sabato 8 aprile 2017

se L’america torna protagonista

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se L’america

torna

protagonista

Con il lancio di 59 missili cruise contro la base siriana di Shayrat, Trump ha punito il regime di Assad per l’uso dei gas contro i civili, dimostrando la volontà di far tornare l’America protagonista in Medio Oriente ostacolando i piani della Russia di Putin. Il declino dell’influenza Usa nella regione è iniziato nel novembre 2013 quando Obama ammonì Assad a non superare la «linea rossa» dell’uso dei gas contro i suoi cittadini minacciando un intervento militare che poi però non avvenne.

A dispetto di molteplici attacchi con i gas da parte del regime di Damasco. Con quella marcia indietro Obama indebolì la credibilità americana, minando ciò che più conta in Medio Oriente: la capacità di proiettare deterrenza. E generando un vuoto di potere nel quale, due anni dopo, la Russia si è inserita intervenendo proprio in Siria per consentire ad Assad di restare al potere e costruire attorno a tale successo strategico un nuovo equilibrio regionale con Mosca protagonista. Al disegno di Putin manca poco perché Assad ha quasi terminato la riconquista della Siria Occidentale - sua roccaforte - con l’eccezione però della provincia di Idlib, roccaforte dei ribelli islamici sostenuti dai Paesi sunniti. E’ nell’assalto a Idlib che gli aerei di Assad hanno usato il gas sarin commettendo l’errore che ha consentito a Trump di rimettere in gioco l’America riportando le lancette al 2013, ovvero usando la forza militare per far rispettare la «linea rossa» proclamata da Obama.

Basta guardare a cosa è avvenuto nelle ore seguenti per accorgersi dell’immediato impatto strategico. I Paesi mediorientali tradizionali alleati di Washington - Turchia, Arabia Saudita, Israele, Giordania, Egitto, Emirati del Golfo - hanno fatto quadrato attorno alla Casa Bianca come non avveniva dal 2011, anno d’inizio delle rivolte arabe, e ciò ha coinciso con il sostegno da parte di Londra, Berlino, Parigi e, pur con un linguaggio più prudente, Roma. Ovvero: se l’America torna a impegnarsi in Medio Oriente, la sua alleanza risorge nello spazio d’un mattino, riconoscersi nella capacità di Washington di proiettare stabilità e garantirla con la forza della maggior potenza militare del Pianeta. 

Ma il ritorno dell’America avviene al prezzo di una prova di forza con Mosca dalle imprevedibili conseguenze. Il Cremlino difende Assad a spada tratta, rafforza la presenza navale nel Mediterraneo orientale e minaccia contromosse sul fronte della sicurezza perché Putin non vuole rinunciare allo spazio strategico conquistato durante gli anni di Obama. La realtà tuttavia è che al suo fianco Putin si ritrova solo gli ayatollah di Teheran, gli Hezbollah libanesi e il regime di Assad: ovvero è praticamente nell’angolo, addio ambiziosi piani per basi ed affari da Suez al Golfo.

Inizia così la partita fra Trump e Putin sul riequilibrio di forze in Medio Oriente: entrambi hanno interesse a demolire il Califfato dello Stato Islamico ma, come avvenne nel cuore dell’Europa nel 1945, sono in gara per conquistare la capitale del nemico comune e assumere la leadership della ricostruzione regionale.

E’ una sfida che ha sullo fondo quanto matura nella West Wing della Casa Bianca: Trump riduce il ruolo dell’anima ideologica e populista del suo team, incarnata da Steve Bannon, e si affida ad una falange di pragmatici - il consigliere per la sicurezza H. R. McMaster, Jim Mattis al Pentagono, Rex Tillerson al Dipartimento di Stato e Steven Mnuchin al Tesoro - per rimettere l’America sui binari. E’ una direzione di marcia che spiazza tutti coloro che vedevano in Trump solo lo spregiudicato leader populista della campagna elettorale sottovalutandone il carattere da tycoon della Grande Mela: il risveglio per Putin è arrivato con un pioggia di cruise e il presidente cinese Xi Jinping lo ha vissuto in diretta nel resort di Mar-a-Lago in Florida mentre il Pentagono si affrettava a far sapere a Pyongyang e Teheran che le rispettive armi di distruzione di massa non erano più al sicuro di quelle di Assad. Resta da vedere se Trump riuscirà a trasformare questo blitz in una svolta strategica sufficientemente stabile e credibile da poter riportare l’America a guidare con fermezza l’alleanza di nazioni frettolosamente dismessa da Obama. In attesa di sapere se ciò avverrà, conviene riflettere sul suggerimento che Henry Kissinger suole ripetere ai visitatori d’Oltremare: «Mai prendere sotto gamba un Presidente degli Stati Uniti».

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Maurizio Molinari


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