ebook di Fulvio Romano

Visualizzazione post con etichetta Mattia Feltri. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Mattia Feltri. Mostra tutti i post

giovedì 9 marzo 2017

Il pianeta dei matti

LA STAMPA

Prima Pagina

Il pianeta dei matti

Notizie dal pianeta dei matti. Luigi Di Maio ha detto che il Pd ha fatto danni come una guerra mondiale, e al tramonto dell’impero i cortigiani arraffano quello che possono. Michele Emiliano, candidato alla guida del Pd, ha detto che non farebbe mai alleanza con Forza Italia ma coi Cinque stelle sì, forse sui presupposti offerti da Di Maio. Miguel Gotor, senatore uscito dal Pd, ha detto che Luca Lotti dovrebbe dimettersi per coerenza, come furono fatti dimettere Josefa Idem, Maurizio Lupi e Federica Guidi. Il ministro Maria Elena Boschi, che invece non fu costretta alle dimissioni, sebbene molti gliele chiedessero per l’inchiesta sul padre in Banca Etruria, ha annunciato che il padre è stato prosciolto. L’ex direttore del Quotidiano della Calabria è invece stato condannato perché il giornale definì d’assalto il pm John Henry Woodcock a proposito dell’indagine su Tempa Rossa, per cui si era dimesso il ministro Guidi e poi finita in nulla; la Cassazione ha stabilito che è diffamatorio definire d’assalto Woodcock perché ne vulnera gratuitamente la dignità, e però è legittimo sottolineare la negligenza in diritto amministrativo e civile del medesimo Woodcock. Che ora è tornato in prima pagina per l’inchiesta Consip e le sue spettacolari fughe di notizie, spettacolari come quella su Antonino Ingroia, ex pm antimafia che deve rispondere di spese allegre da manager della Regione Sicilia. «Qualcuno ha dato la notizia in pasto alla stampa», ha detto Ingroia, che per la stampa del pianeta dei matti fu boccone prelibato. 

Mattia Feltri

mercoledì 1 febbraio 2017

Hasta la sconficta

LA STAMPA

Prima Pagina

Hasta la sconficta

Gianni Cuperlo (è vero, non bisognerebbe mai cominciare una rubrica con la parola Cuperlo, scoraggia la lettura, ma Cuperlo è simpatico e intelligente, fidatevi), insomma Gianni Cuperlo ha detto che Benoît Hamon, vincitore delle primarie socialiste in Francia, è «un ammonimento per il Pd», e anche per «una sinistra che ha detto troppi sì alle ricette dei nostri avversari». Un po’ come Walter Veltroni («Con José Luis Zapatero il pendolo della storia sta tornando a oscillare verso la nostra direzione») poco prima che l’esercito di Zapatero sparasse sui clandestini; e un po’ come Massimo D’Alema («Caro Blair, la tua straordinaria vittoria premia quella sinistra che ha avuto il coraggio di rinnovarsi») poco prima che Blair facesse la guerra a fianco di George W. Bush; e un po’ come Bersani («La vittoria di François Hollande può essere un passo determinante per invertire il ciclo disastroso della destra»), poco prima che Hollande andasse nei consensi sotto Marine Le Pen; e un po’ come Stefano Fassina («Renzi dovrebbe imparare dal discorso di verità che Syriza e Tsipras fanno»), due ore prima che Tsipras si consegnasse alla Trojka; e un po’ come D’Alema, di nuovo lui («la vittoria di Barack Obama è la sconfitta della cultura di Silvio Berlusconi»), molto prima che Obama, sconfitta la cultura di Berlusconi, vedesse sorgere la cultura di Donald Trump. Ecco, siamo proprio curiosi di vedere quale carognata combinerà adesso Hamon alla sinistra italiana. 

BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI

Mattia Feltri


Level Triple-A conformance icon, W3C-WAI Web Content Accessibility Guidelines 1.0           Copyright 2017 La Stampa           Bobby WorldWide Approved AAA

sabato 14 giugno 2014

Da Craxi a Renzi le manie di grandezza (che portano male)

LA STAMPA

Italia

Dai palchi di Craxi al nuovo Pd

La sindrome Torre di Babilonia

che esalta le manie di grandezza

La grandeur può essere una percentuale: il 40,8% sarà trionfalmente esteso, sullo sfondo del palco all’Ergife, a dare la dimensione della potenza e dell’enfasi piddina ai tempi di Matteo Renzi. Il riflesso classico ci ha imposto il ricordo di Bettino Craxi e dei suoi congressi anni Ottanta affidati all’architetto Filippo Panseca, con la gradinata ottagonale e il palco montato su gradoni a specchio e incorniciati dal neon (Verona 1983), con il tempio greco (Rimini 1987), con gli stracitati maxischermi sulle facce di una piramide (Milano 1991), col fondale a restituire il Muro di Berlino appena caduto (Bari 1991). La sindrome della Torre di Babilonia, che doveva toccare il cielo a maggior gloria degli uomini, non ha ancora trovato cura: da Craxi in poi e soprattutto nella Seconda repubblica, i partiti hanno curato minuziosamente l’allestimento della vanagloria. Craxi ebbe una grandezza, ma Pierferdinando Casini autocelebrò la propria - già più discussa - con un palco immodestamente lungo sessantacinque metri (Roma 2007), con imponenti rampe laterali e un fondale di 300 metri quadrati (un attico) a suggerire che «l’alternativa c’è, costruiamola al centro» - e guardiamola nei sei schermi al plasma da 42 pollici disseminati in sala.

Siccome è sempre complicato stupire coi fatti e le idee, ci si prova con la scenografia, e da Panseca in poi è stato un lavoro per archistar. Lo studio di Vittorio Gregotti (Roma 1997) restituì il rosso al Pds - che ingegno! - dopo l’azzurrino berlusconiano di due anni prima, ma soprattutto un podio centrale e circolare, con cinque gradini a sfumare verso il bianco e il rosso per un’aspirazione patriottica; «il futuro entra in noi molto prima che accada», diceva lo slogan preso da Rainer Maria Rilke. Massimiliano Fuksas offrì la sua arte a Fausto Bertinotti (congresso di Rifondazione comunista, Rimini 2002) e ne cavò un’ambientazione minimalista con l’eccezione tel tavolo di presidenza, lungo 44 metri a testimoniare che nel luogo della riflessione politica c’è una sedia per tutti, e di due maxischermi da 250 metri quadrati l’uno. Mario Catalano studiò l’atmosfera del congresso costitutivo del Popolo della libertà (Roma 2009), e dunque un ampio palco bianco su cui fu montato un ponte con lo scopo di simboleggiare il passaggio dal vecchio al nuovo. Come in una gara di virilità, Catalano volle maxischermi imparagonabili a quelli dei concorrenti: due laterali, da quattrocento metri quadrati l’uno, su cui scorrevano le immagini - poi riproposte ferocemente a ogni evento successivo - della compiaciuta storia berlusconiana.

A sinistra si viene da qualche anno di sobrietà, o di depressione, proporzionata ai risultati elettorali. Forse l’ultimo sussulto di orgoglio estetico si era avuto al Lingotto (2007) per il lancio della leadership di Walter Veltroni, che volle uno sfondo dorato, il rosso soltanto per il kennediano «I care», il motto stampato in bianco a ricordare che «è il tempo della sinistra nuova». E in fondo il meno megalomane di tutti è stato proprio Silvio Berlusconi, forse perché di congressi non ne ha quasi fatti, giusto qualche convention per l’acclamazione, e la costante implacabile dello sfondo celeste macchiato al massimo da un paio di soffici nuvolette bianche. Uno stile quasi new age sottolineato (Milano 1998) dall’arpista svizzero Andreas Wollenveider.

Tutte manie di grandezza che non hanno portato bene ai nostri campioni recenti, e auguriamo a Renzi che gli vada meglio. In fondo nemmeno la ostentata modestia si è tramutata in un’assicurazione di sopravvivenza: nel 1997, a Milano, la Lega mise in piedi un palco che doveva sembrare una piazza e, siccome era dicembre, il Centro di Milanofiori fu tappezzato dalle foto di un Babbo Natale (il consigliere comunale milanese Guido Tronconi) che distribuiva caramelle ai bambini: argomento politico di rivedibile presa.

mattia feltri


Level Triple-A conformance icon, W3C-WAI Web Content Accessibility Guidelines 1.0           Copyright 2014 La Stampa           Bobby WorldWide Approved AAA

venerdì 13 giugno 2014

Il "Novismo" italiano cancella secoli di cultura politica. Una generazione per cui l'incompetenza è un valore



LA STAMPA

Italia

“Le epurazioni? Sono logiche da clan

Cancellano secoli di cultura politica”

Storici e politologi: “Per le nuove leve l’incompetenza è un valore”

Silvio Berlusconi aveva affrontato il problema con la classica schiettezza: «Che votino soltanto i capigruppo». Si sarebbero accelerate le procedure d’aula e «chi non è d’accordo potrà votare contro o astenersi». Questa complicazione della libertà di mandato (presente in qualsiasi costituzione occidentale, per cui il parlamentare rappresenta la nazione e non il partito, ed è libero di votare come crede) è stata poi risolta da Beppe Grillo, secondo il quale deputati e senatori dovrebbero votare secondo i desideri degli elettori, da verificare di volta in volta con consultazioni on line. «Fare come dicono duecento persone in rete?», si chiede oggi il costituzionalista Augusto Barbera. Il quale, però, non fa rientrare la vicenda del senatore Corradino Mineo nell’ambito proposto in apertura di articolo: «La libertà di mandato è sacra e inviolabile, ma si esprime in aula. Non nelle commissioni, dove deputati e senatori siedono perché designati dai gruppi parlamentari». Tanto è vero, aggiunge Barbera, che l’articolo 31 del regolamento del Senato prevede che «ciascun gruppo può, per un determinato disegno di legge o per una singola seduta, sostituire i propri rappresentanti in una commissione».

Accertata la costituzionalità della manovra d’espulsione di Mineo - ma anche una sua palese muscolarità - rimane l’impressione che le truppe del nuovismo italiano, da qualche tempo a questa parte, abbiano dimenticato e forse cancellato almeno un paio di secoli di cultura politica. «E non da ieri: direi da un ventennio, da quando sono nati i partiti della cosiddetta Seconda repubblica, che però stentano a prendere forma. Il Pd, per esempio, è un aggregato di tre o quattro partiti diversi», dice lo storico Luciano Canfora. Che aggiunge: «Ci sono giovanotti fastidiosi, diciamo così, che hanno preso a calpestare le regole perché fa comodo così». Il vincolo di mandato è spesso un’ipotesi, si contesta la segretezza del voto in aula, si impedisce con la tagliola (per la prima volta nella storia della Camera) l’ostruzionismo alle opposizioni. Canfora spiega che «non esiste più una scuola di partito». «E nemmeno un cursus secondo il quale si cominciava dai consigli comunali, per poi lentamente salire, e nel frattempo apprendere i grandi principi della democrazia occidentale», dice Augusto Barbera.

Il politologo Giorgio Galli ci ha appena scritto sopra un libro (Storia d’Italia tra imprevisto e previsioni, edizioni Mimesis) e a noi spiega che «la nuova classe politica sembra trascurare secoli di cultura politica e giuridica. È un processo che è cominciato negli anni Settanta e che sta arrivando a compimento, e coincide con la sostituzione di un’alta borghesia imprenditoriale con un’alta borghesia finanziaria, cioè speculativa e improduttiva. E anche con la nascita di un’alta borghesia burocratica. In poche parole, in Italia si sono imposti nuovi ceti sociali con una loro cultura e una loro morale». Galli parla del familismo amorale, concetto sociologico anglosassone, per cui si persegue solo il bene del proprio clan e le regole valgono solo all’interno del clan medesimo. Le norme che si credevano sacre e inviolabili non solo non valgono più, ma nessuno le conosce. «L’incompetenza è diventata un valore, una precondizione», ricorda Canfora pensando soprattutto ai cinque stelle. Essere incompetenti significa non essere inquinati dalla polvere dei secoli. «Oltretutto la poca preparazione suscita arroganza, specialmente se associata all’esercizio di un piccolo potere», aggiunge Canfora. E Galli conclude: «Nessuna conquista è per sempre. La nostra democrazia, per esempio, è stata un conquista faticosa e sanguinosa. Non voglio dire che Renzi la stia mettendo in pericolo, ma quando sostiene che col suo 41 per cento farà le riforme che riterrà di fare, bè, significa che qualcosa ci sta sfuggendo di mano».

Mattia Feltri


Level Triple-A conformance icon, W3C-WAI Web Content Accessibility Guidelines 1.0           Copyright 2014 La Stampa           Bobby WorldWide Approved AAA