domenica 26 luglio 2015

Quell’incontro di civiltà tra Roma e i Celti della Padania

LA STAMPA

Cultura


Brescia, una mostra ripercorre la conquista del Nord Italia

che diventerà una delle province più vitali del futuro impero

Al centro della scena Edipo si dispera accanto a Giocasta in mezzo ai due figli morenti, Eteocle e Polinice, che si sono sfidati in un duello fratricida. Ai due lati, sui loro carri da guerra, Anfiarao e Adrasto, il primo trascinato agli inferi, il secondo in fuga, in un corteo di demoni e furie. In alto il gigante Capaneo, che in un plastico slancio di hýbris tenta la scalata alla mura della città. E tutt’intorno guerrieri armati di spada, elmo e scudo, alcuni all’attacco, altri feriti. È una scena dei Sette contro Tebe, ma allude a qualcos’altro. È rappresentata sul frontone di un antico tempio etrusco di Talamone, rifatto dai Romani nel II secolo a.C., nell’ambito della politica di penetrazione militare e culturale verso il Nord della Penisola: doveva celebrare la vittoriosa battaglia combattuta nella località della costa toscana alcuni decenni prima, nel 225, contro l’imponente coalizione celtica che si era radunata intorno ai Boi e agli Insubri, stanziati da un paio di secoli rispettivamente a Sud del Po, nell’attuale Emilia, e nella parte centro-occidentale della Lombardia.

Preoccupati dall’espansione territoriale romana, che tra l’altro li tagliava fuori dai contatti con Cartagine, presso la quale i loro soldati trovavano impiego come mercenari, i due popoli avevano messo insieme un esercito che secondo Polibio ammontava a 75 mila effettivi, con l’apporto dei Taurisci e dei Gesati transalpini. Con poco più di 40 mila uomini, tra i quali gli alleati italici, etruschi, veneti e celti cenomani, in virtù della loro superiore organizzazione militare i due eserciti consolari guidati da Gaio Atilio Regolo (caduto nella pugna) e Lucio Emilio Papo avevano avuto la meglio, ponendo fine dopo molti decenni al metus gallicus. E proprio ai due comandanti gesati, che secondo l’uso celtico combattevano sui carri - Aneroesto, suicida dopo la disfatta, e Concolitano, fuggiasco e catturato -, alludono le figure di Anfiarao e Adrasto rappresentate sul frontone fittile del tempio di Talamone (oggi perduto, scavato in due riprese tra l’Otto e il Novecento).

Una cultura complessa

L’imponente reperto, in gran parte ricostruito, è tra i pezzi più spettacolari della mostra «Brixia. Roma e le genti del Po», curata da Luigi Malnati e Filli Rossi e allestita fino al 17 gennaio al Museo di Santa Giulia di Brescia (l’antica Brixia). Il sottotitolo parla significativamente di «incontro di culture», perché anche se la propaganda dell’Urbe etichettò i nemici celti come barbari (le due divinità venerate nel tempio di Talamone erano Apollo e Ercole, figure emblematiche della lotta della civiltà contro la barbarie), in quanto tali inevitabilmente inclini alla hýbris, a voler oltrepassare i limiti assegnati, tuttavia i rapporti con le popolazioni stanziate nella Valle Padana non furono unilateralmente di scontro. E soprattutto non si trattava davvero di barbari.

Eredi delle popolazioni locali a cui si erano sovrapposte tra la fine del V e gli inizi del IV secolo, le genti del Po avevano sviluppato una cultura complessa in cui gli elementi celtici si alternavano e spesso si mescolavano suggestivamente negli stessi oggetti con quelli etruschi, umbri e ellenistici, come è evidenziato in mostra nella sala preromana. Erano dotate di moneta e di scrittura, e nei corredi funerari delle élite politico-militari l’esaltazione della funzione guerriera si accompagnava alla valorizzazione del raggiunto livello culturale. I loro rapporti con Roma erano diversificati, dai più ostili (Boi e Insubri) agli alleati stabili (i Cenomani) agli incerti, internamente divisi (i Liguri), mentre i Veneti, con la loro cultura urbana evoluta e di antiche origini, si sentivano quasi parenti dei Latini, per via del mitico avo Antenore giunto da Troia come Enea. Anche la politica di Roma nei loro confronti, del resto, restò sempre ondivaga, oscillando tra le spinte aggressive sostenute dal partito popolare, in cerca di nuove terre da assegnare ad aspiranti coloni, o la collaborazione amichevole con i ceti dirigenti locali favorita dal partito senatorio. I rappresentanti delle due opposte tendenze, rispettivamente Gaio Mario e Marco Emilio Lepido, accolgono i visitatori all’inizio della mostra, insieme con i busti di altri protagonisti di questa storia lunga due secoli e mezzo, come Annibale e Scipione l’Africano.

Due secoli e mezzo
di guerra e pace

Tutto era cominciato nel 295 a.C. nella piana di Sentino, nel cuore delle Marche, quando le legioni romane guidate da Manio Curio Dentato e Decio Mure avevano sconfitto l’armata numericamente quasi doppia di Sanniti, Galli senoni, Umbri e Etruschi condotta da Gello Egnatio, sancendo il controllo dell’Urbe su tutto il centro della penisola e aprendo la strada per l’espansione a Nord. E tutto si conclude nel 49 a.C., quando Giulio Cesare estende la cittadinanza romana ai popoli transpadani. In mezzo una vicenda tormentata di guerra e pace, con passaggi terribili come quello del 218, quando Annibale valica e Alpi e con l’appoggio dei soliti indomiti Boi e Insubri ottiene una serie di fulminee vittorie che per qualche anno mettono in ginocchio Roma.

La Repubblica deve farsi largo in un territorio sconosciuto e in gran parte selvaggio, ricoperto da foreste che nascondono insidie, di fronte a nemici ben armati, dai minacciosi elmi cornuti. Ma, a mano a mano che avanza, quel territorio si trasforma, le foreste sono sostituite da campi bonificati e razionalmente organizzati secondo il sistema della centuriazione, assumendo gradualmente la fisionomia riconoscibile ancora oggi. Le città di antica fondazione e le nuove colonie vengono dotate di imponenti mura difensive (ma anche emblematiche affermazioni di urbanitas), la pianta urbana ortogonale diventa un modello generalizzato che ha al centro il foro con il Capitolium (quello di Brescia, cuore del parco archeologico più esteso del Nord Italia, è stato arricchito proprio in occasione della mostra dall’apertura al pubblico della Quarta cella del tempio repubblicano, eretto tre secoli prima dell’attuale e splendidamente decorato), mentre le abitazioni private si conformano ai moduli delle domus romane ad atrio, con tanto di affreschi e mosaici. E di lì a poco dalle genti del Po usciranno nomi destinati a segnare la storia della letteratura latina - il mantovano Virgilio, il padovano Tito Livio, il sirmionese Catullo e gli altri poetae novi, avanguardia letteraria che dal Nord conquisterà l’Urbe.

La civiltà che sta nascendo, uscita da un crogiolo in cui l’elemento originale padano si è mescolato con l’eredità classica latina e greca e con le reminiscenze etrusche, farà della Cisalpina una delle province più ricche e vitali dell’impero. Lo scontro di civiltà, diventato incontro, darà i suoi frutti copiosi.

Maurizio Assalto


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