ebook di Fulvio Romano

lunedì 1 settembre 2014

Sole sul Piemonte, protetto dalle Alpi. Massime tra 27,2 e 29,5º

Temperature osservate

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31/08/2014
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BIELLA17,226,515,227,6vai
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NOVARA17,928,018,126,9vai
VERBANIA18,027,316,927,7vai
CUNEO15,727,512,327,5vai
ASTI17,328,315,227,6vai
ALESSANDRIA16,929,415,027,2vai

Minime penalizzate dalla tramontana che però via via diventa Foehn

Temperature osservate

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01/09/2014
Grafico
TORINO17,728,413,8-vai
BIELLA17,226,515,2-vai
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NOVARA17,928,018,1-vai
VERBANIA18,027,316,9-vai
CUNEO15,727,512,3-vai
ASTI17,328,315,2-vai
ALESSANDRIA16,929,415,0-vai

150 anni fa, Londra, nasce la 1ª Internazionale...

LA STAMPA

Cultura

Così si unirono

i lavoratori

di tutto il mondo

Il 28 settembre di 150 anni fa nasceva a Londra

la Prima Internazionale: la sua vicenda in un’antologia di testi

dell’epoca, da Marx a Bakunin, agli scritti degli operai

Londra, 28 settembre 1864: la sala del St. Martin’s Hall, nel cuore di Londra, era affollata da duemila uomini e donne di umili condizioni, inglesi, ma anche tedeschi, francesi, spagnoli, russi, polacchi, italiani… Nessuno, quel giorno, sospettava che stava nascendo la prima organizzazione mondiale proletaria. Forse neppure Karl Marx, la testa pensante più celebre, autore (pur in collaborazione con Engels) del Manifesto del Partito comunista che a Londra aveva visto la luce nel 1848.

Una preziosa antologia, che il dinamico editore Donzelli manda ora in libreria, ci consente di ripercorrere la vicenda della Prima Internazionale, vissuta fino al 1876, quando le difficoltà organizzative, il contrasto con gli anarchici (e la nascita di una loro «Internazionale antiautoritaria»), oltre alle persecuzioni poliziesche, ne segnarono la fine. L’Associazione fu poi sostituita, nel 1889, dalla Seconda, naufragata nel 1914, nel fragoroso scoppio della Grande guerra, che vide i diversi partiti operai schierarsi con le rispettive classi dirigenti, facendo così crollare clamorosamente il mito dell’internazionalismo proletario. A firmare il lavoro è un esponente della giovane generazione di studiosi, Marcello Musto, uno dei tanti che il nostro bloccato sistema universitario costringe a rifugiarsi all’estero, esuli culturali che prendono il luogo degli esuli politici. Il libro si intitola con la frase stentorea che chiude il Manifesto: Lavoratori di tutto il mondo unitevi! (pp. 256, € 25).

Mentre la pionieristica opera di Gian Mario Bravo nel 1978 raccoglieva, accanto ai documenti ufficiali, tutta una serie di scritti collaterali, fornendo un panorama amplissimo (due volumi per un totale di 1300 pagine), il libro in questione si limita ai testi dell’Organizzazione, ed è diretto a un pubblico più ampio. Il curatore ne evidenzia il significato politico-culturale, in un momento storico in cui i diritti dei lavoratori vengono messi in discussione.

Accanto ai comunisti, nell’Internazionale, v’erano socialisti, sindacalisti, anarchici, mazziniani, repubblicani, eterogenea platea di militanti, ai quali da allora fu affibbiata l’etichetta, che voleva essere infamante, di «internazionalisti», sinonimo di sovversivi dell’ordine costituito. In realtà, le proteste nascevano dalle insostenibili condizioni in cui vivevano e lavoravano i proletari. Il ruolo dell’Associazione fu raccogliere fondi e convincere i lavoratori a rinunciare al crumiraggio ai danni degli scioperanti di un altro Paese. Era la traduzione concreta dell’internazionalismo proletario, sotto forma di solidarietà e di cooperazione. Ma anche nelle battaglie apparentemente sindacali il lievito impresso dall’organizzazione fu politico. È evidente il contributo di Marx, al quale si devono più di un terzo dei documenti raccolti, anche se la costruzione teorico-politica fu collettiva, e lo testimoniano i testi qui raccolti, in gran parte di operai. Era la prova del passaggio della classe operaia «in sé», ossia non ancora cosciente della propria forza, a classe «per sé», cioè matura, e pronta alla lotta per il potere, come intanto stava teorizzando Marx.

Era per esempio il francese Eugène Tartaret a perorare la riduzione dell’orario, ma rivendicando la nobiltà del lavoro, che «non dev’essere più un castigo, una schiavitù, un marchio di indegnità, deve essere un dovere imposto a tutti i cittadini». Lo scopo fondamentale della riduzione dell’orario è tuttavia quello di consentire al lavoratore di essere un cittadino istruito e cosciente, invece che «un paria, uno schiavo indifferente al progresso…».

L’Internazionale, pur tra gli scontri interni (che videro l’allontanamento di mazziniani, anarchici ecc.), svolse un ruolo fondamentale nel processo di maturazione dei proletari. Per esempio, rispetto al luddismo, la risposta distruttiva all’introduzione delle macchine in fabbrica, si scriveva: «L’uomo privato del suo pane […] aveva torto nel maledire il macchinario: il suo odio e la sua collera dovevano condurre a risultati più alti. La causa dei mali è l’anarchia sociale: la giustizia sociale sarà il loro rimedio». Era una ventata di utopia, ma nel contempo era un progetto sociale di alto respiro.

Le parole più lucide erano sempre quelle di Marx, il quale peraltro sapeva comportarsi da leader, indirizzando a Lincoln un messaggio di congratulazioni per la rielezione alla Casa Bianca, ma rimaneva un rivoluzionario conseguente, e invitava a diffidare di ogni accordo separato (un monito che pochi oggi sono disposti ad ascoltare) e ad affrontare questioni come salario e orario in termini generali, ossia politici, giacché tutto sempre «si riduce alla questione dei rapporti di forza delle parti in lotta». E, con sarcasmo, scriveva di un certo tipo di capitalista: «È così infatuato per la libertà dei suoi operai […] di lavorare in ogni ora della loro vita per lui, che, sempre e con sdegno, ha respinto ogni legge sulle fabbriche, in quanto recante pregiudizio alla suddetta libertà. Lo fa inorridire soltanto l’idea che un operaio comune sia tanto folle da aspirare a un destino più elevato di quello di arricchire il suo signore e padrone, il suo superiore naturale. Vuole […] che il suo operaio resti un misero schiavo». Di qua, la «folle furia» contro lo sciopero, considerato «una blasfemia, una rivolta di schiavi, l’indice di un cataclisma sociale».

I documenti degli internazionalisti affrontano ogni tematica di qualche rilevanza nella costruzione della società futura: l’idea che dovesse essere una società immediatamente senza Stato, secondo la tesi di Bakunin, venne lasciata cadere, grazie alla contrapposizione di Marx, che ironizzava con l’anarchico russo, e la sua battaglia contro «l’idea astratta di Stato». La tragica ed esaltante esperienza della Comune di Parigi fornì a Marx conferma che la rivoluzione aveva bisogno di uno Stato, diverso da quello borghese (abolizione dell’esercito e della polizia permanenti, eleggibilità e revocabilità dei pubblici funzionari ecc.), ma anch’esso deputato all’esercizio della forza, contro il nemico di classe, che infatti , spodestato, prese la sua sanguinosa rivincita. Ciò malgrado, con la Comune, l’Internazionale segnò la più prestigiosa vittoria ideale: «essa fu essenzialmente un governo della classe operaia, […] la forma politica finalmente scoperta, nella quale si poteva compiere l’emancipazione economica del lavoro». Era uno dei risultati storici dell’Internazionale dei lavoratori.

Angelo d’Orsi


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Deaglio: la ripresa sarà "scomoda" ma non ci sarà senza i "piccoli miracoli individuali"

LA STAMPA

Cultura

La strada

difficile

della ripresa

Moltissimi italiani sono vittime di un terribile equivoco: si illudono che un «buon» governo, non importa se l’attuale o un altro, sia in grado di scaricare sulla loro porta di casa una splendida ripresa già bell’e confezionata, possibilmente senza creare loro alcun incomodo. Così si spiegano le critiche «quantitative» ai provvedimenti del governo, già adottati o di prossima messa a punto, secondo le quali «le risorse non bastano». Come ha detto il presidente dell’Ance, Paolo Buzzetti, «se non ci mettiamo i soldi… i problemi restano tutti lì». E siccome qualche soldo c’è, ma non basta (e questo lo sanno tutti), e non è possibile stamparne tranquillamente degli altri, si direbbe che i problemi sono destinati a rimanere tutti lì, magari per molto tempo.

La ripresa che piacerebbe a milioni di italiani consiste nel «riprendere», appunto, ritmi, modalità di vita e produzione degli anni precedenti la crisi.

Più che una ripresa sarebbe un recupero e una conservazione di valori, da quelli monetari a quelli culturali. E questa ripresa si potrebbe realizzare semplicemente ritoccando qualche legge – possibilmente senza conseguenze scomode per i diretti interessati - e affidandosi al «buon senso». Sarebbe molto bello, soprattutto per un paese in cui gli anziani sono una componente sempre più importante, se la ripresa fosse effettivamente così. Purtroppo le cose stanno andando diversamente.

Quella che stiamo vivendo a livello globale è una «distruzione creatrice», come l’aveva definita l’economista austriaco Joseph Schumpeter all’incirca settant’anni fa: uno «sciame» di innovazioni irrompe sulla scena economica, altera la struttura dei costi, si presenta di prepotenza con nuovi prodotti, cambia di fatto il nostro modo di vivere e ne instaura un altro, si inventa nuovi mercati e nuovi modi di produrre.

Lo si vede benissimo osservando con attenzione la nostra vita quotidiana: dopo trent’anni in cui si è limitata a renderci le cose più facili, l’elettronica sta rendendo la nostra esistenza sensibilmente diversa. Iphone e Ipad cambiano i nostri ritmi di vita e di lavoro: con il telefonino (che è sempre meno «cellulare» in quanto passa sempre più da Internet) possiamo acquistare un biglietto ferroviario o aereo, effettuare un bonifico bancario, pagare in diretta il posteggio dell’auto. Sempre con questo o altri simili mezzi elettronici potremo «scaricare» e seguire a nostro piacimento interi corsi universitari, tenere la nostra salute sotto controllo, acquistare un numero crescente di oggetti senza passare dai negozi o dai supermercati.

Possiamo legittimamente pensare che tutto ciò sia un bene o sia un male. In ogni caso siamo costretti a muoverci in questa direzione perché gli altri Paesi lo stanno facendo e perché dobbiamo vendere all’estero i nostri prodotti per pagarci l’energia e le materie prime di cui abbiamo bisogno (sempre che non prevalgano i venti di guerra che soffiano sull’Ucraina e sul Medio Oriente, con qualche sinistra somiglianza con quelli di cent’anni fa). La ripresa, insomma, non sarà per niente comoda e rassicurante, sarà scomoda e incerta; offrirà delle opportunità, non garantirà a nessuno di raggiungere i risultati sperati.

Nessun governo, in nessun Paese, potrà fare meraviglie, tutti i governi e tutti i Parlamenti dovranno mettere i loro cittadini nelle condizioni di “fare”, di rischiare al meglio, di elaborare un progetto di vita che non sia bloccato da ostacoli legislativi antiquati. Le leggi non creeranno ripresa, metteranno i cittadini nelle condizioni di crearla. Per questo sono necessari i «piccoli miracoli individuali» di cui ho parlato in un precedente articolo, un’affermazione alla quale alcuni lettori hanno reagito con fastidio sostenendo che i miracoli li devono fare i governi.

Per la verità, i giovani italiani stanno cominciando a muoversi in questa direzione. Sono diverse decine di migliaia quelli che, dopo aver conseguito buone lauree in Italia si vedono proporre spezzoni di lavoro, stages non pagati, contratti di pochi euro e senza futuro o al massimo lunghe carriere per arrivare a posizioni di rilievo all’età della pensione; al di là delle Alpi, da Monaco a Londra, ricevono spesso offerte di posti (e salari) adeguati alla loro professionalità da imprese spesso dirette da trentenni o quarantenni.

I rimedi alla brutta crisi italiana, in sostanza sono solo i piccola parte quantitativi e soprattutto qualitativi; e possono richiamare in un circuito produttivo un po’ di ricchezza finanziaria netta delle famiglie che, secondo la più recente indagine della Banca d’Italia, è pari a circa 8 volte il reddito disponibile lordo delle famiglie italiane, in linea con Regno Unito, Francia e Giappone e sensibilmente superiore a quella di Stati Uniti, Canada e Germania. Se le famiglie italiane non useranno almeno una parte di questa ricchezza (le sole attività finanziarie valgono più del doppio del prodotto interno lordo) è possibile che finiscano con il perderla. E perderemo tutti una parte delle speranze del Paese.

Mario Deaglio


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"Sblocca-Trivelle": Basilicata a rischio petrolio e metano?

LA STAMPA

Economia

Ecco l’Italia delle trivelle, che può

raddoppiare la produzione di petrolio

Il premier Renzi: “Ce n’è tanto in Basilicata, sarebbe assurdo rinunciare”

Il decreto Sblocca-Italia aspira anche a essere un decreto Sblocca-Trivelle: come rivelato ieri da La Stampa, toglie alle Regioni il potere di veto sulla ricerca e sulla trivellazione di pozzi di petrolio e di metano. La Strategia energetica nazionale (Sen) vuole più che raddoppiare entro il 2020 l’estrazione di idrocarburi in Italia, fino a 24 milioni di barili equivalente all’anno (l’unità di misura che omogeneizza petrolio e gas naturale). Si ipotizzano «investimenti per 15 miliardi di euro, 25 mila nuovi posti di lavoro e un risparmio sulla fattura energetica nazionale di 5 miliardi all’anno». Inoltre è atteso un miliardo di euro extra di introiti fiscali annui.

Una manna, in teoria. Ma altro petrolio e altro metano da sfruttare in Italia ci sono? Gli esperti dicono di sì, mentre resta in sospeso la volontà di trivellare. Ieri Matteo Renzi ha ribattuto alla richiesta di cambiare il decreto arrivata da Legambiente, che teme gravi rischi: «Abbiamo preso provvedimenti molto seri - ha detto il presidente del Consiglio -. Se c’è il petrolio in Basilicata (la Regione più promettente, ndr) sarebbe assurdo, in questo momento, rinunciarvi».

Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, giustifica le speranze: «In Italia c’è una dorsale del petrolio e del gas che parte da Novara e poi si distende lungo l’Appennino fino in fondo alla Calabria e prosegue in Sicilia. Nel Mare Adriatico c’è una dorsale parallela offshore, da Chioggia al Gargano. La produzione potrebbe facilmente raddoppiare, proprio come prevede la Strategia energetica nazionale: basta perforare dove già si sa che gli idrocarburi ci sono. Invece è tutto bloccato». Incalza Giulio Sapelli, già nel consiglio d’amministrazione dell’Eni: «Per cercare petrolio e gas, una volta in Italia venivano fatte da 600 a 700 trivellazioni all’anno. Adesso soltanto 5. Si potrebbe tornare a fare molto di più».

Ribatte l’ambientalista Ermete Realacci: «Ma una volta in Italia si costruiva anche l’Italsider di Taranto. So bene che la Saipem italiana è la migliore al mondo nelle trivellazioni. Ma non mi pare che possa essere lì il futuro del nostro Paese».

Un piccolo sceiccato italiano del petrolio è (o potrebbe essere) la Basilicata citata da Renzi. Questa regione estrae da sola 5 degli 11 milioni di barili nazionali ma ha risorse non sfruttate per altri 400 milioni di barili accertati (e i tecnici valutano un potenziale di un miliardo di barili). Tabarelli si scandalizza perché «in Basilicata è stata bloccata addirittura la ricerca dei giacimenti, dico la pura e semplice ricerca».

Ma anche sulla Lucania c’è un contro-parere ambientalista: «Io ho lavorato nell’industria petrolifera» dice il geologo Mario Tozzi. «E c’ero anch’io quando in Basilicata è stata tirata fuori la prima “carota” con il greggio. I danni ambientali sono risultati subito evidenti».

Poi c’è il capitolo degli idrocarburi non convenzionali, i cosiddetti «shale», cioè da scisto, che in realtà possono essere contenuti anche in argille, ma non solo; per esempio è «non convenzionale» anche il metano che ristagna nei giacimenti di carbone, cioè il famigerato e temuto grisù che rischia sempre di far esplodere le miniere. Se ne trova in Toscana e in Sardegna, ma sullo sfruttamento del grisù, che pure è stato ipotizzato, anche Davide Tabarelli è scettico: «Spero che non se ne faccia niente».

Invece Giulio Sapelli (ex Eni) sottolinea i pochi danni che fa all’ambiente lo «shale» quando si tratta di petrolio: «Si tratta solo di trivellare orizzontalmente, con dei robottini, i pozzi già trivellati verticalmente e considerati esauriti. I robot vanno a scovare il greggio che si era depositato diversamente e quindi non era stato raccolto al primo passaggio».

Più problemi invece per lo «shale gas», che va estratto con una tecnica di frantumazione delle rocce con getti d’acqua e additivi chimici inquinanti. I tecnici dicono che l’impatto ambientale si può gestire, come si fa negli Stati Uniti (peraltro con polemiche) mentre l’Europa è frenata dai divieti. Tabarelli sottolinea che «persino dalla Polonia, lo Stato europeo più promettente per lo shale gas, l’Exxon, l’Eni e altre compagnie se ne sono già andate». Massimo Siano, di Etf Securities, sull’Europa non è ottimista: «In America gli idrocarburi “shale” non sono stati sviluppati dalle grandi compagnie, ma da operatori che dieci anni fa erano piccoli come Amazon agli esordi, adesso sono molto cresciuti, e fra dieci anni saranno dei giganti. In Europa questo non sta succedendo. E chi farà le infrastrutture per portare lo shale gas dalla Polonia, in concorrenza con le reti degli attuali oligopolisti europei? Nessuno. Quindi noi non avremo le Amazon europee dell’energia. E continuerà a crescere lo spread fra il Brent (il petrolio europeo, più caro) e il Wti americano. Così l’elettricità in Europa costerà di più, e questo frenerà la nostra crescita».

luigi grassia


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Tagli di 12 miliardi e salve le detrazioni fiscali? ( A. Barbera)

LA STAMPA

Economia

Roma avrà lo sconto sul debito

in cambio di riforme pesanti

Tagli non oltre i 12 miliardi, salve le detrazioni fiscali

Una legge di Stabilità più leggera in cambio di un piano di riforme credibili. La battaglia è lunga, e dipenderà da molti fattori, ma questa in estrema sintesi è la partita che l’Italia giocherà nei prossimi 45 giorni al tavolo europeo. Di qui ad allora ci sono tre scadenze: l’Ecofin informale di Milano (il 13 settembre) il vertice straordinario dei Capi di Stato (il 6 ottobre), di nuovo l’Ecofin, il 14 ottobre, il giorno prima della scadenza entro la quale il governo dovrà presentare a Bruxelles la legge di Stabilità. Di qui ad allora molte cose dovranno accadere. Ad esempio: il nuovo commissario agli Affari economici sarà davvero il francese Pierre Moscovici, come auspicano Roma e Parigi? E quale sarà il ruolo dell’ex premier finlandese Katainen, più sensibile alle ragioni tedesche? Nel gioco delle diplomazie europee le mosse possono essere persino più complicate di quelle alle quali ci abituano i politici nostrani. Al governo però hanno una certezza: comunque vada la manovra che l’Italia presenterà a Bruxelles non sarà recessiva. Così come si esclude che l’Europa possa imporre a Roma il rispetto del cosiddetto «obiettivo di medio termine», in una parola una riduzione del debito pubblico nell’ordine di nove-dieci miliardi già nel 2015. Più che uno sconto - spiegano nei palazzi - è ipotizzabile che il nuovo presidente della Commissione Juncker cerchi di ottenere dalla Merkel il via libera ad una vera e propria moratoria. «Prima delle convinzioni lo impone il buon senso», spiega una fonte. Le guerre scoppiate nel confine est dell’Europa stanno facendo saltare ogni speranza di ripresa entro la fine dell’anno. La deflazione rischia di peggiorare la tenuta del rapporto debito-Pil, ma niente a che vedere con i rischi che l’Italia correrebbe programmando, oltre a pesanti tagli alla spesa, anche un aumento delle tasse come avvenne con Monti. In questo momento tutta l’attenzione dei tecnici è evitare con cura la riduzione di spese che potrebbero deprimere ulteriormente la tenuta del Pil. Operazione facile a parole, più difficile da attuare. In ogni caso i tagli saranno limitati alle coperture necessarie alla conferma dello sconto Irpef da ottanta euro e del taglio dell’Irap del 10 per cento. Né ci saranno risparmi a voci che farebbero aumentare la pressione fiscale, come ad esempio un taglio importante delle agevolazioni fiscali oggi concesse alle famiglie.

Nel complesso la manovra varrà tagli di spesa per dieci, massimo dodici miliardi di euro, ai quali poi vanno aggiunte le cosiddette spese indifferibili, in questo caso finanziate da voci diverse: la minore spesa per interessi (uno o due miliardi) o il gettito da lotta all’evasione. Insomma, in tutto la manovra non supererà i venti miliardi, euro più, euro meno. Se dovessimo rispettare alla lettera i parametri europei, i numeri sarebbero ben altri. Ma a dispetto delle indiscrezioni sul senso della telefonata della scorsa settimana della Merkel a Draghi, la sensazione è che l’Europa non ci imporrà lacrime e sangue. Ciò non significa che non ci aspettino mesi di scelte dolorose, perché in cambio di tutto ciò Bruxelles ci chiederà invece impegni molto vincolanti sul fronte delle riforme, a partire da giustizia, istruzione e mercato del lavoro. Il decreto per la riduzione delle cause civili è un primo passo, ora Renzi è atteso alla prova dei fatti delle altre priorità. L’assunzione di massa dei precari della scuola non è fra queste, la riforma delle tutele dal licenziamento sì.

ALESSANDRO BARBERA



Pentecostali. La " fede degli schiavi" fa il pieno di proseliti

LA STAMPA

Italia

Marketing e fusioni

Così la “fede degli schiavi”

fa il pieno di proseliti

Conservatori in dottrina, sono attivissimi sui social media

In dottrina sono conservatori ma utilizzano qualunque strumento «hi-tech» per fare proselitismo. In origine erano pochi e divisi in mille sigle, ora si aggregano e aumentano a vista d’occhio. I seguaci della «Chiesa Evangelica Internazionale» (Ceiam) prima di erigere mattone su mattone il loro maestoso tempio a Torino si sono dati una missione epocale: rivitalizzare la galassia pentecostale.

Per questo raccolgono la maggior parte delle offerte durante le funzioni religiose e qualche aiuto economico lo ricevono anche dalla «casa madre» negli Usa. I loro centri principali sono in Campania e in Sicilia ma crescono anche a Torino e in altre città del Nord grazie agli emigrati dal Mezzogiorno, oltreché ai flussi dall’Africa e dall’Asia. Il sociologo Massimo Introvigne, fondatore del Cesnur (Centro studi sulle nuove religioni) analizza i 350 mila pentecostali evangelici in Italia. «Per più di un terzo si distribuiscono tra Campania e Sicilia, cioè in regioni dove molta gente è sensibile alla religiosità popolare e calorosa, ai miracoli, ai canti, ai balli e sente come troppo celebrale e socio-politica la teologia cattolica che ha abbandonato le confraternite e le feste patronali». Quindi «la provincia di Caserta e la Sicilia sono il Sud America d’Italia». Le comunità pentecostali (di diverse denominazioni) sono quelle maggiormente in crescita e rappresentano quasi un terzo dei circa due miliardi di cristiani presenti nel mondo e tre quarti dei protestanti.

Attivissimi sul Web, padroni della multimedialità: si ritengono la nuova fase della storia dopo il cristianesimo tradizionale. Le comunità della Chiesa Evangelica Internazionale traggono origine dall’attività del pastore americano John McTernan (1900-1975), che negli Stati Uniti sono legate a una Chiesa frequentata prevalentemente da afro-americani, al punto di essere considerata la «religione degli schiavi». McTernan in Italia offre, costituendo la Ceiam nel 1966, un ombrello giuridico a Chiese assai diverse: alcune modaliste, altre carismatiche ma trinitarie. Ne scaturisce una struttura giuridica per tutte le Chiese pentecostali diverse dalle Assemblee di Dio, che con mille comunità e 150mila fedeli rimangono la sigla maggioritaria dei pentecostali italiani. Il progetto rimane in parte sulla carta quanto ad ambizione unitaria. Ma la Chiesa offre un quadro giuridico a gruppi che ne erano privi.

Tra i più consistenti e dinamici, il Ministero Cristiano El Shaddai di Torino, guidato dal carismatico pastore Mike Di Lascio che raduna diverse centinaia di adepti. Tecniche di «marketing religioso» nel mercato globalizzato della fede. E abilità nella gestione. Su scala nazionale il pastore Silvano Lilli ha riorganizzato in profondità la struttura ideata da McTernan. Oggi la Ceiam ha 10 articoli di fede, la cui condivisione è necessaria per aderire alla Chiesa. Trinità, divinità di Gesù Cristo, ispirazione «verbale e plenaria» della Bibbia, battesimo per immersione in acqua, battesimo nello Spirito Santo la cui evidenza iniziale è il dono delle lingue. Il «decalogo» permette di accogliere nella Ceiam realtà pentecostali tra loro lontane, alcune legate al Movimento della Fede. Ogni anno a Roma la Ceiam organizza una conferenza evangelica(Cen). Nel 1999 a Roma la Ceiam ha aperto una scuola biblica.

Nella capitale operano anche una corale di adulti (La Rugiada) una di bambini fra i 5 e i 13 anni (I Piccoli Angeli) e un gruppo musicale (I Diaspri). Un mese fa a Caserta papa Francesco ha visitato la comunità pentecostale del pastore Giovanni Traettino proclamando per i cristiani «l’unità nella diversità» perché «ogni parte ha la sua peculiarità, il suo carisma». L’ecumenismo del terzo millennio «global» è «un poliedro».

GIACOMO GALEAZZI


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Oggi l'annuncio dei "Millegiorni". Sarà sorpresa?

LA STAMPA

Italia

“Millegiorni”, Renzi prepara la sorpresa

Oggi la presentazione del programma a lungo termine: in cantiere anche la legge sulle coppie gay

Alle due del pomeriggio, nella saletta stampa di palazzo Chigi, Matteo Renzi presenterà oggi il suo primo programma di riforme a lungo termine - quelli che in Unione Sovietica si chiamavano piani quinquennali - e ha già fatto sapere che il «Mille giorni» avrà un logo dal nome eloquente: «passodopopasso». L’altro giorno il presidente del Consiglio ne ha anticipato il senso: «Non basta una legge per cambiare il Paese, ma invece serve un lavoro puntuale, quotidiano, sistematico». Parole che si aprono verso un possibile paradosso: dopo l’overdose di annunci, Renzi ci tiene a correggere il messaggio precedente che lo voleva come il campione del “tutto e subito”, ma curiosamente questa correzione di toni cade proprio nel momento nel quale diversi soggetti “pesanti” (Bce, Bruxelles, Quirinale) spingono perché il governo acceleri, affrontando di petto le riforme strutturali.

«Renzi devi continuare a correre, ma nella direzione giusta»: questo è stato il senso di ciò che Mario Draghi ha detto al presidente del Consiglio a quattr’occhi il 12 agosto e lo stesso concetto era contenuto nel comunicato diramato tre giorni fa dal Capo dello Stato e nel quale si plaudiva alla doppia ricetta (riforme strutturali ma anche flessibilità per finanziarle) rilanciata dal presidente della Bce nel discorso di Jackson Hole.

Nella accesa dialettica che da qualche giorno divide il presidente della Bce e il governo tedesco dunque c’è un terzo angolo, quello italiano, che in queste ore è in ombra ma che è destinato ad influenzare quel conflitto. Matteo Renzi lo sa, perché glielo ha spiegato Mario Draghi nel faccia a faccia in pieno agosto a Città della Pieve: l’Italia può aiutare sé stessa e anche la “nuova” Bce, facendole presto e subito le riforme pesanti. Ecco perché la diatriba Berlino-Francoforte di queste ore interpella anche Roma e proprio oggi Matteo Renzi può dare la prima riposta all’”appello” che gli arriva dall’Europa.

Il piano dei Mille giorni in realtà era stato pensato in un contesto un po’ diverso da quello attuale, segnato invece da un drastico peggioramento, con l’Italia in deflazione, in recessione e con una disoccupazione ancora in crescita. Anche per questo motivo Matteo Renzi non si limiterà al piatto forte inizialmente immaginato (un elenco puntuale di misure e di riforme corredate da un cronoprogramma), ma sarà chiamato a rispondere in modo chiaro sulle questioni più delicate. Se e quando si completerà la riforma del mercato del lavoro? Renzi pensa sempre che si può aspettare «fine anno», come ha ripetuto di recente anche il ministro Poletti? Come si potrà conciliare un puntuale programma per mille giorni con gli assillanti problemi di debito e di deficit che assillano l’Italia? Come, dove e quanto colpirà la tanto evocata spending review?

In questi giorni il presidente del Consiglio ha tenuto le carte coperte sulle riforme che presenterà oggi, ma è scontato che ci saranno diverse sorprese, soprattutto se proiettate nella sfera del medio-periodo. Trapela che tra le riforme in cantiere ci sarebbe anche quella sui diritti delle coppie di fatto gay. Si sa già che il minimo comun denominatore che unisce Pd e Ncd riguarda il “modello tedesco” ma l’incognita finora ha riguardato la tempistica: Renzi, nei giorni scorsi ha confidato che presenterà la riforma in autunno.

Il presidente del Consiglio è tornato molto soddisfatto dal vertice europeo di Bruxelles che ha nominato Alto rappresentante per la politica estera europea la candidata italiana, ma soltanto nei prossimi giorni Renzi potrà misurare quanto sia destinato a durare l’effetto-Mogherini: quello del successo elettorale alle Europee ancora dura, mentre non sono ancora commensurabili i benefici in termini di immagine preventivati dal premier dalla nomina Ue. L’altra notte, lasciando Bruxelles al termine del vertice europeo, Renzi oltre a dichiararsi non pentito per lo sketch del carretto gelati fatto entrare dentro palazzo Chigi per replicare alla copertina di “Economist”, ha sintetizzato così il Mille giorni: «Sarà un lavoro articolato, sereno, passo dopo passo ma scardineremo il sistema». Come dire: il passo ora è da «maratoneta», ma il lessico resta quello fiammeggiante di sempre. Con la promessa di nuovi annunci: dopodomani Renzi tornerà in sala stampa per lanciare il piano-scuola.

FABIO MARTINI