ebook di Fulvio Romano

Visualizzazione post con etichetta Michele Brambilla. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Michele Brambilla. Mostra tutti i post

domenica 2 febbraio 2014

L'ultima follia

LA STAMPAweb

Italia

L’ultima

follia

Beppe Grillo, che ventiquattr’ore prima aveva invitato i suoi ad abbassare i toni, ha postato su Facebook il video girato da un suo militante. Si vede un giovane alla guida di un’auto con a fianco una sagoma del presidente della Camera, Laura Boldrini. Viene chiesto, a chi guarda, che cosa sarebbe opportuno fare, in macchina, con la Boldrini a fianco. La fogna che tracima dalle risposte è facile da immaginare.

Meno facile invece è immaginare il motivo per cui - dopo il ripetersi di episodi del genere - uno come Grillo continui a riscuotere, nei sondaggi, consensi che variano dal venti al venticinque per cento. Oddio: una ragione del perdurare del successo ci sarebbe, e sta nell’ostinazione con la quale buona parte della classe politica cerca di resistere al cambiamento (Renzi ne sa qualcosa). Ma basterebbe un po’ di ragionamento, e soprattutto molta osservazione, per dubitare della sbandierata volontà, da parte di Grillo, di star davvero dalla parte del cambiamento.

Tutto quello che Grillo ha fatto finora va in direzione dell’assoluta conservazione dello status quo. Vinte le elezioni (perché in fondo le ha vinte), l’ex comico non ha voluto neppure dialogare con l’altro primo arrivato ex aequo (Bersani), rifiutando una collaborazione dalla quale il Movimento Cinque Stelle avrebbe potuto ottenere qualcosa: certo non tutto, ma comunque più del nulla che s’è ritrovato in pugno. Adesso Grillo s’è rifiutato di collaborare pure con Renzi, anche su temi a lui cari come il finanziamento pubblico dei partiti. Quanto alla legge elettorale, ha sbraitato per mesi che il Porcellum faceva schifo: ma è l’unico sistema di cui ha chiesto veramente la conferma. Oggi vuole un proporzionale che sortirebbe l’unico effetto di non far vincere nessuno, e quindi di prolungare a oltranza la paralisi.

Evidentemente pensa che solo in una situazione del genere può continuare a vivere e prosperare. Rinunciando ad ogni responsabilità di governo e urlando che chi governa è ladro corrotto e incapace. Naturalmente lui e i suoi diranno che anche questo articolo è feccia del regime, e ripeteranno per l’ennesima volta la bugia del finanziamento pubblico dei «grandi giornaloni». Quisquilie, in fondo, rispetto al lupanare scatenato contro Laura Boldrini.

Per anni abbiamo stigmatizzato i toni e le boutade di tanti politici della cosiddetta seconda Repubblica. Ad esempio, quelli di un Bossi. Al confronto di Grillo, il Senatùr era un moderato. Lui, almeno, un progetto politico lo aveva: criticabile quanto si vuole, ma lo aveva. Beppe, invece, punta solo allo sfascio per poter sopravvivere come megafono del malcontento. La Lega, poi, aveva il buongusto di non nascondere la propria natura. Grillo invece si auto-attribuisce l’etichetta dell’Italia della gente perbene, quella onesta, quella migliore. È questo moralismo l’aspetto più miserabile.

Michele Brambilla


Level Triple-A conformance icon, W3C-WAI Web Content Accessibility Guidelines 1.0           Copyright 2014 La Stampa           Bobby WorldWide Approved AAA

sabato 9 marzo 2013

Da La Stampa Chi aveva capito l'umore del Paese (M. Brambilla)

LA STAMPA

Italia

Tasse, disoccupati ed Equitalia
Chi aveva capito l’umore del Paese
Dopo le amministrative, il disagio ha allontanato milioni di voti da Pd e Pdl


«Leghisti e berlusconiani hanno dimezzato i voti» e «ora Grillo sta venendo a prenderseli, quei voti»: era il 23 febbraio, cioè il giorno prima dell’apertura dei seggi elettorali, quando si leggevano su La Stampa queste parole. «Purtroppo devo dire che è così», commentava uno dei pochissimi deputati che non hanno perso l’abitudine di stare in mezzo alla gente, il varesino Daniele Marantelli del Pd. Era scritto pure che «Grillo, in verità, sta portando via un po’ a tutti», anche alla sinistra; e che aveva un prezioso alleato: «la divisione nelle fila del nemico».

È proprio vero, come si dice, che lo tsunami è arrivato improvviso? Che non c’erano segnali? Provate a riguardare le immagini dell’ultimo giorno di campagna elettorale. E a ripensare a due palchi di Roma: quello del teatro Ambra Jovinelli con Nanni Moretti e Pier Luigi Bersani e quello di piazza San Giovanni con Beppe Grillo. Allora, non è per dire: Moretti è di cinque anni più giovane di Grillo. Ma provate a rivedere con l’immaginazione quei due palchi - Moretti in maglione rosso e pantaloni beige di velluto a coste che parla di conflitto d’interesse e Grillo che urla «arrendetevi» e dà i dati sullo streaming - e dite qual è il nuovo e qual è il Sessantotto.

Per carità: più che un segnale, questa dei due palchi è una suggestione. Ma anche le suggestioni comunicano qualcosa. La distanza tra i politici e la gente. La distanza tra un milieu intellettuale e la gente. Il Pd era convinto di vincere da quando, nel novembre del 2011, Berlusconi si è dovuto dimettere. Il risultato era in tasca. Sì, c’era da aspettare un anno abbondante, ma anche quel periodo passato ad appoggiare il governo tecnico sarebbe servito a guadagnare consensi, perché la gente avrebbe detto «però, guarda il Pd com’è responsabile».

Ma in quest’ultimo anno e quattro mesi la gente ha più che altro dovuto preoccuparsi di come tirare a campare. Licenziamenti, cassa integrazione, aziende che chiudono. E tasse. Tutte preoccupazioni e difficoltà che alla lunga hanno spento l’entusiasmo per il cambiamento, hanno fatto venir meno la gratitudine verso un premier che ci aveva riportato in Europa, insomma hanno eroso il consenso nei confronti del governo tecnico. E, di conseguenza, quello per i due principali partiti che lo sostenevano.

In primavera 2012 ci sono state le elezioni amministrative in molti centri importanti. E il Pd si è convinto ancora di più che alle politiche non ci sarebbe stata storia. Aveva vinto in posti impensabili per la sinistra, come Monza e Como, roccaforti del berlusconismo, e Cantù, fortino leghista. Cose mai viste. Qualche numero. A Monza, dove cinque anni prima il centrodestra aveva vinto al primo turno, il candidato del Pd ha battuto quello del Pdl con un 63,40 per cento contro il 36,60. A Como 74,87 a 25,13. Como, la città dove il Pdl in cinque anni è passato dal 43,6 per cento al 13,66.

Come non pensare che il vento era cambiato? Eppure si registrava questo fatto: «Il centrosinistra ha certamente motivo per far festa. Ma i numeri dicono anche che, più che una vittoria di Pd e alleati, questa è una Waterloo del centrodestra. Per esempio. Mario Lucini, che ieri è diventato sindaco di Como con il 74,87 per cento, al primo turno ha preso meno voti (14.261) di quanti ne aveva presi cinque anni fa il candidato del suo stesso schieramento, Luca Gaffuri (15.224)», che aveva perso nettamente.

Insomma il Pd, in termini di voti, non stava crescendo. E quando le tasse e il crollo dei consumi hanno cominciato a strangolare il Nord, Berlusconi ha iniziato la rimonta in quel mondo che lo aveva abbandonato. «Su dieci imprenditori che si rivolgono a me, nove mi dicono che torneranno a votare Berlusconi», aveva detto il 17 gennaio scorso a La Stampa Wally Bonvicini, la piccola imprenditrice di Parma che è diventata la pasionaria anti-Equitalia. Dice che nelle cartelle delle tasse, aumentate di interessi stratosferici, è ravvisabile il reato di usura, e inonda le procure di denunce su denunce. Giusto o sbagliato? Semplicemente reale. È un fenomeno reale di cui si parla pochissimo, ma che ha influenzato il voto.

Grillo, che la pancia della gente la sa capire, se n’è accorto per tempo e contro Equitalia ha scatenato buona parte del suo tsunami. Quello che non ha recuperato Berlusconi, l’ha guadagnato lui. E così è arrivato lo stallo. Sorprendente, anzi choccante, per le segreterie dei partiti, ma non per la gente comune. Il 5 febbraio, in una giornata intera passata in piazza Duomo a Milano, tutti ci dicevano: di quello che dice Grillo si capisce tutto; di quello che dice Berlusconi, quasi tutto; di quello che dice Monti, abbastanza; di quello che dice Bersani, niente. «Grillo, a giudicare da quel che si sente in giro, di voti ne prenderà tanti», era stata la conclusione. Anche di Renzi molti avevano pensato che avrebbe potuto essere il nuovo: ma sappiamo com’è andata a finire.

michele brambilla

torna all'elenco degli articoli
Copyright 2013 La Stampa

sabato 16 febbraio 2013

Si dimette il Papa e si nomina subito il Banchiere...

...Il Banchiere di Dio...! (Da LA STAMPA di oggi un articolo di Michele Brambilla...)

LA STAMPAweb
Cultura

Una scelta sbagliata nei tempi

In utile perdere tempo in troppi giri di parole: la notizia della nomina del nuovo presidente dello Ior è sconvolgente. Non per la persona scelta, o per il fatto ch’egli provenga da un’azienda che ha costruito navi da guerra. Non è quello il punto che sconvolge. Se anche questo signor Ernst von Freyberg fosse la miglior persona del mondo e quindi la miglior scelta possibile (e ci auguriamo che lo sia), è sconvolgente pensare che la prima cosa che fa la Chiesa dopo le dimissioni (le inaudite dimissioni!) del Vicario di Cristo non è pensare alle anime, in questo momento quantomeno turbate, ma alle proprie casseforti.
Intendiamoci bene. Lungi da noi - migliaia di anni luce - la tentazione di fare facile demagogia o ancor più facile pauperismo.
La Chiesa è un’istituzione che sta nel mondo e non può vivere di sola preghiera; né si può pensare che la scelta di povertà escluda l’esigenza di possedere una banca. La Chiesa dunque deve avere una sua banca; e questa sua banca deve avere un presidente.
Il problema, o meglio lo scandalo, è piuttosto riassumibile in una sola parola, che è «opportunità». O se preferite «sensibilità». È opportuno, con l’intera cristianità sotto choc per aver perduto il proprio più importante pastore, concentrarsi immediatamente sulla nomina del presidente dello Ior?
Ieri il direttore della sala stampa vaticana, padre Lombardi, ha spiegato che era giunto a termine un iter durato otto mesi; che la presidenza dello Ior non è un ruolo di governo della Chiesa e quindi non è fondamentale che sia decisa dal prossimo Papa, al quale anzi s’è pensato in questo modo di togliere almeno un’incombenza, visto che di grattacapi ne avrà già parecchi. Sarà senz’altro tutto vero. Ma è evidente che l’immagine data all’esterno, soprattutto ai fedeli, è pessima.
Infatti. Papa Ratzinger non si è dimesso in un momento qualsiasi. Si è dimesso dopo una serie di scandali che lo hanno profondamente addolorato e provato. Scandali che in buona parte hanno avuto origine all’interno dei Sacri Palazzi: dai tentativi di ostacolare la pulizia che il Papa ha voluto fare sul caso dei preti pedofili fino al cosiddetto Vatileaks, una storia di squallore infinito. Non sono chiacchiere giornalistiche o malignità: sono parole che il Papa stesso ha scolpito nella storia durante la cerimonia delle Ceneri, quando ha denunciato le divisioni, le rivalità, i carrierismi, la brama di potere che ottenebra chi dovrebbe servire il Vangelo.
Anche qui: nessuna demagogia. Sappiamo bene che la Chiesa è fatta da uomini e che non esiste uomo senza peccato. Ma ci chiediamo dove sia finita la tradizionale prudenza (virtù cardinale) della Chiesa, se non si capisce che affannarsi in fretta e furia - adesso che il Papa se ne va - a trovare un presidente dello Ior che mancava da otto mesi, vuol dire dare ragione, o quantomeno ottimi argomenti, a chi dipinge la Curia vaticana come un centro di potere che s’interessa solo a vicende terrene, e non alle più nobili.
L’altro ieri ho parlato con i preti romani che sono andati all’ultima udienza che Papa Ratzinger ha potuto concedere loro. Sono disorientati. Hanno fede, e credono che il Papa abbia agito nella certezza che questa è la volontà di Dio. Hanno speranza, e sono certi che la Provvidenza stia lavorando per il bene. Ma sono uomini anche loro, scossi anche loro, e mi confidavano di essere in difficoltà nel trovare risposte per i propri parrocchiani. I quali chiedono come sia stato possibile che un Papa abbia detto «non ce la faccio più»; e sentono dire cose terribili sui presunti intrighi di Curia.
E mentre tutto questo accade, mentre il Papa sta per andarsene da Roma in elicottero, qual è la prima mossa della Curia romana? Trovare una guida per lo Ior. Magari per evitare che il presidente venga scelto dalla Curia che verrà (questo è solo un sospetto, ma bisognerebbe preservare i fedeli anche dai sospetti).
C’è da chiedersi quale contatto con il popolo, e quindi con la realtà, abbiano certi prelati, che poi si lamentano quando esce un libro di Dan Brown.

Michele Brambilla

Copyright 2013 La Stampa