ebook di Fulvio Romano

Visualizzazione post con etichetta caso Gambaro. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta caso Gambaro. Mostra tutti i post

martedì 18 giugno 2013

Vietato disonorare il Luminoso Leader, il Caro Condottiero...

LA STAMPA

Italia

Scontro Gambaro-Grillo

“Sarà la Rete a decidere” I parlamentari si spaccano

Ai voti l’espulsione: 79 favorevoli, 42 contrari e 9 astenuti

Litigano. Si scontrano. Si spaccano. Votano. A notte fonda: 79 favorevoli, 42 contrari e 9 astenuti. Espulsa. Dopo quattro ore di riunione congiunta la senatrice Adele Gambaro diventa un’ombra. Anche se sarà la Rete Onnipontente a decidere infine il destino della donna che ha osato mettere in discussione non tanto il Capo, ma addirittura la sua luminosa e salvifica linea politica. La benedetta e indistinta orizzontalità digitale, la Volontà Collettiva, incontrollabile e pura, dei movimentisti iscritti al blog di Beppe Grillo, sarà chiamata a esprimersi su ciò che neppure ai parlamentari di Camera e Senato è stato consentito. Con un evitamento piuttosto evidente del regolamento interno - che prevede(va?) prima il giudizio degli eletti e poi l’insindacabile sentenza del tribunale del popolo - il disorientato e nervoso gruppo pentastellato sceglie di non sporcarsi le mani direttamente. Eppure di contarsi. Perché solo questo era lo scopo dell’Autodafé. Ricorrere alla presunta sensibilità originaria Cinque Stelle che consegna ai cittadini-parlamentari il semplice ruolo di rappresentanti-schiacciabottoni-portavoce, per capire chi crede ancora nel Verbo. Cancellata anche l’ultima prerogativa individuale, quella di esprimere un’opinione sui colleghi prima del cartellino rosso. «Rimettiamo la decisione al web», sentenzia l’ex capogruppo al Senato Vito Crimi, ignorando il dissenso di decine parlamentari amareggiati e scossi da ribellioni come quella dell’avvocato Tancredi Turco - «Adele non ha infranto nessuna norma» - Tacconi e Businarolo. «I nostri meet up sono contrari». Tentativi inutili. La minoranza perde? La minoranza non esiste in questo gioco delle tre carte in cui alla fine vince sempre il banco di Grillo e Casaleggio. Che succede ora ai 42? E agli astenuti? E agli assenti? Sono ancora in linea con il senso del Movimento? È il caos. Li tengono tutti? Cacciano anche loro? Difficile capire.

Adele Gambaro, in ogni caso, non sarà l’unica a pagare. Anche la deputata sarda Paola Pinna, colpevole di avere rilasciato un’intervista sgradita a «La Stampa», sembra destinata alla stessa sorte, mentre il gruppo dei dissidenti si organizza con la volontà di ribaltare la maggioranza interna prima di affidarsi a una non impossibile scissione. I duri e i puri contro i dialoganti.

Uno scontro che ieri ha assunto contorni più sgradevoli del solito, forse definitivo, quando, prima del faccia a faccia serale, il deputato Manlio Di Stefano, per fare capire che aria tirasse, ha pubblicato su Facebook un furibondo attacco contro le riottose colleghe. «Risparmiatemi questa Cosetta dei Miserabili dell’onorevole grillina Paola Pinna (laureata disoccupata che viveva con i genitori a Quartucciu, Cagliari, e con cento voti cento è diventata deputata del Parlamento) che invece di spargere petali di rosa dove Grillo cammina, sorge in difesa di una certa Gambaro, un’altra miracolata che si credeva Che Guevara». Laureata, disoccupata, che viveva con i genitori a Quartucciu. E dunque antropologicamente diversa? Peggiore? Più insulsa persino di una miracolata? «Non l’ho scritto io, mi sono limitato a riportare un’analisi», spiegava più tardi Di Stefano. È un tentativo di suicidio talmente grandioso da dare l’idea di una vita assieme davvero infelice.

Al Senato, nel primo pomeriggio, Adele Gambaro si presenta tesa al confronto con i colleghi. «Mi dispiace di avere danneggiato il Movimento, ma non chiedo scusa e non mi dimetto». Lo ripete meccanicamente con il ritmo di una palla che rimbalza a terra. Eppure lo sa che il suo destino è già stato deciso altrove. Generosi e inutili gli interventi dei colleghi Orellana, Mussini, Molinari e Campanella. Oppure della toscana Alessandra Bencini. «Sentire parlare di guerra tra di noi mi sembra semplicemente inaccettabile. Non è questo il linguaggio del Movimento». Detesta i toni da Chicago Anni Trenta. Le minacce. Le offese. Lei come il collega Maurizio Romani. «Ho giocato a rugby e non riesco a pensare a nulla di più grave che abbandonare un compagno». Sono tanti. Non abbastanza. «La senatrice ha ripetuto errori che io non mi sento di perdonare», spiega il neocapogruppo Nicola Morra. «Non mi sento di perdonare». Chissà se le parole hanno ancora un peso. Perdonare quale crimine? La Gambaro di fronte ai suoi centoventi giudici notturni ripete ancora: «Spero che il mio gesto possa servire a far muovere il cambiamento verso una linea più democratica». Poi se ne va stremata, senza aspettare il verdetto. Non sa ancora che è un vero addio. I talebani della Camera, con la devozione di chi scende la scalinata della città santa di Benares, la inchiodano alle sue supposte responsabilità. Bagarre. Incomprensioni. Ghigliottina. Vietato disonorare il Leader. Forse anche pronunciare il suo nome al di fuori di una preghiera.

andrea malaguti


Level Triple-A conformance icon, W3C-WAI Web Content Accessibility Guidelines 1.0           Copyright 2013 La Stampa           Bobby WorldWide Approved AAA

venerdì 14 giugno 2013

Il lunedì talebano di Beppe Epurator...

LA STAMPA

Italia

M5S, linea dura con la Gambaro

Lunedì si vota per l’espulsione. Pronto un gruppetto di scissionisti. E Grillo dal blog: serve l’aiuto di tutti

Si insultano. Gridano. Piangono. «Basta, vi prego, andiamo a cena, fermiamoci», implora la senatrice Cinque Stelle nella bolgia della commissione Industria a Palazzo Madama. Non l’ascoltano. Ancora strepiti. Nervosismo crescente. «Io me ne vado», grida Lorenzo Battista. Sbatte la porta. E’ pallido, emaciato come se fosse stato ridotto un fantasma da una carestia emotiva. «Ho saputo che un deputato intende proporre l’espulsione della collega Adele Gambaro. Qui al Senato non sarebbe mai successo». Sarebbe successo.

In ogni caso si allontana. Con lui c’è Paola De Pin. Escono anche Cristina De Pietro, Rosetta Blundo e Ivana Simeoni. Si mordono le labbra. Hanno un viso da via Crucis e la Gambaro è la loro martire. Perché proporne la cacciata? E, soprattutto, dove sta precipitando il Movimento? Chi resterà in piedi dopo questa ordalìa insensata? È l’anteprima del Giorno del Giudizio, la velenosa anticipazione di una surreale Autodafé prevista lunedì alla Camera. Sarà quello il momento in cui, nel corso di una riunione plenaria, i 160 parlamentari pentastellati si scanneranno su un ordine del giorno anticipato sul blog di Grillo e firmato dai portavoce di Palazzo Madama (entrante e uscente) Nicola Morra e Vito Crimi. «La cittadina-senatrice Adele Gambaro, con le sue ripetute dichiarazioni ai media nelle quali ha esternato analisi politiche attaccando Beppe Grillo, ha messo in atto un’azione lesiva dell’immagine e dell’attività del Movimento». Non si punta il dito contro la regina di Picche di Alice nel Paese delle Meraviglie. A meno che non si voglia perdere la testa.

Dunque siamo al redde rationem, perché il voto su Adele Gambaro, sulla sua espulsione, è in realtà un voto sulla fedeltà al Capo. È evidente a chiunque. Del resto è proprio questo che si aspettano Grillo e Casaleggio. Il dimagrimento immediato del gruppo. Quanti se ne andranno? E chi? La lista dei fuggitivi è già nelle mani del Caro Leader genovese, al quale è stato raccontato che una parte di senatori ha chiesto informazioni su come formare un gruppo autonomo a Palazzo Madama. «Naturalmente hanno voluto sapere anche a quanti soldi pubblici avranno diritto». Prove tecniche di scissione. Una richiesta analoga - che cosa ci vuole per formare un nuovo gruppo? - è stata fatta anche alla Camera. Quanto è lungo il passo tra una informazione ipotetica e una scelta definitiva? Domanda che si stanno facendo anche numerosi parlamentari del Pd, prontissimi a partecipare a questa fusione a freddo. La risposta arriverà in pochi giorni.

Grillo conosce bene questo scenario e, per quanto stremato e aggressivo («Ovunque voi siate fate sentire la vostra voce. Ognuno di voi è importante. Io ho una voce sola. (...) Non abbassate mai la testa. Nessuno di questi predatori impuniti e dei loro lacché dei media vi può dare lezioni», ha scritto ieri mattina) in qualche modo lo ha provocato. Non ha cercato subito la spallata. Prima ha provato a ricucire con la Gambaro. Le ha fatto sapere che le sue eventuali dimissioni sarebbero state calendarizzate solo tra un mese. Che nel frattempo Lui in persona sarebbe sceso a Roma, l’avrebbe abbracciata a favore di telecamere e le avrebbe detto: «Tutti sbagliano, ma noi siamo una famiglia». Una meravigliosa carrambata che avrebbe messo un po’ di polvere sotto il tappeto e a cui anche la Gambaro pareva avere aderito. Poi alcuni cittadini-senatori l’hanno fatta riflettere. Lei ha cambiato idea. Così Grillo ha deciso di dissotterrare l’ascia di guerra appoggiato dai suoi talebani. «Meglio pochi ma buoni. Ne perdiamo venti? Nessun problema». Così, mentre al Senato Serenella Fucksia, Roberto Cotti e Maurizio Romani spiegavano con chiarezza che non avrebbero mai votato per l’espulsione , alla Camera il capogruppo Riccardo Nuti rispondeva per niente scosso alla stessa domanda - «la Gambaro va espulsa?» - con un tono neutro e senza amarezza. «Certamente sì». I buoni e i cattivi, quelli che lunedì sera chiederanno, sacrileghi, il voto segreto. I fedeli, trasformati in artisti dell’ascesi affetti da principi talmente elevati e rigidi da negare loro quasi tutto il piacere della vita fisica e pulsionale, e gli infedeli-cittadini-comuni, che credevano, sognando, di entrare in Parlamento per disseminarlo delle proprie opinioni. Non è questa la Gaia terra.

andrea malaguti


Level Triple-A conformance icon, W3C-WAI Web Content Accessibility Guidelines 1.0           Copyright 2013 La Stampa           Bobby WorldWide Approved AAA