se ne va nel cloud. Si chiama «amnesia digitale» da uso eccessivo di Google e smartphone. Uno studio di Kaspersky Lab, una delle società più importanti nella produzione di software per la sicurezza informatica, ha rilevato che il 71% dei genitori non ricorda i numeri dei loro figli. Più della metà dei 16-24enni monitorati nell’inchiesta ha dichiarato di portare con sé tutto ciò che necessita conoscere o ricordare, avendolo messo nei propri device.
Ora, la memoria personale è sempre fatta di esperienze, quella digitale sempre fatta di nozioni, di fatti. Il digitale, separando i fatti dell’esperienza, indebolisce la resistenza psicologica della persona. A causa di questa strana separazione tra fatti ed esperienze, i fatti ormai non vivono più dentro di noi. Sono le proporzioni tra memoria collettiva e personale, digitale o mentale, a fare la differenza tra l’avere un passato o meno. I giovani adulti di oggi hanno più esperienze che fatti, questi ultimi sono sempre a disposizione, inutile perdere tempo a ricordarli.
Esiste un problema? Sì. Non avere memoria storica o culturale, o non ritrovare riferimenti senza ricercarli in rete, è un invito alle Brexit e ai Trump di questo mondo. Lo svuotamento della memoria delle persone le priva di punti di paragone, di quei riferimenti necessari e condivisi che permettono di prendere una decisione. Nella partecipazione immediata e permanente che intratteniamo con il mondo digitale, nell’accelerazione continua e nel total surround dell’informazione, sparisce l’intervallo necessario per riflettere e sostenere punti di vista. Come resistere al populismo se non abbiamo un punto di vista? Impossibile. La risposta, certamente pericolosa e altrettanto affrettata, è dunque l’istintiva accettazione della promessa di cambiamento. È paradossale ma tutto ciò sta esplodendo senza che ve ne sia una coscienza diffusa. La domanda urgente da porsi è allora se un qualche tipo di passato esisterà ancora nel nostro futuro.
La conoscenza interna è su base biologica, mentale, quella esterna è tecnica, cioè virtuale. Non si devono confondere accesso e contenuto. La banca dati si chiama (per sineddoche) «memoria», ma la memoria come funzione cognitiva la possiede solo l’uomo. Gli schermi (e le tastiere) sono il punto di passaggio e di scambio tra queste due modalità di conoscenza. Con l’esternalizzazione di tutte le nostre facoltà avviene uno sbilanciamento tra conoscenza interna ed esterna.
In principio, nelle culture orali, il sapere comune era più importante di quello individuale. La scrittura, che ha permesso l’appropriazione del linguaggio e del sapere, ha fatto crescere rapidamente le menti, l’intelligenza e l’immaginazione degli scribi. Oggi, la maggior parte delle strategie cognitive acquisite con l’alfabeto sono emigrate in rete, «aumentate», raffinate, e connesse a tutta la memoria del mondo, una memoria digitale che sta cambiando l’equilibro tra memoria personale e memoria pubblica.
Cosa succede a un’umanità senza bagagli? La digitalizzazione della conoscenza sta divorando i contenuti della memoria biologica, personale. Ci svuotiamo dall’interno senza rendercene conto. Non solo la nostra memoria è fuori del nostro corpo, ma diviene proprietà pubblica in un inconscio connettivo digitale. L’inconscio digitale è tutto quello che sappiamo di te che tu non sai! È la totalità, sempre crescente, dei dati che lasciamo con ogni movimento, ogni gesto, ogni parola on o off-line. La summa virtuale di questi dati è la nostra definizione inconscia. Serve a definire il nostro destino, articolato secondo i sistemi dei motori di ricerca e di Data o Predictive Analytics. L’inconscio digitale è tanto potente nel determinare il nostro comportamento quanto quello immaginato da Freud.
Platone non aveva capito che il mettere in comune tanti ricordi individuali, fossero essi conoscenze, storie, miti o altre finzioni, avrebbe fatto crescere molto più velocemente il patrimonio scientifico, politico, economico e sociale di tutti. Così è successo, per arrivare fino a noi, al digitale, quando la tendenza a esportare il contenuto della nostra mente ha raggiunto la rete e le banche dati. Portando lì la nostra memoria a lungo termine, spostando testi, letture, immagini, video, percorsi, sul telefonino e fuori della testa, ancora una volta liberiamo le nostre menti, per innovare in nuove direzioni grazie all’accesso a tutta la conoscenza del mondo. Bene o male, non possiamo tornare indietro. Meglio sapere come andare avanti.
Derrick de Kerckhove