ebook di Fulvio Romano

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lunedì 30 giugno 2014

FOLKLORE METEO. Il grano, la mietitura, il tempo e... il cucùlo.

LA GIAVELO E IL COUCOU

di Fulvio Romano

(detti provenzali, piemontesi e francesi sul tempo della mietitura)

Era dopo san Giovanni che cominciavano le mietiture. Poche ancora a giugno, il resto a luglio: "En jun quaucùn, en juliet a plen pougnet". E infatti un detto che ritroviamo un po' dappertutto raccomandava: "A san-Jan lou voulame en man". Lou voulame o lou voulam, altro strumento archeo ormai sotto naftalina nei musei contadini, era il falcetto, quello che si usava per tagliare una "punhà" d'erba ma soprattutto di grano, o segale. Veniva formata così la "javelo", la javelle, la mannella, e cioè quel poco di fascina di grano che poteva stare in una mano e che veniva tagliata con lou voulam, legata quindi con un "liam" di paglia e lasciata sul campo ad essiccare prima di comporre il covone, la "gerbo", o la "capàla", come si faceva in Langa mettendo insieme le "giavele" tagliate con il "munsueròt". E la "javelo" era protagonista o comprimario, a seconda dei casi, di molti detti. Un simbolo temporale, un'immagine salda nell'immaginario calendariale, così come richiedeva d'altronde un paletto come il "san Giôan" che da solo valeva "tuti i Sant". La "javelo" la ritroviamo già all'origine delle origini del calendario, quando si avvertiva che una chiara notte di Natale avrebbe poi portato una "claire javelle", e cioè ad una mietitura rada, forse per la stagione troppo anticipata che il plenilunio natalizio provocherebbe. Oppure, al contrario, visto che la javelo-javelle indicava anche le piccole fascine di sarmenti delle viti potate, poteva invece -il plenilunio nella notte santa- predire una scarsa vendemmia... Altra convinzione radicata era che la pioggia sulla "Chandelo" (e cioè sulla Candelora) avrebbe poi bagnato anche la "javelo", nonostante la distanza temporale tra i due eventi. Ma anche qui c'è un'altra versione che conferma comunque questa centralità estiva della "javelo" : "Sa piòou 's la Chapelo, piòou 's la javelo". Dove la "Chapelo" indicava il baldacchino utilizzato dal prete nella processione paesana del Corpus Domini. Paesaggio ormai ignoto, quello delle giavele posate sul campo in attesa di diventare covoni. Anche se, in quello che era un tempo il loro momento, ancora oggi ascoltiamo gli ultimi ritmati canti del cuculo, ormai in partenza dalle nostre valli e colline. E infatti: "A la proumiero javello, lou coucou quito la terro".

(nella foto di Maria Ferrero -20 luglio 2011- sulla collina di Montechiaro (Bastia) si ripete l'antico rito della "giavela")

sabato 21 giugno 2014

Festa d'estate. San Giovanni e il "froumentìn", nella tradizione occitana e franco-piemontese.

Il finale di giugno, anzi la festa di san Giovanni, era il momento adatto per seminare in montagna il grano saraceno. Una sentenza occitana, raccolta da Garnero, descriveva con una viva immagine la scadenza: Cante lou préire paso benedii coun lou baldaquìn l’è ouro de semenàa lou froumentin…. ( Quando il prete passa a benedire col baldacchino è ora di seminare il grano saraceno).
Il prete, veste svolazzante e paramenti giallo oro procede in processione sotto il baldacchino multicolore sorretto da quattro giovani in salute del borgo. Le braccia tese, ostende il Sacramento ed è seguito da frotte di ragazzini e dal paese intero in rumorosa e malcerta preghiera. E' questa la sequenza rituale che da sempre accompagnava il rito tardo medioevale del Corpus Domini. Rito mutevole nel calendario, come lo era la data della Pasqua, da cui il Corpus Domini dipendeva, ultima festa lunare. E quindi la semina del Froumentìn, noto anche come Fourmentìn o Granèt, era primaverile-estiva, potendo variare, con la data del Corpus Domini (60 giorni dopo Pasqua) dal 20 maggio al 24 giugno. Date simili a quelle che troviamo nelle altre aree agricole europee, come ad esempio la Francia del Lionese dove la data per la semina di questa poligonacea adatta a cibare i celiaci, era la festa di saint-Pothin, il due di giugno: "A la Saint-Pothin, bonhomme, sême ton sarrasin". Oppure nel Gard, dove il grano saraceno veniva chiamato Blamauro, così come nella Francia Contea dove era invece Grije e, si credeva, veniva fatto rigoglioso dall'arrivo del gelido vento invernale del Nord: la Bise: "Année de Bise, année de Grije". In Trentino era invece la pioggia dell'Ascensione a decretare l'arrivo di una ricca annata di rape e di Formentone, altro nome del nostro: "S'el piove el dì de l'Ascensiòn, ven rave e formentòn"... Fatto sta che questa pianta, che d'estate colorava di rosso le pendici delle nostre Alpi, dalla val Tanaro alla val Po, fu dal XVI secolo in poi la salvezza di contadini e montanari che avevano a che fare con la Piccola Era Glaciale. Il gelo che, fino alla metà dell'800, imperversò in Europa con inverni freddi e primavere umide mandava in rovina le semine invernali cosicché furono sovente i grani estivi a salvare le comunità alpine. Quando il 27 giugno del 1857 una spaventosa tempesta distrusse i raccolti di grano, uva e granoturco a Prarostino, nelle valli valdesi, i campi - come ci racconta Teofilo Pons- furono nuovamente arati per seminarvi grano saraceno anziché frumento. Così per secoli il Fourmentìn, con il suo pane e la sua polenta, in purezza o mescolata con altri grani, farcita di formaggi d'alpeggio e di porri profumati, ha segnato un intervallo calendariale che iniziava con la primavera-estate ("Cant la feuillho ê â bouisoun, granèt e granetoun", si recitava nella val Sén Martìn) e che finiva, inesorabile, con la mietitura di San Michele, come conferma la tradizione del Limousin francese: "Sème ton blé noir (altro nome del nostro) quand tu voudras, mais pour Saint-Michel tu le moudras".

Fulvio Romano

(pubblicato su "Ousitanio vivo"

foto: la processione del Corpus Domini a Lingueglietta (1982)

mercoledì 15 agosto 2012

Ponente ligure... Tripudio della natura

Pre 17,40 di un mercoledì di Ferragosto. Sole siciliano, venticello provenzale, cielo alpino, ulivi d'argento... La plumbago dai fiori azzurri mescolata ai geranietti aromatici, all'oleandro rubizzo e... Alla trombetta d'Albenga... È il nostro Ponente, è la nostra Provenza di casa!