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venerdì 8 dicembre 2017

La denuncia dell’ex vice presidente Usa Biden: l’offensiva non è finita Ora la Russia sta aiutando Lega e Cinque Stelle in vista delle elezioni

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Italia

“Il Cremlino interferì in Italia
sul referendum costituzionale”

La denuncia dell’ex vice presidente Usa Biden: l’offensiva non è finita
Ora la Russia sta aiutando Lega e Cinque Stelle in vista delle elezioni


La Russia ha interferito con il referendum costituzionale italiano dell’anno scorso, e sta aiutando la Lega e il Movimento 5 Stelle in vista delle prossime elezioni parlamentari. La denuncia viene dall’ex vice presidente degli Stati Uniti Joe Biden, in un articolo pubblicato sulla rivista «Foreign Affairs» insieme all’ex vice assistente segretario alla Difesa Michael Carpenter.
Il saggio si intitola «How to Stand Up to the Kremlin», ossia come fronteggiare il Cremlino, e il catenaccio chiarisce l’obiettivo: «Difendere la democrazia contro i suoi nemici». Durante l’amministrazione Obama, il vice presidente era molto coinvolto negli affari internazionali, e aveva ricevuto in particolare l’incarico di gestire la crisi ucraina. Visto quanto sta avvenendo negli Usa con l’inchiesta sulla collusione tra la campagna elettorale di Trump e Mosca, molti osservatori hanno interpretato questo articolo come la conferma che Biden sta ancora considerando la possibilità di candidarsi alla Casa Bianca nel 2020.
Il testo sostiene che Putin ha lanciato una campagna interna e internazionale per conservare il potere, basata su corruzione, ingerenza militare e politica. Secondo Biden la forza del capo del Cremlino è più apparenza che sostanza. L’economia russa dipende ormai esclusivamente dal petrolio e dal gas, e il calo dei prezzi l’ha profondamente danneggiata, al punto che la capitalizzazione sul mercato di Gazprom è scesa dai 368 miliardi del 2008 ai 52 di oggi. Il consenso politico è molto fragile, e per conservarlo Putin ha puntato su due cose: repressione dell’opposizione, e favoreggiamento della classe corrotta di oligarchi che lo aiutano a restare al potere. Ha creato una «democrazia Potemkin, in cui la forma democratica maschera il contenuto autoritario».
Questa strategia di sopravvivenza ha un importante aspetto internazionale, per almeno tre ragioni: difendersi dall’America, impedire ai Paesi vicini di passare nell’altro campo, e destabilizzare le democrazie occidentali. Biden scrive che gli Stati Uniti non hanno mai cercato di rovesciare Putin, ma lui si è convinto che hanno fomentato le rivolte in Serbia, Georgia, Ucraina, Kirgyzistan, mondo arabo, e le proteste scoppiate tra il 2011 e 2012 in varie città russe. Quindi considera Washington il suo nemico principale, e per difendersi ha orchestrato la campagna di disinformazione finalizzata a influenzare le presidenziali del 2016. Nello stesso tempo non può permettersi che i Paesi vicini, quelli nella sfera considerata di «interesse privilegiato russo», passino dalla parte occidentale, perché darebbero un esempio negativo agli stessi cittadini russi desiderosi di democrazia, libertà e sviluppo. Così si spiegano i vari interventi diretti, tipo Montenegro, Georgia, Ucraina, Moldova, dove ha usato i tentativi di colpo di stato o la forza militare. 
Oltre alla difesa della Russia e dei territori vicini, la strategia di Putin comprende anche l’attacco dell’Occidente, per destabilizzarlo dall’interno e renderlo meno capace di contrastare Mosca. In questo quadro si inseriscono le iniziative lanciate per interferire con le elezioni. In Francia l’offensiva è fallita, ma «la Russia non si è arresa, e ha compiuto passi simili per influenzare le campagne politiche in vari Paesi europei, inclusi i referendum in Olanda (sull’integrazione dell’Ucraina in Europa), Italia (sulle riforme istituzionali), e in Spagna (sulla secessione della Catalogna)». Quindi Biden denuncia gli aiuti del Cremlino alla destra estrema in Germania, e aggiunge: «Un simile sforzo russo è in corso per sostenere il movimento nazionalista della Lega Nord e quello populista dei Cinque Stelle in Italia, in vista delle prossime elezioni parlamentari». A questo proposito bisogna ricordare che l’ex vice presidente era alla Casa Bianca, quando nell’autunno del 2016 il dipartimento di Stato inviò una missione a Roma per informare l’ambasciata di Via Veneto sui sospetti di ingerenze del Cremlino, ed era con Obama quando poco dopo ricevette l’allora premier Renzi a Washington.
Biden cita l’Internet Research Agency di San Pietroburgo come uno degli strumenti usati per diffondere ovunque le fake news, e denuncia anche l’uso della corruzione. Ad esempio nel gennaio scorso le autorità di New York hanno accusato la Deutsche Bank di aver riciclato 10 miliardi di dollari dalla Russia, e pochi giorni fa il procuratore Mueller ha chiesto alla banca tedesca di fornire informazioni sui conti che hanno presso di lei Trump e i suoi familiari. L’ex manager della campagna presidenziale, Manafort, è stato incriminato proprio per riciclaggio.
Biden non discute i motivi che potrebbero aver spinto l’attuale capo della Casa Bianca a essere disponibile verso il Cremlino, ma avverte che se lui non difenderà gli Usa e l’interno Occidente da questa offensiva, il Congresso, i privati e gli alleati dovranno farlo al suo posto, per salvare la democrazia liberale. 
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paolo mastrolilli


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sabato 7 settembre 2013

Gramellini: "La Patria è mobile"

LA STAMPA

Prima Pagina

La Patria è mobile

Quando al G20 sulla Siria hanno fatto la conta delle nazioni schierate con Obama e di quelle che concordavano con la posizione opposta sostenuta da Putin, un solo Paese si è ritrovato inserito in entrambi gli elenchi. Inutile scriverne il nome. Lo conoscete dai tempi della scuola, dai libri di storia dove leggevate di questo popolo di mercanti e mediatori apparentemente astutissimi che non aveva mai finito una guerra, un conflitto, un litigio per il parcheggio dalla stessa parte in cui lo aveva iniziato. La terza guerra di indipendenza, per dirne una, fu un tripudio di equilibrismi e giravolte come non se ne vedono neanche al Cirque du Soleil. Alla fine, pur perdendo tutte le battaglie, riuscimmo nell’impresa di riportare a casa il Veneto. L’imperatore francese Napoleone III commentò sprezzante: «Ah, gli italiani, ancora una sconfitta e mi avrebbero chiesto Parigi!» Dopo Caporetto e la «vittoria mutilata» che ne seguì, saltò su un dittatore smanioso di trasformarci in antichi romani. Ci trascinò in una catastrofe e non trasformò un bel nulla. La mattina di settant’anni fa, il re che da poco lo aveva fatto arrestare ricevette l’ambasciatore nazista per rassicurarlo sulla fedeltà all’alleanza con la Germania: il giorno seguente sarebbe stato l’Otto Settembre.

Considerati i precedenti, la partita doppia sulla Siria rappresenta una bazzecola. Siamo d’accordo con Obama nel ritenere Assad un criminale di guerra e siamo d’accordo con Putin nel non volerlo bombardare. È così complicato? A me sembra di una chiarezza cristallina. Ma non faccio testo: sono un italiano.

Massimo Gramellini



martedì 13 agosto 2013

Il gas azero non chiede permesso a Putin...(che rilancia)

LA STAMPA

Economia

Metano all’Europa, Putin rilancia la sfida

La Russia vuole aumentare l’export contro il Tap

L’aereo che ieri mattina riportava a casa da Baku il premier Enrico Letta era appena decollato, e già nella capitale azera ci si preparava ad accogliere un nuovo ospite importante. Via le bandiere italiane lungo l’autostrada per l’aeroporto ed ecco comparire quelle russe: a distanza di 24 ore da Letta, in Azerbaigian arriva oggi Vladimir Putin. Accompagnato da alcune navi da guerra dalla flotta russa sul Caspio (in assetto da cerimonia), da mezzo governo e dai vertici dei colossi dell’energia di Mosca. Baku diventa così nel giro di due giorni una sintesi della complessa mappa dell’energia in Europa. Le strette di mano domenicali tra Letta e il presidente azero Ilham Alyev hanno sancito l’accordo sulla Tap (Trans Adriatic Pipeline), il «tubo» che porterà il gas del Caspio in Italia evitando la Russia, come l’Unione Europea e gli Usa auspicano da tempo. Ma Putin arriva subito a Baku in scia al premier italiano, come a voler ricordare chi è il vero protagonista della partita.

Miliardi e geopolitica. Alta ingegneria e strategie energetiche. L’Italia adesso ha un ruolo chiave e delicato. Si è appena aggiudicata la possibilità di essere il primo approdo in Europa per gas dell’Est non russo. Ma nello stesso tempo è coinvolta con l’Eni in South Stream, il più ambizioso progetto di Mosca per rafforzare la fornitura russa all’Europa centro-meridionale.

«La nostra posizione su South Stream non cambia ora che abbiamo ottenuto la Tap», sostengono i collaboratori di Letta a Palazzo Chigi, garantendo che l’Italia continuerà a fare la propria parte. Resta da vedere se il governo attuale spingerà per il gasdotto russo con lo stesso entusiasmo che Berlusconi riservava al progetto dell’«amico Putin».

Il tema della diversificazione delle fonti energetiche sarà certamente sul tavolo nel caso Letta ottenga presto, come si vocifera, la possibilità di incontrare Barack Obama alla Casa Bianca. E le preoccupazioni americane per la dipendenza dell’Europa dal gas russo sono ben note. «La Russia resterà il fornitore primario di energia all’Europa, incluso il gas naturale, per molti anni anni e forse decenni», afferma una recente analisi del Congresso americano. Gli Usa avrebbero preferito per questo che il contratto per il gas azero andasse al consorzio Nabucco, che lo avrebbe distribuito a vari Paesi del centro Europa quasi totalmente dipendenti dalla Russia. Ma ora hanno dato appoggio aperto al Tap, dichiarando «strategico» anche per gli interessi americani ogni progetto che diminuisca il peso di Mosca nelle scelte energetiche europee.

Ma Putin sembra intenzionato non solo a difendere, ma a incrementare l’attuale fornitura di 150 miliardi di metri cubi annui di gas ai Paesi Ue (che hanno un fabbisogno complessivo attuale di 485 miliardi). South Stream procede a grandi passi verso il Corridoio Sud europeo e Mosca non pare temere molto la concorrenza del gas azero: «Quello che hanno a disposizione può servire al massimo a tenere acceso un barbecue», ha ironizzato sul Financial Times un manager del colosso russo Gazprom.

Battute a parte, South Stream punta a contrastare i rivali del Caspio rifornendo l’Europa meridionale con un gasdotto che passi sotto il Mar Nero sbucando in Bulgaria, per puntare da qui verso l’Europa centrale. A giugno, i vertici di South Stream e l’amministratore delegato dell’Eni, Paolo Scaroni, hanno deciso di far partire a metà del 2014 la costruzione del gasdotto sottomarino nel Mar Nero e la Bulgaria è già al lavoro per accogliere il «tubo».

Si tratterà quindi di un secondo braccio russo insieme al North Stream, che dal Baltico punta in Germania tagliando fuori gli ucraini, protagonisti di varie guerre del gas con i russi. Una sorta di tenaglia che inquieta e non piace in vari Paesi ex sovietici dell’Est Europa.

Primo tra tutti la Polonia, dove il ministro degli Esteri Radoslaw Sikorski ha paragonato l’accordo tra Russia e Germania per il Nord Stream al patto Molotov-Ribbentrop, che portò alla spartizione del territorio polacco ai tempi della Seconda guerra mondiale.

marco bardazzi


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