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martedì 21 novembre 2017

I big del web si scoprono banchieri

Economia

Facebook, Amazon e Alibaba
I big del web si scoprono banchieri 

La rivoluzione delle app: pagamenti con Messenger e prestiti di JustEat

Potrebbe iniziare tutto da un conto in pizzeria da dividere con gli amici e due tocchi su un telefono, ma potrebbe finire con una rivoluzione per gli antichi centri di potere che detengono il denaro, i nostri risparmi, i nostri mutui. Negli stessi giorni in cui le banche d’Europa litigano con la Banca centrale sui crediti deteriorati e annunciano migliaia di licenziamenti, i pagamenti via Facebook arrivano in Europa. Da pochi giorni nel Regno Unito, poi nel resto del continente, proprio mentre l’Italia (nel 2017!) scopre il bonifico istantaneo, potremo mandare denaro agli amici o a un negozio direttamente da Messenger.
A prima vista potrebbe non sembrare un passo da giganti. Decine e decine di app si contendono lo spazio sullo schermo principale del nostro telefono e da anni ci consentono di pagare senza toccare banconota e monete, come la piemontese Satispay, risparmiando sulle commissione valutarie, come l’estone-inglese Transferwise, o programmare i nostri investimenti, come l’italiana Moneyfarm. La storia recente dimostra però che una tecnologia innovativa non è sufficiente per diventare leader di mercato. La scala può aiutare: la valuta più preziosa è la nostra attenzione, spesso assieme a un indirizzo email e una carta di credito.
L’evoluzione è in atto: Facebook permette di inviare denaro (massimo 2500 sterline per transazioni, 10.000 il mese), in Cina WeChat lo permette da tempo e Alibaba offre dal 2015 prestiti ai suoi clienti analizzando i loro consumi online. Amazon ha una divisione che offre credito alle imprese che utilizzano la piattaforma come magazzino e vetrina, puntando a diventare sempre più l’infrastruttura dell’economia. 
Del resto, chi è nelle condizioni migliori per supportare un’azienda se non chi gestisce già la sua logistica e i suoi clienti? In dodici mesi tra 2016 e 2017 Amazon ha erogato prestiti per un miliardo di euro. Sono ancora numeri piccoli su scala globale: Intesa Sanpaolo, per esempio, nel 2017 dovrebbe erogare prestiti per 50 miliardi di euro in Italia. Quel che è in gioco qui è però il modello: una volta raffinato, è facile replicare, grazie alle licenze bancarie già ottenute in Europa come in India. Ancora, l’app per ordinare a domicilio dai ristoranti, JustEat, ha deciso di offrire prestiti ai ristoratori del Regno Unito e aiutarli a gestire la liquidità. Le piattaforme supportano le loro comunità nella speranza di avviare un circolo virtuoso.
Dai grattacieli vetrati delle banche europee e italiane si osserva questa frenesia, tra un’emergenza e l’altra, con cauto ottimismo. Il cambiamento non sembra poi così travolgente e finora gran parte delle nuove app semplificano una funzione di risparmio o di investimento per poi appoggiarsi all’ossatura dei vecchi istituti o dei circuiti delle carte di credito. «Ci sono settori trasformati nel giro di mesi, il mondo dei servizi finanziari ha comunque bisogno di più tempo - spiega a La Stampa il cofondatore e presidente di Moneyfarm, Paolo Galvani -, è un mondo regolamentato che ha bisogno di capitale e fiducia». Cosa succede quando però nel mercato entrano i grandi attori come Facebook e Amazon, che dispongono sia di capitale che di fiducia? Le startup hanno un ruolo chiave: ricercano e innovano, spesso vengono acquisite. «Le banche hanno difficoltà a capire che un’app parte dalla tecnologia ma arriva a essere banca», osserva Stefano Tresca, fondatore dell’acceleratore fintech londinese Level39. Nonostante la Brexit oggi Londra è il centro dove si concentrano gli investimenti in tecnologia in Europa, anche grazie a una licenza bancaria temporanea fondamentale per operare. L’italiana Moneyfarm ha atteso quasi un anno per avere la licenza da Bankitalia e ora è attiva anche nel Regno Unito. «L’Italia sta pensando alla licenza temporanea, potremmo farlo anche noi - dice Galvani -. Il 2017 è stato un anno di svolta per la comprensione delle priorità. Siamo un po’ in ritardo, ma dal mio punto di vista non è mai troppo tardi».
BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI
Beniamino Pagliaro

martedì 20 ottobre 2015

Internet: Il reso facile solo con i colossi

LA STAMPA

Italia

Ma il reso può diventare un’impresa
tra spese impreviste e rimborsi parziali

Spesso solo i colossi offrono un sistema semplice 

Prezzi più bassi, sconti invoglianti, vastissimi cataloghi e niente code alle casse. Sono le principali spinte che hanno fatto innamorare gli italiani dell’e-commerce. L’idillio però non è ancora del tutto perfetto. Tutto va bene, infatti, fino alla volta in cui la merce consegnata non soddisfa appieno o magari quando è difettata. A quel punto occorre rispedire tutto al mittente e quindi parte una macchinosa trafila che molti preferiscono evitare. Occorre, infatti, impacchettare di nuovo i prodotti per poi spedirli dall’ufficio postale. Prima bisogna però studiarsi bene tutte le condizioni. Insomma tante seccature, tempo perso e rischi di spese in più. 
Gli operatori dell’e-commerce sanno che proprio su questo fronte non riusciranno mai a competere con il negozio sotto casa. Per questo hanno iniziato a rendere le restituzioni sempre più facili. Per fare un esempio, il colosso delle vendite Amazon.it manda un corriere direttamente a casa del cliente per il ritiro della merce. I costi sono tutti a carico di Amazon a patto però che la merce sia difettosa o che comunque il ripensamento del cliente avvenga entro un periodo ben definito. Entro i 14 giorni e il cliente non deve neanche dare motivazioni (secondo quanto stabilisce la legge europea sul recesso nell’e-commerce) dopodiché c’è tempo fino al 30° giorno ma con le adeguate spiegazioni. In ogni caso il prodotto deve restare integro (per esempio, i prodotti per l’infanzia devono rimanere sigillati, niente ammaccature o graffi sulle merci o dati nei computer). 
La regola della «resa-facile» vale però quasi esclusivamente per gli acquisti effettuati direttamente da Amazon, se invece lo shopping avviene sul suo portale ma è effettuato nel «negozio» di un rivenditore terzo allora la logistica del reso verrà, molto spesso, gestita direttamente da quest’ultimo, con tutte le incognite del caso. «È tra gli operatori più piccoli che si rischiano le brutte sorprese» dice Pietro Giordano, Segretario Adiconsum. 
Qualcuno si limita a rimborsare la spesa fatta con buoni d’acquisto. «È una pratica scorretta che il consumatore deve rifiutare» dice Giordano.
Sui tempi da non sforare per il reso merci ogni operatore decide a modo suo. Occorre quindi informarsi di volta in volta per non finire fuori tempo massimo. Amazon concede 30 giorni, Yoox (fashion) si ferma a 14 dalla consegna, Dalani (arredamento) dà 30 giorni per comunicare di aver cambiato idea e altri 14 per inviare la merce, Zalando (fashion) arriva a 100 giorni dalla ricezione. 
I grandi gruppi della moda come Yoox e Zalando crescono anche grazie alle politiche di «reso-facile». Alcuni shop del fashion addirittura permettono l’acquisto delle stesse scarpe in due diverse misure per meglio decidere quali comprare. 
I grandi negozi di moda online specificano però che la merce deve essere rimandata indietro intatta, con le etichette ancora attaccate. E c’è addirittura l’operatore che suggerisce di provare le scarpe su tappeti morbidi in modo da non rovinare la suola. Un messaggio chiaro a eventuali furbetti dell’e-commerce. 
sandra riccio