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mercoledì 16 settembre 2015

Deaglio: Chi paga le scelte della Fed

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Cultura

Chi paga
le scelte
della Fed

Tra oggi e domani, in America e in Europa, verranno prese decisioni cruciali. Le decisioni americane riguarderanno la politica monetaria, la quantità di denaro in circolazione e il suo costo; le decisioni europee riguarderanno la quantità di persone che potranno essere accolte all’interno dell’Unione Europea e i modi, i tempi e i limiti dei loro spostamenti (mentre il costo di queste misure è stato finora disinvoltamente trascurato). Le decisioni saranno prese da due donne: Janet Yellen, figlia di un medico ebreo polacco, ai vertici della Fed, la banca centrale degli Usa da poco più di un anno e mezzo.
E Angela Merkel, figlia di un teologo protestante tedesco, ai vertici del governo tedesco da quasi dieci anni. Entrambe dovranno, di fatto, decidere da sole; le decisioni di entrambe influenzeranno direttamente l’economia – e non solo l’economia - dei Paesi ricchi e, indirettamente, quella di tutto il mondo.
I termini della scelta di Yellen sono apparentemente molto chiari. Deve decidere se cominciare a ridurre l’«ossigeno» che, somministrato in quantità a lungo crescenti, ha tenuto a galla l’economia americana. Quest’ossigeno deriva da un tasso d’interesse molto vicino allo zero, collegato alla creazione di moneta in quantità molto elevata. Gran parte di questa moneta è finita in circuiti prevalentemente finanziari, creando pericolose instabilità; la parte restante ha però permesso alla maggiore economia del pianeta di tornare, anche se barcollando, a camminare. 
Nel gergo finanziario americano Yellen è una «colomba»: sostiene che un’espansione monetaria, e quindi la prospettiva di un’inflazione (molto) moderata è accettabile se crea occupazione. Essendo però l’occupazione cresciuta e la disoccupazione ritornata a livelli accettabili (5,1 per cento, un dato che farebbe sognare gli italiani) perché correre altri rischi? Perché non cominciare a stringere leggermente i freni? Il vero problema è che, se si guarda dentro ai dati dell’occupazione americana, ci si trova davanti a una realtà molto più grigia: i nuovi assunti sono più precari e meno pagati di chi ha già un lavoro.
Gli Stati Uniti, però, sono anche il centro dell’economia globale. I troppi dollari in circolazione nel mondo stanno creando una pericolosa instabilità finanziaria che si manifesta anche con il forte nervosismo di Borse instabili. I Paesi emergenti temono che un rialzo dei tassi in America, reso possibile dalla bassa disoccupazione, blocchi la loro crescita e trasferisca la disoccupazione a casa loro. A livello globale c’è il rischio che il costo del denaro più caro spinga il mondo verso una nuova recessione, che si butti via il bambino della crescita globale insieme all’acqua sporca dell’instabilità finanziaria. Considerazioni interne e considerazioni internazionali potrebbero rafforzare le preferenze di Yellen e indurla a non schiacciare il freno.
A favore di Yellen c’è comunque la possibilità di prendere tempo: il comitato della Fed che stabilisce il costo del denaro si riunisce tutti i mesi e ciò che non si fa a settembre si può fare a ottobre o nei mesi successivi. Ed è forse – ma le previsioni sono davvero incerte - quello che la «governatrice» potrebbe decidere di fare: annunciare una data certa, ma non immediata (gennaio?) per il rialzo e l’indicazione che i rialzi continueranno, ma a velocità molto lenta. Un compromesso, certo, ma la politica monetaria, come ogni tipo di politica, si alimenta di compromessi.
Merkel non ha a disposizione nessuna delle flessibilità che possono agevolare il compito di Yellen. Le scadenze dalla cancelliera federale tedesca non sono scandite dalle date delle riunioni di un comitato, ma dalle notizie delle agenzie di stampa che descrivono una situazione fluida, con un numero impressionante di persone che, giorno dopo giorno, attraversano, dirette verso l’interno, le frontiere dell’Unione Europea. Il problema di Yellen è ben noto nella sua essenza, quello di Merkel cambia profilo tutti i giorni. Entrambe partono da principi solidi, ma devono adattarli a una situazione dai contorni imprecisi. Entrambe sono «schiacciate» dall’urgenza, costrette a navigare a vista. Yellen e Merkel potranno tirarci fuori dall’urgenza, non possono certo, da sole, rimediare alla miopia pluridecennale di due continenti.
Mario Deaglio

venerdì 11 luglio 2014

Gaza, Borse, Espiritu santu, scioperi inglesi... La grandinata perfetta (senza estate)

LA STAMPA

Cultura

La grandinata

perfetta

è un fatto normale che spesso d’estate arrivi la grandine. È invece un po’ meno normale, ma purtroppo possibile, che arrivi la grandine senza che arrivi l’estate.

E quella di ieri sulla scena politica, economica e finanziaria globale è stata una «grandinata perfetta» che ha colpito il quadro politico-strategico globale, quello finanziario europeo e anche quello dell’economia reale italiana sui quali l’estate non è ancora arrivata.

I primi lampi riguardano una realtà che non possiamo ignorare, quasi sulla nostra porta di casa. Era apparso chiaro fin da martedì che Israele, pur disponendo di uno «scudo» antimissile molto efficiente, aveva sottovalutato gravemente la minaccia dei missili dislocati nella striscia di Gaza. Ora il governo di Gerusalemme ha pochissime opzioni al di là di quelle di andare fisicamente a neutralizzare questi missili con un’invasione di terra, dai contraccolpi molto pericolosi. Con prospettive non certo rassicuranti per i rifornimenti petroliferi e il prezzo del petrolio.

Una sottovalutazione di gravità forse analoga è quella degli americani nei confronti della – più che comprensibile - avversione dei tedeschi all’essere spiati, che si sento trattati da Washington come «amici di serie B» dei quali non ci si può fidare. Proprio quando, con la controversa crisi ucraina, gli Stati Uniti avrebbero maggior bisogno dell’appoggio diplomatico e logistico del loro più importante alleato europeo, ecco scoppiare un nuovo caso spionistico che induce il governo di Berlino a espellere immediatamente il capo dei servizi di informazione americani in Germania.

I fulmini della situazione internazionale si mescolano ai primi chicchi della grandinata che, sin dalla mattinata, si è abbattuta sulle Borse europee e americane. La possibilità del fallimento di un’antica e stimata banca di Lisbona coglie di sorpresa gli operatori. Il Portogallo si era meritato un plauso generale per il modo in cui aveva sopportato la «cura» dell’austerità, ora è vittima di una reazione emotiva, dal momento che a livello di Unione Europea ci sono (o dovrebbero esserci) tutti gli strumenti per reagire a una crisi come questa. Nervi saldi e valutazioni oggettive, però, non sono così frequenti in Borsa.

Tanto per non sbagliare, infatti, sono moltissimi gli operatori che vendono azioni non solo della banca portoghese ma dell’intero settore bancario europeo. E la Borsa di Milano, nella quale il peso dei titoli bancari è notevole, è quella che perde di più. Nelle stesse ore, poi, arriva un altro grosso chicco di grandine, la notizia della richiesta da parte dell’Unione Europea di un recupero delle multe per le quote latte degli agricoltori italiani, uno spinoso argomento politico oltre che una cifra (oltre un miliardo) non certo trascurabile. Unico spiraglio di sole della giornata economica italiana è che l’Italia è riuscita a collocare 6,5 miliardi di Bot a tassi che costituiscono un minimo storico. Questo perché l’aumento dello spread è un risultato della riduzione dei tassi tedeschi, una volta tanto non dell’aumento di quelli italiani.

Non è però finita qui. Un altro allarmante segnale portoghese, riguarda lo sciopero dei servizi sanitari, indizio di un malessere che percorre tutta l’Europa. In Gran Bretagna si stanno astenendo dal lavoro insegnanti, pompieri, impiegati pubblici, in Francia hanno da poco finito di scioperare i controllori di volo e i dipendenti delle ferrovie. Si devono segnalare azioni significative di sciopero persino nell’ordinatissima Germania, come quella dei dipendenti dell’aeroporto berlinese di Tegel, che segue un’azione analoga dei piloti della Lufthansa. In Italia, agli scioperi dei trasporti locali si sono aggiunti quelli dei benzinai e ne sono previsti in luglio per treni e aerei. Dappertutto in Europa - e non solo - sono in agitazione i tassisti, a seguito della comparsa di nuove forme di servizio di autonoleggio la cui concorrenza viene ritenuta sleale.

Nessuna di queste agitazioni raggiunge – per il momento – livelli di vera emergenza ma pressoché tutte superano la soglia di attenzione perché indicano un malessere reale che è reso più acuto dai segnali di ripartenza dell’economia: il male comune è più facilmente sopportabile in un contesto generalizzato di difficoltà, assai meno accettabile quando in alcuni settori e regioni si registrano segnali di miglioramento. In Italia i debolissimi venti di ripresa continuano a soffiare soprattutto a Nord e sono quasi assenti nel Mezzogiorno.

La debolezza della ripresa italiana è inoltre il risultato di un’espansione quasi accettabile in molti settori legati alla domanda estera mentre permane il «buco» dell’industria delle costruzioni. La ripartenza dell’edilizia si può ottenere solo con una miscela di fiducia e credito che devono riuscire a caratterizzare il semestre italiano di presidenza dell’Europa. Per il momento gli ordini alle industrie accennano a crescere, la produzione industriale assai meno; rispetto all’analogo periodo gennaio-maggio del 2013, i primi cinque mesi del 2014 mostrano un debole segno positivo che si fa più consistente se si tolgono gli effetti della minor produzione di elettricità dovuta all’inverno mite. Sotto la grandinata, i fili d’erba della ripresa sono ancora vitali ma crescono maniera stentata.

D’estate, in genere i temporali durano poco e si spera sempre che facciano pochi danni. In quest’estate anomala a livello meteorologico e politico, italiano e mondiale, economico e sociale è questo l’unico, sommesso augurio che si possa veramente formulare.

Mario Deaglio


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martedì 21 maggio 2013

Quando la democrazia scelse il corpo più che le idee... E tutti diventammo merce.

Enrico Deaglio per "il Venerdì - Repubblica"

Mike Bongiorno, che era ormai molto vecchio, ma sull'America la sapeva sempre lunga, a chi gli chiedeva chi avrebbe vinto, nel 2008, tra Barack Obama - un nero (!), e piuttosto di sinistra - e John McCain - un ammiraglio americano di buonissima famiglia ed eroe del Vietnam rispondeva: «Vince Obama di sicuro. Ma hai visto come scende le scale?».

Aveva ragione Mike. Nello scontro presidenziale, la giovinezza, l'appeal sessuale, la voce del giovane democratico, fecero la differenza; cosi come nel 1960, agli albori della tv, Kennedy apparve bello, giovane e desiderabile, mentre Richard Nixon (che aveva rifiutato il trucco) era sudato e stanco.

kennedy nixonKENNEDY NIXON

La «società dello spettacolo» si può datare da allora, da quando la democrazia scelse il corpo più che le idee. Allora si stabilirono due cose: che il Presidente è un prodotto da vendere come qualsiasi altra merce, ma anche che la merce ha un'anima, veicolata da illusioni e menzogne (la Pop art nasce lì).

Sacerdoti di questa liturgia, nacquero «gli esperti del marketing», una classe sociale che nei decenni ha venduto i tacchi a spillo come «bisogno di ascesi verso Dio» e si è fermata solo di fronte all'impossibile: venderci Mario Monti come «amico del popolo». Gli americani fanno meno distinzione degli europei tra merce e cultura. Un italiano di fronte a Monna Lisa fa «oh», l'americano chiede «quanto costa?».

netflix house of cards kevin spaceyNETFLIX HOUSE OF CARDS KEVIN SPACEY

Gli americani ci hanno venduto nell'ultimo secolo i libri tascabili, l'hula hoop, i predicatori televisivi, la sit comedy, il chewing gum, Topolino e Paperino, le slot machine, il poker on line, la cultura gay e le mutande di Calvin Klein, le sigarette e la loro demonizzazione, il prolungamento della giovinezza, il Creazionismo e il Mutamento Climatico.

Più di un saggio o un trattato, la serie televisiva Mad Men, giunta ormai al sesto anno, è il miglior ritratto di quello che è stato il complesso industriale-culturale americano: racconta i favolosi anni Sessanta attraverso la vita quotidiana di un'agenzia di pubblicità a New York, dove i protagonisti vendono piccole felicità, sono insieme felici e disperati e cominciano a bere whisky alle dieci di mattina.

netflixNETFLIX

Per decenni Alberto Arbasino, praticamente unico in Italia, faceva periodici sopralluoghi in America, per controllare e metterci in guardia da «quello che ci sta per vomitare addosso la California»; intanto i big spender della pubblicità erano arrivati anche da noi (shampoo, carta igienica, merendine: anche noi eravamo usciti dalla miseria) e decidevano se in prime time sulla Rai doveva andare l'Odissea letta da Ungaretti oppure qualcosa di più accessibile alla casalinga di Voghera.

MICHELLE E BARACK OBAMA NEL FOTOMONTAGGIO CON LA FRANGETTAMICHELLE E BARACK OBAMA NEL FOTOMONTAGGIO CON LA FRANGETTA

Così ci americanizzammo, anche se riluttanti. Esiste ancora questo monopolio, questa dittatura? No, ed è stata l'America stessa a distruggerla. Un giorno ci ricorderemo del 2013 come dell'anno del suicidio di Aaron Swartz. Programmatore geniale, (sua l'invenzione del formato Web Rss), diventato un militante del libero sapere su internet, Swartz aveva sottratto circa cinque milioni di pubblicazioni scientifiche del Mit per renderle accessibili a tutti. La famosa università lo aveva fatto arrestare.

Libero su cauzione, Swartz stava per affrontare un processo in cui rischiava 50 anni di carcere, quando si è impiccato nella sua casa di Brooklyn. Aveva solo 26 anni. Sulla rete è ora ricordato come un Prometeo che ha rubato il fuoco agli dei per darlo al popolo. La vicenda di Aaron Swartz è emblematica, perché ha segnato, nel dramma, il dile