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domenica 15 novembre 2015

Gli attentati di Parigi e quel complesso di colpa che ispira l’equivoco buonista (Claudio Magris)

dal Corriere della Sera


Gli attentati di Parigi
e quel complesso di colpa che ispira l’equivoco buonista

La violenza va repressa con la violenza ma anche, e sperabilmente, esorcizzata con l’insegnamento del rispetto reciproco, instillando la banale ma sacrosanta verità che dire Dio anziché Allah o viceversa non può offendere nessuno

di Claudio Magris

Siamo in piena Quarta guerra mondiale. Le tre precedenti avevano almeno schieramenti nettamente contrapposti; anche la Terza, cosiddetta Fredda, fra Occidente e mondo sovietico, finita con la sconfitta di quest’ultimo e 45 milioni di morti fra il 1945 e il 1989 nei più diversi Paesi della terra, per nostra fortuna da noi lontani. In questa Quarta, che poche ore fa ha fatto strage a Parigi dopo averne fatte molte altre, non si sa bene chi combatta contro chi; nel caos che infuria nel Medio Oriente, ad esempio, è spesso difficile capire chi sia nostro alleato o nemico. Assad, ad esempio, è stato indicato ora quale tiranno da abbattere ora quale possibile alleato.
In questo enorme pulviscolo sanguinoso è difficile combattere chi semina stragi, ovvero l’Isis. Come era lungimirante l’opposizione di Giovanni Paolo II alla guerra in Iraq, opposizione che non nasceva certo da simpatia per il feroce despota iracheno né da astratto pacifismo, che gli era estraneo perché la sua esperienza storica gli aveva insegnato che la guerra, sempre orribile, è talora inevitabile. Ma il Papa polacco sapeva che sconvolgere l’equilibrio - precario e odioso, ma pur sempre equilibrio - di quella Babele mediorientale avrebbe creato un’atomizzazione incontrollabile della violenza. Come era più intelligente Reagan di quanto lo sarebbe stato anni dopo George Bush Jr, quando, per stroncare l’appoggio di Gheddafi al terrorismo, si decise per un’azione brutale ma rapida ed efficace e non pensò a inviare truppe americane a impantanarsi per chissà quanto tempo nel deserto libico, mentre l’invasione dell’Afghanistan voluta da Bush Jr. sta durando quasi tre volte la Seconda guerra mondiale, senza apprezzabili risultati.
Ma l’Isis non è Al Qaeda, non è una società segreta inafferrabile; si proclama uno Stato, seppur sedicente e non ben definito. Dovrebbe quindi essere più facile colpirlo in modo sostanziale. Certo la strategia perdente è quella adottata sinora, soprattutto dagli Stati Uniti, con quei bombardamenti a singhiozzo che non bastano a togliere di mezzo quel cosiddetto Stato e magari, con le perdite non sempre precisamente mirate che infliggono, feriscono e irritano altre forze e compagini politiche. È inutile -- anche inutilmente violento - dare uno schiaffo; o si colpisce a fondo, per mettere knock out, oppure ci si astiene.
È ovvia l’esecrazione per le stragi compiute a Parigi e altrove, con la destabilizzazione generale della vita sociale e collettiva che esse provocano. Si può pure deprecare la scarsa efficacia dei Servizi segreti dinanzi a nemici così sfuggenti, anche se bisogna riconoscere che è più difficile scoprire le trame dell’Isis che quelle della Cia o del Kgb.
A questa inaudita violenza si collegano, indirettamente, il nostro rapporto col mondo islamico in generale e la convivenza con gli islamici che risiedono in Occidente. A chiusure xenofobe e a barbari rifiuti razzisti si affiancano timorose cautele e quasi complessi di colpa o ansie di dimostrarsi politicamente ipercorretti, che rivelano un inconscio pregiudizio razziale altrettanto inaccettabile. È doveroso distinguere il fanatismo omicida dell’Isis dalla cultura islamica, che ha dato capolavori di umanità, di arte, di filosofia, di scienza, di poesia, di mistica che continueremo a leggere con amore e profitto. Ma abbiamo continuato ad ascoltare Beethoven e Wagner e a leggere Goethe e Kant anche quando la melma sanguinosa nazista stava sommergendo il mondo, però è stato necessario distruggere quella melma. Le pudibonde cautele rivelano un represso disprezzo razzista ossia la negazione della pari dignità e responsabilità delle culture camuffata da buonismo.
È recente la notizia di una gita scolastica annullata dalle autorità della scuola elementare «Matteotti» di Firenze perché prevedeva una visita artistica che includeva un Cristo dipinto da Chagall, nel timore che ciò potesse offendere gli allievi di religione musulmana. Il Cristo di Chagall è un’opera d’arte, come le decorazioni dell’Alhambra, e solo un demente o un fanatico razzista può temere che l’uno o le altre possano offendere fedi o convinzioni di qualcuno. Quei dirigenti scolastici che hanno annullato per quel motivo la gita dovrebbero essere licenziati in tronco e messi in strada ad aumentare le file dei disoccupati, perché evidentemente non sono in grado di svolgere il loro lavoro, come dovrebbe essere licenziato un insegnante che in una gita scolastica a Granada vietasse ai suoi allievi di visitare l’Alhambra per non offendere la loro fede cristiana.
La violenza va repressa con la violenza, ma anche - e sperabilmente - esorcizzata con l’insegnamento del rispetto reciproco, instillando pure nelle zucche più dure la banale ma sacrosanta verità che dire Dio anziché Allah o viceversa non può offendere nessuno. Solo Allah, ripetono i versetti sulle pareti dell’Alhambra, è il vincitore. Le stragi di Parigi e tutte le violenze dimostrano, purtroppo, che spesso l’imbecille violenza è più forte del Signore, comunque questi venga chiamato.

lunedì 22 luglio 2013

Eataly apre a Parigi. Dal 2015-16 in Borsa...


 LES ECHOS

CONSO ET SANTÉ

L. Baffigo (Eataly) : «Nous visons la Bourse en 2015-2016»

Par Pierre de Gasquet | 20/07 | 09:27

Le co-fondateur et directeur général d’Eataly, Luca Baffigo, compte ouvrir des magasins à Moscou, Sao Paulo, Londres et Paris avant une introduction en Bourse en 2015-2016.

Luca Baffigo - DR
Luca Baffigo - DR
Quels sont vos projets à l’international trois ans après votre installation à New York ?
Nous allons ouvrir Istanbul, le 22 septembre, au Zorlu Center, en Turquie. Puis suivront l’ouverture de Dubaï en octobre, et à la mi-novembre notre second magasin aux Etats-Unis, à Chicago, sur un espace de 6.000 m2. Ensuite, nous envisageons d’ouvrir des magasins à Moscou fin 2014, Sao Paulo au Brésil, et enfin Londres et Paris, même si nous n’avons pas encore de date. Jusqu’ici, notre magasin qui a le plus de succès à l’étranger est celui de New York avec un chiffre d’affaires annuel de 75 millions de dollars (et 800 salariés). C’est devenu le troisième point de vente en nombre de transactions de cartes de crédit après l’Empire State Building et le Moma (Museum of Modern Art).
Quels sont vos projets dans le domaine de la vente en ligne ?
Nous avons déjà 3.000 références de produits que nous vendons sur notre site shop.eataly.it. Nous nous sommes associés au fonds italo-français 360 Capital Partners (à 30%) pour créer Eataly Net, un réseau de vente de produits de qualité sur Internet un peu comme le site Yoox.com dans le secteur de la mode et du luxe. Notre objectif est de devenir la référence pour la distribution de produits alimentaires de qualité sur Internet. Nous avons toujours une politique d’association avec des partenaires locaux dans les sociétés opérationnelles. Aux Etats-Unis nous sommes associés à la famille Saper et en Turquie : à la famille Zorlu . En France, nos partenaires pourraient être les Galeries Lafayette, mais ce n’est pas encore décidé.
Comment envisagez-vous de financer ce développement ?
Il n’est pas exclu d’ouvrir éventuellement notre capital (NDLR : détenu à 80% par Oscar Farinetti et à 20% par Luca Baffigo) à un partenaire extérieur. Mais notre objectif est plutôt de nous introduire en Bourse à l’horizon 2015-2016 sur un modèle un peu particulier. Il s’agit de faire participer nos clients, non seulement comme actionnaires mais aussi comme adhérents à un club en échange d’avantages : un mélange de mutualisme et de capitalisme. Selon nos calculs, ce système pourrait permettre aux actionnaires-clients de réaliser 15.000 euros d’économies sur trois ans. Nous sommes propriétaires d’une vingtaine de petites entreprises alimentaires artisanales qui donne une valeur à toute notre chaîne. C’est une des clefs de notre modèle.
Pierre de Gasquet, envoyé spécial à Turin