ebook di Fulvio Romano

martedì 27 settembre 2016

"A man who can be provoked by a tweet ..."

"A man who can be provoked by a tweet should not have his fingers anywhere near the nuclear codes"  
( Hilary Clinton nel confronto televisivo con Trump)

domenica 25 settembre 2016

Insegnava a ragazzi e chef l’uso delle erbe in cucina

LA STAMPA

Imperia

La sua gastronomia «naturale»


Per decenni, Libereso Guglielmi è stato un ambasciatore della Riviera di Ponente, attraverso l’educazione all’utilizzo in cucina delle erbe, non solo aromatiche, e dei fiori, dei quali trattava con passione e cognizione profonda, tanto nelle conferenze di Slow Food all’Università di Pollenzo come negli incontri con gli studenti, dove corredava le spiegazioni con disegni ispirati a quelli di Antonio Rubino, il celebre illustratore che aveva frequentato da ragazzo. 

Mancherà, ai suoi interlocutori, affascinati dalla forza evocativa delle sue parole, questo «guru verde», che tuttavia ha lasciato l’eredità di libri come «Oltre il giardino» e «Mangiare il giardino» (Socialmente), «Le ricette di Libereso» e «Ricette per ogni stagione» (Edizioni Zem), in cui ha raccolto le fantasiose ricette sgorgate dalla sua inesauribile vena creativa, pari a quella di un fanciullo, ma imbevuta di conoscenze attinte alla botanica e alle esperienze personali, fatte prima alla Stazione sperimentale di floricoltura di Sanremo e poi in Inghilterra, al giardino botanico di Myddleton House.

Qualche esempio? Zuppa di ortiche, crema di rose, flan di ricotta e viole su vellutata di borragine, fiori di sambuco fritti, omelette di tarassaco, torta di carote e fichi secchi. E, agli chef, a volte un poco stupiti, ai quali teneva corsi di questa speciale gastronomia, spiegava che «il giardino è una mensa, e quella del mangiare fiori è un’usanza perduta, ma ancestrale, perchè viene dall’antico Egitto e risale al 3.000 avanti Cristo». 

Conversatore piacevole, sino a quando la salute lo ha sorretto, Libereso ha partecipato a un centinaio di convegni all’anno, su e giù per l’Italia. «E ancora adesso, che li aveva diradati, gli arrivavano un paio di inviti ogni giorno», racconta Claudio Porchia, che lo accompagnava nei suoi viaggi. E sottolinea: «Ma, al di là dei numerosi premi ricevuti, a dargli le maggiori soddisfazioni era il confronto con i giovani, per insegnare loro ad amare la natura: a Parma ne ha incontrato 800 in tre giorni».

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stefano delfino


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L’amico delle piante generoso con tutti

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Tra bozzetti e nozioni

Le conosceva tutte. Per nome. Sapeva come utilizzarle, quando raccoglierle, come valorizzarle al meglio. Soprattutto nel piatto. Le piante non erano l’oggetto del suo lavoro. Per Libereso le piante erano amiche, compagne di vita, esseri viventi da rispettare, da cui imparare, da ammirare. Ma anche da mangiare, visto che le sue conoscenze infinite su tutto il «mondo verde» lo hanno portato a diventare anche un esperto di fiori e piante commestibili. Una conoscenza che ha saputo non soltanto raccontare in numerosi testi, ma che ha anche dato vita a una serie cospicua di disegni, bozzetti, acquerelli, piccoli dipinti che Libereso disegnava continuamente, portava con sè, utilizzava come segnalibro, regalava a tante persone, con generosità. Mai geloso delle sue creazioni, sempre generoso verso gli altri: il suo sapere, per Libereso, era un patrimonio da condividere, che si portava dietro con semplicità, pur con tutte le collaborazioni importanti, i lavori internazionali, le sue conoscenze ai più alti livelli, il «giardiniere di Calvino» amava raccontare, condividere, spiegare soprattutto ai giovani tutto quello che sapeva. Chi ha avuto, prima che la fatica dei suoi ultimi anni gli acciaccasse le membra, la fortuna di passeggiare con lui lungo un sentiero di campagna, in un bosco, conserva un ricordo magico. In cui tutti i minuti fiori di campo, le erbe meno nobili, perfino le erbacce, diventano protagonisti: ognuna con le sue virtù, caratteristiche, quella si consuma cruda, quell’altra è particolarmente zuccherina, l’altra ancora è ottima per curare qualche disturbo. Una porzione di prato diventa un’insalata, un colorato mazzo di fiori è anche una golosità. Libereso era così. Mai scontato o banale, sempre arguto, originale. A contatto con la terra, con la sua essenza profonda, quando ancora la svolta «green» che tanti oggi professano di certo non era di moda. BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI

lorenza rapini


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Libereso, il giardiniere “rampante” custode dei segreti della ligusticità

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Un’epopea che sfonda nella poesia

Era unito a Italo Calvino dall’amicizia e da un legame che aveva i colori della Riviera

Coetanei, diversi di carattere e lignaggio eppure più simili di quanto potessero sembrare, uniti da quella ligusticità che li caratterizzerà per tutta la vita. Italo, il liceale compagno di banco di Eugenio Scalfari al Cassini, che diventerà partigiano e sommo scrittore, è a ben vedere la figura allo specchio di Libereso, il giovane contadino che diventerà il saggio custode dei segreti delle piante, della macchia mediterranea. 

Non sappiamo molto dell’incrociarsi dei destini giovanili dei due ragazzi di casa Calvino (ci sarebbe, in effetti, anche il fratello più giovane di Italo) ma conosciamo le parole. Già dai Sentieri dei nidi di ragno, primo romanzo di Italo, la descrizione della collina e della montagna è un trionfo di paesaggio ligure, dove il verde e il brullo si mescolano per fare da quinta ai dialoghi degli incoscienti e tormentati giovani sanremaschi che scelsero da che parte stare dopo l’uccisione di Felice Cascione ad Alto, sulle alture di Albenga. 

La ligusticità, nei Sentieri, diventa quasi epopea ma si trasforma in poesia nel trittico degli antenati, il Barone Rampante soprattutto, dove il nobile che abbandona la terra, intesa come terreno, adatta il mondo arboreo a suo mondo, quasi a sottolineare come la Liguria fosse verde e popolata di alberi più che cemento e uomini. Poi la denuncia, l’invettiva civile, quel racconta sulla Speculazione edilizia che costerà a Calvino l’ostracos perenne della sua ormai martoriata e moralmente irrecuperabile città (lo scrivo con la morte nel cuore, visto che è anche la città di mio padre). Poi, con la maturità, il rimpianto che addolcisce il ricordo e così, ecco il racconto intimo, famigliare, splendido della Strada di San Giovanni dove Italo racconta l’ormai anziano padre che continua a curare l’orto e con i cavagni pieni di verdura attraversa la pigna di Sanremo tra l’orto, tra i muretti e secco, i fiori e gli olivi, e la casa del centro storico. 

È qui, in questo racconto, che ci piace vedere Libereso, barba anarchica e poche parole, capaci di invettive e pronto a salire a San Romolo per fuggire la Speculazione edilizia e ritrovare quella Sanremo fatta di limoni, gamberi e aragoste intrappolate nelle nasse del porto vecchio. 

La storia è finita ieri. E Sanremo, almeno quella parte che non cede, ha il dovere di ricordare quei due giovani vecchi, quello che raccontava la ligusticità in italiano forbito e quello che la raccontava in dialetto. Forse sono la stessa persona.

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STEFANO PEZZINI


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Si è spento Libereso Guglielmi il “giardiniere” che ispirò Calvino

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Botanico, divulgatore, lo scorso anno aveva avuto un riconoscimento dal Comune


Aveva 91 anni. Domani i funerali in forma laica al cimitero di Valle Armea a Sanremo

Si è spento a 91 anni Libereso Guglielmi, il «giardiniere di Calvino». Sanremese, botanico esperto e noto in tutto il mondo, aveva salde le sue radici a Sanremo. Conoscitore dei segreti di tutte le piante, cultore della cucina con i fiori, autore di libri di botanica, ma anche di ricette. I funerali in forma laica e privata si terranno domani alle 10,30 al cimitero di Valle Armea a Sanremo. Al cordoglio di amici e familiari si unisce anche il sindaco di Sanremo Alberto Biancheri con tutta l’Amminsitrazione. E ricorda la cerimonia dello scorso anno, per i 90 anni di Libereso, con cui il Comune ha voluto premiare il botanico. 

Appassionato divulgatore, Guglielmi per tutta la vita ha portato il suo messaggio agli altri. Sempre con generosità e disponibilità. Ambientalista convinto, ha cominciato a lavorare a 15 anni grazie a una borsa di studio accanto a Mario Calvino, padre dello scrittore Italo, con cui poi ha intessuto una lunga amicizia. 

Per questo è anche uno degli ultimi testimoni diretti, poteva raccontare aneddoti, portava con sè una miriade di episodi, sempre raccontati con il sorriso, con quella semplicità disarmante che metteva tutti a proprio agio, ma che sapeva anche zittire con la forza della verità. 

È stato definito lo scorso anno, in occasione del riconoscimento ottenuto in Comune a Sanremo, «non solo uno dei più grandi esperti di botanica e floricoltura, ma anche un piacevolissimo maestro che, con la curiosità e la semplicità che lo hanno sempre contraddistinto, riesce a insegnare a noi tutti l’importanza e il valore delle erbe e dei fiori».

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Damele, Delfino, Pezzini e Rapini


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venerdì 23 settembre 2016

Il baciamano

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Prima Pagina


Quesito per maschi in ascolto: riuscireste a essere galanti con una donna che il giorno prima vi ha volutamente umiliato, lasciandovi marcire in anticamera per andarsene in trattoria con gli amici, nonostante avesse un appuntamento con voi? Una donna, oltretutto, da cui non sperate di ricevere più niente, perché ciò che desideravate da lei ve lo ha già pubblicamente e definitivamente negato con toni stizziti e strafottenti? Io no. E infatti non sono Giovanni Malagò, non ho il suo sguardo sterminatore né la sua gestualità professionale, senza contare che l’unica volta in cui ho tentato il baciamano sono andato a sbattere contro un anello particolarmente acuminato. 

Questa immagine fotografa il contatto tra la Prima Repubblica democristiana e la Terza grillina. Il baciamano del presidente del Coni sa di inclusione, buone maniere e inevitabile ipocrisia, perché lui quella mano gliela mozzerebbe volentieri con un morso. Mentre negli atteggiamenti stucchevoli della sindaca di Roma - al cui confronto Hillary Clinton appare una ragazzona simpatica e spontanea - traspare il tratto fondante della setta grillina: il disprezzo per chiunque c’era prima, e che già solo per questo è una persona di cui diffidare, meglio ancora da umiliare. Per le seguaci del Dibba la galanteria è un’aggravante.

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Massimo Gramellini


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