lunedì 15 giugno 2015

Sharing Economy: dal possesso all'uso, dalla proprietà all'affitto. Ma sarà produttiva o solo cannibale?


LA STAMPAweb


Cultura


L’economia oggi

si compra poco

si affitta tutto


Ecco un piccolo spaccato della mia vita: mi faccio spesso dare passaggi in macchina da sconosciuti, passo notti in appartamenti di persone che non ho mai visto e lascio i fornelli di casa a cuochi che ho trovato su internet. Benvenuti nella «sharing economy»: l’economia del consumo condiviso dove si compra poco e si affitta tutto, dai taxi ai gioielli, dalla musica alle biciclette, dagli elettricisti alle vacanze. 

Basta avere un telefonino col Gps, la voglia di risparmiare e un po’ di coraggio, et voilà, arriva il taxi di Uber, l’appartamento di Airbnb e gli chef di Kitchensurfing.

In America, non si parla d’altro. Anzi, visto che ormai di persona ci si parla poco, non si twitta, instagramma e facebooka d’altro. La sharing economy, dicono i fautori, creerà un nuovo sistema di consumo e milioni di posti di lavoro flessibili, ben pagati e più appetibili dei «McJobs», i modesti impieghi nei fast food tradizionalmente riservati alle classi basse.

Secondo i contabili di PwC, i soldi spesi in questa nuova forma di consumo collettivo potrebbero crescere da circa 15 miliardi di dollari oggi a 335 miliardi nel 2025.

Wall Street e Silicon Valley sono in brodo di giuggiole e stanno inondando imprenditori e società con soldi, consigli e promesse. Uber, l’application dei taxi che è il simbolo di questa rivoluzione economica, è valutata a circa 50 miliardi di dollari, quasi come la Ford e la General Motors. Anche se non ha un cent di utili e i governi di mezzo mondo la odiano, soprattutto in Europa. 

Le banche d’affari stanno già cercando di convincere Uber, che ha solo cinque anni di età, a quotarsi in Borsa, dicendo che potrebbe diventare più grande di Facebook, il gigante del social network. E Silicon Valley pullula di banchieri in cerca dei nuovi «unicorni», società giovani che hanno valutazioni di più di un miliardo di dollari.

Numeri come questi sono assurdi e sintomatici più dell’ingordigia degli investitori che di realtà economiche. Quando l’entusiasmo dei signori del denaro coincide con i soldi a poco prezzo pompati dalle banche centrali, il risultato è una bolla speculativa che prima o poi scoppierà.

Ma la sharing economy sopravviverà agli alti e bassi dei mercati perché è sia il catalizzatore sia il prodotto di un cambiamento profondo nello stile di vita di milioni di persone. Stiamo passando da un’economia della proprietà a un’economia dell’affitto. 

Negli Usa, il momento-chiave è stata la durissima recessione causata dalla crisi finanziaria del 2008-2009. Negli anni successivi, l’economia si è ripresa ma milioni di persone hanno imparato le lezioni della crisi, scomunicando il credo del consumismo e dell’accumulazione dei beni. Gli ultimi sondaggi dicono che solo la metà degli americani è d’accordo con la frase: «possedere cose è un ottimo modo per dimostrate il mio status sociale». Quattro anni fa, la percentuale era il 66%.

Le nuove generazioni stanno accelerando questo processo. I ragazzi di oggi sono figli di internet, imboccati da Apple, Amazon e Google fin dalla nascita. Vanno online per fare di tutto, non hanno paura dell’ignoto e non si preoccupano più di tanto della privacy. Per loro, la velocità, il basso costo e la comodità della sharing economy sono una realtà scontata. Anzi, le aziende che non offrono questi vantaggi sono condannate a un lento ma inesorabile declino.

E non si può dire che una società come Airbnb che ha circa 425.000 «ospiti» a notte, sia un fuoco di paglia. I 155 milioni di persone che usano questo servizio ogni anno sono il 20% in più di una catena internazionale e blasonata come la Hilton. 

Statistiche come queste vanno rispettate e analizzate. A livello prettamente economico, le varie Uber e Airbnb sono piattaforme digitali che mettono in collegamento diretto domanda e offerta. È il Santo Graal degli economisti: un metodo efficiente e veloce per connettere chi vuole comprare e chi vuole vendere. Il prezzo dei servizi si adatta alla domanda in maniera quasi istantanea e il mercato funziona da sé in maniera lineare e orizzontale, senza bisogno d’intermediari.

Ma c’è anche un livello emotivo. Com’è possibile che, al giorno d’oggi, con tutti i pericoli di cui leggiamo ogni giorno, milioni di persone si affidino a gente che non conoscono? La risposta è che la sharing economy è basata su un concetto non finanziario ma psicologico: la fiducia. Fiducia non indiscriminata ma basata sulle raccomandazioni di altri. 

In inglese, lo chiamano peer-to-peer, da pari a pari. Se gente simile a me ha provato questo tassista, o questo appartamento e persino questo cuoco ed ha avuto un’esperienza positiva, sono pronto a provarlo anch’io. Internet è indispensabile perché permette a milioni di persone di comunicare le proprie opinioni quando e come vogliono. Basta pensare a come Tripadvisor abbia rivoluzionato l’industria delle vacanze, togliendo la parola agli «esperti» e dando voce ai comuni mortali.

Ciò che ancora non sappiamo è se la sharing economy sarà produttiva o cannibale. Se i miliardi di dollari guadagnati da Airbnb e compagnia si aggiungeranno al resto delle attività produttive o saranno semplicemente «rubati» ad aziende tradizionali.

L’altro quesito è se le manovalanze di queste nuove industrie riusciranno a vivere meglio delle classi lavoratrici che le hanno precedute. Non è chiaro, per esempio, se la proliferazione di società come Uber esacerbi le sperequazioni sociali, dividendo la popolazione tra chi il taxi lo prende e chi il taxi lo guida. I primi dati sono incoraggianti: i salari sembrano più alti di quelli dei McJobs tradizionali e la flessibilità di lavorare da casa o con orari non fissi aiuta persone che spesso non si possono permettere sistemi di supporto come le baby sitter.

Per ora, la sharing economy continua la sua marcia inarrestabile nel labirinto delle nostre vite. Come i taxi di Uber.

Francesco Guerrera


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