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giovedì 10 luglio 2014

Il segnale d'allarme dei mercati (Franco Bruni )

LA STAMPA

Prima Pagina

Il segnale

d’allarme

dei mercati

A volte sembra che il dibattito economico italiano ed europeo dia per scontato che la crisi globale che ha colpito il mondo sette anni fa sia finita. Che sia rimasta solo l’ombra: una crescita lenta e diseguale e troppa disoccupazione. Un’ombra che potremmo cacciare con una spinta alla domanda, meno rigore, qualche riforma ovvia.

Anche se in diversi Paesi e per certi aspetti la ripresa è evidente, lo strascico della crisi è purtroppo ben più di un’ombra.

È logico che sia così, visto ciò che ha causato la crisi: cioè anni di eccesso di indebitamento pubblico e privato, un po’ in tutto il mondo, debito in gran parte diretto a mascherare l’inefficienza delle pubbliche amministrazioni e di molte imprese e banche, nonché a coprire gli squilibri nella distribuzione dei redditi e nella gestione dei bilanci delle famiglie.

Nelle economie avanzate, in particolare, il declino tendenziale della produttività e la cattiva allocazione delle risorse, datano da molto prima dello scoppio della crisi. Il debito cresceva per nascondere il malfunzionamento delle economie, per far sembrare sereno un sentiero di crescita che invece non era sostenibile.

Se questo è stato il guaio, non se ne esce in fretta, perché occorre correggere insieme le due malattie collegate: l’eccessivo indebitamento e l’inefficienza dell’economia. Ridurre l’indebitamento significa far scarseggiare il credito, cioè rendere più difficile la riorganizzazione economica. Un dilemma per risolvere il quale non ci sono scorciatoie: occorre un lungo e rigoroso sforzo di equilibrio acrobatico per riprendere una crescita sostenibile con meno debiti.

Per ora la crisi ha visto i debiti continuare a crescere. Nelle economie avanzate, in rapporto al Pil, i debiti, pubblici e privati, sono passati dal 240% del 2006 al 275%, nonostante la faticosa frenata dei deficit del fisco di alcuni Paesi. Nelle economie emergenti l’aumento del debito è ancora più forte: anche la loro crescita, che per un po’ era sembrata il nuovo motore dell’economia mondiale, appare oggi meno sostenibile, più instabile, squilibrata e artificiosa, sostenuta da precari boom finanziari.

L’eccesso di debito frena gli investimenti e con essi la buona crescita. Inoltre il debito rende vulnerabile ogni avvio di ripresa: basti pensare che cosa succederebbe se i tassi di interesse controllati dalle banche centrali cominciassero ad aumentare per avvicinarsi alla normalità. Ma i tassi mantenuti bassi così a lungo creano una «trappola della liquidità», dove basta si diffonda il timore di un loro rialzo perché crollino le borse, i cambi delle valute si scompaginino, gli operatori finanziari rischino la crisi. Un rischio accresciuto dal fatto che lunghi periodi di liquidità sovrabbondante e pressoché gratuita incentivano speculazioni azzardate. Quasi come prima della crisi del 2007, oggi sono tornate a ridursi molto le differenze fra i rendimenti di investimenti finanziari che hanno rischi diversi. Quando i tassi non riflettono i rischi sembra che questi siano spariti, che tutto sia tranquillo, che ci sia «grande moderazione», come è stato chiamato il periodo dell’economia mondiale precedente la crisi. Se i mercati stessero esagerando, se si sentissero troppo al sicuro, più di quanto vorrebbero le stesse banche centrali? Sarebbe di nuovo la quiete prima della tempesta.

E’ vero: molte banche si sono irrobustite, hanno aumentato il capitale e ridotto l’indebitamento. Ma ciò è costato un razionamento del credito che ha sfavorito anche gli impieghi più innovativi e preziosi per la crescita. Inoltre, soprattutto in Europa, la fragilità di molte banche, di varia dimensione, è ancora evidente sia nell’ammontare inadeguato del loro capitale che nel rischio dei loro impieghi. L’applicazione dei criteri per valutare i rischi bancari è ancora diversa nei vari Paesi, e la fiducia dei mercati ne soffre, scossa com’è anche dall’emergere di scorrettezze clamorose nel comportamento di alcuni intermediari. Potrebbero diffondersi, più o meno giustificatamente, voci su difficoltà di una o più banche, qua e là nel mondo, anche di dimensioni rilevanti. I mercati potrebbero diffondere il panico e mettere di nuovo alla prova la stabilità finanziaria mondiale.

Ce n’è abbastanza perché l’Ue smetta di guardarsi l’ombelico baloccandosi coi falsi dilemmi fra regole e flessibilità, fra rigore e crescita, mentre non è nemmeno in grado, per esempio, di avviare sul serio l’armonizzazione delle tassazioni nazionali di imprese e banche. Deve sbrigarsi a coordinare e assistere il processo di profonde riforme strutturali che, in modi diversi, è necessario in tutti i Paesi membri per aumentare la loro produttività e competitività. Le iniziative di Bruxelles devono inoltre subito far fare un salto di qualità alla solidità dell’economia europea, mettendo in comune risorse più consistenti per finanziare progetti coordinati di investimento e per accantonare quanto serve a rassicurarci contro i rischi finanziari globali che potrebbero ripresentarsi. Deve rilanciare la concertazione mondiale per migliorare la regolamentazione finanziaria e coordinare le politiche monetarie. La diagnosi della salute delle banche, con cui si avvierà l’unione bancaria europea, non deve lasciar adito a dubbi di sincerità e devono rapidamente aumentare i fondi che, in modo solidale, sono disponibili per capitalizzare meglio le banche e facilitarne la ristrutturazione. I cittadini europei devono sentire che l’Europa è consapevole, oltre che delle opportunità, dei rischi di un mondo dove nessuno dei suoi Paesi potrebbe farcela da solo.

Franco Bruni


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mercoledì 21 maggio 2014

La paura dei mercati spinge lo spread...

LA STAMPA

Italia

Instabilità italiana e riforme in ritardo

La paura dei mercati spinge lo spread

Timori anche per un trionfo degli euroscettici in Francia e Olanda

«Se lei fosse qui ad ascoltare i miei colloqui di questi giorni con gli investitori istituzionali capirebbe che l’effetto della politica degli annunci di Renzi si è già esaurito». Forse l’uomo della grande banca che lavora sulla piazza di Londra è un po’ troppo tranchant, quando spiega come e perché gli investitori si stanno rapidamente spazientendo. Ma può valere la pena di ascoltarlo, soprattutto dopo la cavalcata di maggio dello spread. Due settimane fa il differenziale tra il rendimento dei Btp nostrani a 10 anni e quello dei Bund tedeschi era sotto i 150 punti base; ieri, spinto anche dai timori di instabilità politica, ha chiuso oltre quota 190 punti. Siamo lontanissimi dai picchi vertiginosi dell’inverno 2011, quello del lungo addio berlusconiano e dei berlusconiani sospetti di golpe, ma ci stiamo allontanando anche da quella zona di sicurezza che ancora a inizio mese - prima della doccia fredda del Pil in rallentamento, fenomeno spiegabile ma comunque negativo - vedeva i rendimenti dei titoli di Stato incamminati verso una strada in discesa.

Che cosa pensino davvero della situazione italiana questi inafferrabili ma onnipresenti «mercati», al di là dell’indicatore davvero molto sintetico dello spread, è compito arduo. Certo è che la congiuntura politica continentale non aiuta. Le elezioni per l’Europarlamento, in altre circostanze evento del tutto trascurabile per il fondo pensione Usa o l’hedge fund britannico, adesso sono viste come il luogo dove rischiano di detonare all’unisono i tanti antieuropeismi nazionali dalla miccia cortissima, con effetti in buona parte imprevedibili. Non a caso per illustrare la sua copertina sul tema l’Economist chiama in aiuto Hyeronimus Bosch e alle delizie che allietano la Le Pen e Grillo, il britannico Farage e l’olandese Wilders, contrappone i supplizi di Merkel, Cameron e Hollande, quest’ultimo perfidamente ritratto con casco per scappatelle extraconiugali a portata di mano. Più austere, le banche d’affari rifuggono dalle illustrazioni ma sfornano rapporti venati dai loro timori. «I risultati delle elezioni europee possono avere più implicazioni a livello nazionale, specie in quei Paesi dove è probabile che i partiti euroscettici vadano assai bene», commenta la giapponese Nomura. Bank of America Merrill Lynch parla di «Rebus politico europeo» e avverte che «è aumentato il rischio che la disaffezione politica aumenti la frammentazione» a Bruxelles, impedendo così «l’ulteriore integrazione» e il «senso della direzione» europea. «Alla fine - è il commento di un operatore che preferisce restare anonimo - si potrebbero avviare politiche economiche meno orientate al rigore di bilancio. un rigore che invece i mercati si aspettano».

Ma un effetto Grillo - in accelerazione nei sondaggi e al galoppo in quelle sedute di training autogeno che sono i suoi comizi - pesa anch’esso, e quanto pesa, sulla nuova prudenza degli operatori finanziari verso l’Italia? L’altra notte Davide Serra, finanziere con il suo fondo Algebris, ma anche renziano della prima ora, ha affidato a un tweet una valutazione partigiana: «Il dramma è che se Grillo fa bene nelle elezioni nessuno investirà più in Italia. 2 casi: a) Troika o b) Default/Uscita €. Game Over comunque». Che un successo di Grillo si traduca in un immediata fuga dei capitali non lo pensa invece il nostro interlocutore londinese: «I mercati hanno capito già dall’anno scorso che il voto di protesta in alcuni Paesi, Italia compresa, sarebbe stato forte. Non vedo ritracciamenti precipitosi». Quel che potrebbe avvenire, invece, è che con un Grillo trionfante, il centrosinistra renziano e un Berlusconi in difficoltà abbiano un incentivo a ricompattarsi. Ma se i grillini si rivelassero secondo partito e la strana maggioranza italiana dovesse diventare ancora più anomala ci sarebbe ancora spazio per fare davvero le riforme, prima fra tutte quella elettorale? Siamo al discorso iniziale: più di un Grillo che spaventa gli investitori come se fosse un venezuelano Chavez in salsa mediterranea, l’effetto Cinque Stelle potrebbe giocare di sponda, aumentando l’instabilità del quadro politico e spingendo le altre forze verso posizioni di arrocco. Se così fosse il giudizio arriverebbe di sicuro prima dai portafogli degli investitori che non dalle prossime elezioni italiane.

francesco manacorda


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martedì 13 agosto 2013

Calma (apparente) dei mercati sulla situazione italiana...

LA STAMPA

Economia

I mercati vedono rosa, tutto merito delle Banche centrali e dei segnali di ripresa

Ma sulla situazione politica italiana la calma è solo apparente

Incurante della crisi politica perenne, del debito oltre il 130% del Pil, e delle prospettive incerte sulla ripresa, la Borsa italiana è cresciuta dall’inizio dell’estate del 15%. E ieri, ignorando una situazione che nella maggioranza di Governo si fa sempre più incandescente ma anche la notizia di un debito pubblico che è cresciuto a quota 2.075 miliardi, i listini sono andati per conto proprio, archiviando la seduta in positivo, e lo spread tra bond italiani e tedeschi, la sentinella dei mercati sull’”rischio Paese”, è scesa ai minimi da luglio 2011.

Merito, sostanzialmente, di tre fattori. D’un lato, l’iperattivismo delle principali banche centrali del mondo; dall’altro, gli esili segnali di recupero dell’economia che si stanno manifestando un po’ ovunque, nei Paesi più avanzati; infine, restringendo il campo all’Italia, la posizione attendista della maggior parte degli investitori. Che tuttavia, mette in guardia l’economista della Cattolica di Milano ed esperto di mercati finanziari, Angelo Baglioni, non deve farci stare affatto tranquilli. Potrebbe essere soltanto la calma prima della tempesta.

Giovanni Ajassa, capo del servizio studi di Bnl, osserva che il buonumore del mercato può essere attribuito al fatto che «sta prendendo atto dei primi segnali di ripresa che si stanno moltiplicando nei Paesi più avanzati». In particolare, «sta cominciando a distinguere tra l’Italia e la Spagna», che è in una situazione «più negativa», anche se complessivamente è evidente che la tendenza all’allentamento delle pressioni sui bond statali è generale, in Europa, e dimostra «una congiuntura che è molto interrelata», nel Vecchio continente».

Angelo Baglioni guarda alla convergenza tra le principali autorità monetarie al mondo - l’americana Fed, l’europea Bce, la britannica Boe e la giapponese Boj - e alle loro politiche ultra aggressive dal punto di vista dei tassi di interesse e della liquidità, per spiegare il buon andamento dei listini. «Le principali banche centrali sono tutte in fase espansiva», argomenta. Benzina pura, per i motori delle Borse.

Guardando all’Italia, Baglioni avverte tuttavia di non farsi allettare dall’”azzardo morale” dell’attuale tregua dei mercati. «Gli investitori sono in attesa di capire l’evoluzione della situazione politica per prendere decisioni serie. È vero, infatti, che sono abituati alla nostra fragilità politica». Ciò non vuol dire, conclude, che un precipitare degli eventi non possa creare nuovamente un cambio di umore pericoloso sul nostro mercato dei redditi. Lo spread non è a riposo: è in allerta. [ton. mas.]


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domenica 11 agosto 2013

Energia, il mercato libero costa molto di più...

LA STAMPA
Economia

l’indagine: tante offerte ma poco trasparenti. gli operatori: il quadro normativo non aiuta

“Energia, prezzi più alti”

Il mercato libero è un flop

L’Authority: la luce costa il 12,8% e il gas il 2% in più della tariffa regolata

La liberalizzazione dell’energia non funziona e non conviene: i prezzi sono più alti e otto consumatori su dieci per la bolletta della luce (nove su dieci per il gas) non mollano il loro storico fornitore. A certificare il sostanziale flop del mercato libero è la stessa Authority dell’energia che, con una ricca e dettagliata indagine sui prezzi del 2011, dimostra come per la luce si spende il 12,8% in più e per il gas il 2% in più del mercato tutelato, quello cioè delle tariffe regolate dall’Autorità.

Insomma resta una chimera l’obiettivo che nell’energia si potesse creare più concorrenza, con tariffe più basse e offerte trasparenti e accattivanti come invece è successo nella telefonia mobile. Per quanto riguarda l’elettricità, l’indagine prende in esame il prezzo di approvvigionamento, spiegando che sul mercato libero «per i clienti domestici è risultato il 12,8% più alto del prezzo di maggior tutela», mentre «per i clienti non domestici tale percentuale è pari al 6,6%». Le famiglie che hanno scelto il mercato libero hanno pagato 108,61 euro al MWh, contro i 96,25 euro di quelle ancora sotto tutela: per quanto riguarda le imprese, si passa da 105,49 euro del libero a 98,97 euro del tutelato. Il differenziale sale, anche fino al 20%, per le imprese con bassi consumi. Un po’ più contenuta è la differenza tra i due mercati per quanto riguarda il gas: il prezzo per le famiglie (al netto di imposte, accise e Iva) sul mercato libero è del 2% più alto di quello del servizio di maggior tutela, ma il divario aumenta e arriva al 6% se si considerano solo le classi di consumo inferiori a 5.263,60 metri cubi. Per gli altri tipi di clienti, il prezzo medio sul mercato libero «è in linea o inferiore a quello del servizio di tutela». Di positivo c’è che è molto ampia l’offerta proposta ai consumatori e imprese dalle aziende energetiche: si va da quelle a prezzo fisso, a prezzo indicizzato, «tutto compreso».

Ma spesso non si tratta di proposte di facile lettura. Inoltre secondo un sondaggio realizzato per l’Autorità dalla GfK Eurisko, il consumatore è «passivo»: sceglie di passare al mercato libero per un «generico» concetto di risparmio che non viene approfondito, senza comparazione di prezzi, in molti casi considerata ardua. Basti pensare, scrive l’Autorità, che «solo circa la metà degli intervistati è capace di fornire una descrizione del contratto sottoscritto». Insomma, conclude l’Autorità, «dall’analisi delle offerte emergono perplessità circa il fatto che i clienti siano perfettamente consapevoli sia degli elementi di costo che le diverse componenti di prezzo coprono, che della scelta effettuata. Mentre alcuni operatori lamentano imperfezioni nel quadro regolatorio e nel mercato libero, che spesso è dominato da ex monopolisti.