sabato 30 dicembre 2017
mercoledì 27 dicembre 2017
La legislatura nel segno delle sorprese (Sorgi)
Cultura
La legislatura
nel segno
delle sorprese
Si chiude una legislatura tra le più complicate e imprevedibili della storia repubblicana. Complicata, come si sa, perché nata morta, con la cosiddetta «non vittoria» del Pd di Bersani e l’assenza di maggioranze precostituite al Senato; e imprevedibile, a parte la durata naturale di 5 anni su cui nessuno avrebbe scommesso nel 2013, perché ha messo a segno inaspettatamente una serie di riforme importanti (anche quelle bocciate nel referendum del 4 dicembre 2016), mai approvate tutte insieme nel corso di un solo mandato parlamentare.
Se solo si riflette sulle leggi realizzate nei mille giorni del governo Renzi, dal Jobs Act, alla scuola, alla legge elettorale (pur emendata chirurgicamente dalla Corte costituzionale), alle unioni civili, e ancora - va detto e ripetuto - alle riforme costituzionali, che avrebbero potuto essere migliori, e probabilmente non cadere sotto la mannaia delle urne referendarie, se a un certo punto del percorso non si fosse arrivati al muro contro muro tra Palazzo Chigi, indisponibile a riscrivere parte dei testi, e le opposizioni, decise a impedirne a qualsiasi costo il varo; e se si aggiungono i risultati del governo Gentiloni, dal salvataggio delle banche al biotestamento, è quasi impossibile rintracciare nel passato il precedente di una legislatura così prodiga di risultati. E i differenti punti di vista, le legittime contrapposizioni sui contenuti delle riforme, sia di quelle cancellate prima di entrare in vigore, sia delle altre sopravvissute, compreso il Rosatellum, la nuova e discussa (ma pur sempre preferibile al nulla determinatosi dopo l’affossamento dell’Italicum da parte della Consulta) legge elettorale che ci consentirà di tornare al voto nel prossimo marzo, non dovrebbero impedire a nessuno di constatare l’eccezionalità del lavoro di questo Parlamento. Un Parlamento, non va dimenticato, in cui anche le opposizioni, certo non tutte, non sempre e al di là dei normali interessi di propaganda, hanno saputo dar prova di responsabilità, e in molte circostanze, soprattutto al Senato, consentire il passaggio di provvedimenti altrimenti destinati al fallimento e di politiche azzardate ma indispensabili, vedi la soluzione trovata per il problema degli sbarchi fuori controllo degli immigrati, costruita dal ministro Minniti con paziente tessitura.
Come tutto ciò abbia potuto realizzarsi, non è semplice da spiegare. Le larghe intese e il «patto del Nazareno», pensati all’inizio per una situazione d’emergenza, si sono dissolte dopo pochi mesi. Il governo Letta ne ha fatto le spese; è stato sostituito in corsa da quello guidato dal leader del Pd e sostenuto da una più precaria maggioranza, da ricercarsi volta per volta a Palazzo Madama, a causa delle divisioni (poi sfociate in scissione) insorte nel frattempo all’interno del partito di Renzi. Il quale, a sua volta, ha dovuto mollare, dopo la cocente sconfitta nel referendum costituzionale. A quel punto, ancorché fosse necessario, se non altro per non gelare i primi refoli di una ripresa economica arrivata dopo otto lunghi anni di crisi, nessuno s’aspettava che le cose potessero continuare. Invece, dal cilindro di Renzi e con la benedizione di Mattarella, è uscito Gentiloni, una sorta di uomo del destino: da anni e anni non s’era più visto uno così capace di navigare nella tempesta, con le vele stracciate e il timone che fatica a rispondere.
Malgrado ciò si sbaglierebbe a dire che è stata tutta opera della Provvidenza, sebbene sicuramente ci abbia messo del suo. Si sa che gli italiani danno il meglio di loro nei momenti difficili: ed è accaduto pure in queste Camere formate per metà e più di deputati e senatori di prima nomina, senza o quasi esperienza. Lo avranno fatto, non è un mistero, anche per salvarsi il posto, che perderanno (e in molti, difficilmente riavranno) di qui a poco. Anche per questo è giusto tributare un minimo di onore al merito ai «morituri» dell’ultimo Parlamento della Seconda Repubblica.
Marcello Sorgi
giovedì 21 dicembre 2017
sabato 16 dicembre 2017
venerdì 15 dicembre 2017
Boschi: La difficile posizione del bersaglio ( Sorgi)
Cultura
La difficile
posizione
del bersaglio
Anche se i suoi accusatori si sono moltiplicati, dopo la deposizione del presidente uscente della Consob, Vegas, davanti alla commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche, nessuna delle accuse mosse al sottosegretario Maria Elena Boschi è tale da comportare una condanna capitale.
Il suo comportamento fu discutibile, certo, specie dopo che il padre era diventato vicepresidente di Banca Etruria. Ma è verosimile che di fronte a un tribunale potrebbe essere assolta.
Se invece è di nuovo finita alla sbarra, è perché Vegas ha raccontato che due o tre volte, una delle quali su sua richiesta, Boschi andò a trovarlo per esprimere timori su Banca Etruria. Si preoccupava della possibile fusione con la Popolare di Vicenza, un altro istituto di credito semifallito.
Voleva metterlo a parte del fatto che il papà, entrato nel consiglio di amministrazione di Etruria a maggio 2014, tre mesi dopo l’approdo della figlia al governo, stava per diventarne vicepresidente. Si rividero a Roma al ministero dei Rapporti con il Parlamento. Ma mai il capo della Consob si sentì pressato: Boschi, a suo giudizio, parlava come parlamentare formalmente interessata a una banca del suo collegio elettorale.
Può darsi che tra qualche giorno, quando sarà ascoltato dalla commissione, anche l’ex amministratore delegato di Unicredit Ghizzoni confermi quanto ha scritto nel suo libro Ferruccio de Bortoli sulle pressioni che il banchiere dovette subire per valutare un’eventuale fusione di Etruria con la stessa Unicredit. E che questo vada a rafforzare la principale accusa rivolta alla Boschi: di aver mentito al Parlamento il 18 dicembre 2015, quando fu chiamata a difendersi dalla mozione di sfiducia presentata contro di lei dal Movimento 5 Stelle. In quell’occasione la ministra e attuale sottosegretaria alla presidenza del consiglio negò - come ha fatto anche ieri sera in tv - di essere responsabile di favoritismi verso suoi familiari, di aver costruito per loro o per la banca corsie preferenziali, o di aver ricavato vantaggi personali dalla vicenda (visto che tra l’altro, come azionista di Etruria, aveva pure perso soldi nel crac dell’istituto). Non disse però di non essersi mai occupata della crisi di Etruria, come ieri Vegas ha confermato. E a parte la mediocre battaglia apertasi tra il Pd e gli accusatori della Boschi sul resoconto stenografico del suo intervento di due anni fa, effettivamente non c’è alcuna contraddizione tra quel che spiegò allora e ciò che adesso viene alla luce.
La domanda da farsi, piuttosto, è un’altra, anche senza scendere nei complicati dettagli della storia: se la Boschi, che dopo Renzi era la personalità più forte del governo, tale da essere considerata una sorta di vicepresidente del Consiglio, avesse veramente adoperato il suo potere per imprimere una conclusione diversa al groviglio di Banca Etruria, come mai non sarebbe riuscita a ottenere alcun risultato? A conti fatti, Etruria non fu acquisita da Unicredit, che accantonò il dossier sulla fusione; venne commissariata e poi sostanzialmente dichiarata fallita dalla Banca d’Italia; e poco dopo il governo, con il decreto salvabanche, dovette prenderne atto. Il padre della Boschi, come tutti i membri del CdA, fu licenziato, multato per 144.000 euro e poi anche inquisito per le false comunicazioni contenute nei prospetti dei titoli venduti ai poveri risparmiatori truffati. Se le pretese pressioni della Boschi sortirono questi effetti, vuol dire che, o non era potente come sembrava, oppure non volle, o non seppe, adoperare veramente il suo potere.
Ma l’aspetto più paradossale della vicenda è che, pur avendo evitato la giustizia penale, in genere assai sollecita ad aprire fascicoli contro i politici, la Boschi è finita al centro della confusa inquisizione parlamentare in corso da settimane a Palazzo San Macuto. In verità, dal primo giorno in cui la commissione s’è insediata, e malgrado le cautele del presidente Casini, s’era capito che tutti gli avversari di Renzi puntassero a mettere in mezzo la sottosegretaria su Etruria. Al punto che veniva da chiedersi come mai, sempre Renzi, avesse insistito tanto per ottenere l’inchiesta, illudendosi di usarla contro Banca d’Italia, e trascurando che la sua ministra ne sarebbe diventata il principale obiettivo.
Tal che ora c’è chi chiede, non solo che la Boschi si dimetta dal governo, ma addirittura che non venga ricandidata dal Pd. Forse è troppo. Dato che non deve rispondere di alcun reato, Boschi ha diritto di rimettersi in lista, e affidare agli elettori il giudizio politico su di sé. È strano, tuttavia, che non si renda conto che in politica è sempre scomodo diventare un bersaglio. E potrebbe difendersi molto meglio rinunciando ai suoi incarichi, invece di aggrapparcisi.
Marcello Sorgi
mercoledì 13 dicembre 2017
martedì 12 dicembre 2017
La resistenza di un Andreotti versione 2.0
Cultura
La resistenza
di un Andreotti
versione 2.0
A un anno dal suo insediamento a Palazzo Chigi, Paolo Gentiloni è in cima a tutte le classifiche di fiducia, gradimento, popolarità. È stato una scoperta (anche se aveva già una lunga carriera alle spalle), ed è certamente merito di Renzi averlo rilanciato, prima come ministro degli Esteri al momento della grave recrudescenza del terrorismo islamico, poi come presidente del Consiglio dopo la peggiore sconfitta - quella al referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 - che il Pd e il centrosinistra abbiano mai subito negli ultimi anni. Sembrava impossibile risalire la china: eppure Gentiloni ce l’ha fatta, ha raccolto i frutti della ripresa economica, debole ma significativa dopo otto anni di crisi, senza mai vantarsene troppo, quasi lasciando intendere (anche se non è vero) che il merito fosse di altri.
Ha materialmente salvato le banche, convincendo l’Europa che era suo diritto farlo con soldi pubblici, e lo ha fatto senza litigare con la Banca d’Italia. Ha gestito crisi complicate, come quella dell’Ilva, e non solo, smorzando le tensioni, alla sua maniera, e tenendo duro quand’era necessario.
La simpatia con cui l’opinione pubblica ha accompagnato il suo governo è rimasta per certi versi inspiegabile: perché sarebbe stata più logica a inizio di legislatura, quando gli elettori, anche quelli pigri che non vanno più a votare, sono ben disposti e sperano in un cambiamento che il più delle volte non arriva (o se arriva, com’è accaduto con Renzi, solleva tali e tante di quelle reazioni ostili da spaventarli). Mentre al momento di tirare le somme, e dopo un fallimento come quello delle riforme costituzionali, si poteva scommettere più sul fatto che Gentiloni sarebbe andato in giro a schivare i pomodori e le proteste della gente avvelenata dalla delusione, che non sul successo che alla fine gli è venuto incontro, al punto da motivare un’evidente gelosia anche in chi, come il suo predecessore, l’aveva voluto a quel posto.
In quest’anno appena trascorso, Renzi in effetti lo ha più contrastato che aiutato, sebbene non gli abbia mai fatto mancare l’appoggio dei gruppi parlamentari del Pd. E potrebbe rovinarlo se, come sembra, si mettesse davvero in testa di usarlo al suo fianco in campagna elettorale. Lo ha costretto a mettere la fiducia su una legge elettorale di cui tra l’altro ha cominciato a pentirsi, nel dubbio che alla fine risulti più favorevole al centrodestra, anche se Gentiloni, nel suo primo discorso di fronte al Parlamento, aveva promesso che il governo se ne sarebbe tenuto distante. Lo ha pressato a non rinnovare il mandato al governatore Visco, che un giorno sì e l’altro pure la delegazione renziana nella commissione parlamentare d’inchiesta prende di mira, nel tentativo - impossibile - di trasformarlo nell’unico colpevole delle truffe ai danni dei risparmiatori. E Gentiloni per tutta risposta, d’intesa con Mattarella, ha confermato Visco nel suo incarico.
Tra gli addetti ai lavori capita sovente di domandarsi: come ha fatto a sopravvivere a un anno così terribile, di che pasta è fatto, ma se era tanto debole da farsi venire un mezzo infarto, quando ha cominciato, com’è riuscito a riprendersi e a diventare così forte? Se lo chiedono vecchi e nuovi frequentatori del Palazzo e sono in tanti a non sapersi dare una spiegazione. Eppure, la risposta a tutte queste domande è una sola: Gentiloni ha vinto la sua sfida perché è un Andreotti 2.0, una versione aggiornata, un formidabile anticipatore della stagione del ritorno al passato che sta per cominciare. Del Divo Giulio, che prima o poi finirà per essere rivalutato, ha la stessa passione per i dettagli, una certa secchioneria, la capacità di sminuzzare i problemi in pezzetti piccoli o addirittura infinitesimali, di ricevere un prefetto mentre aspetta una telefonata dalla Merkel, da Macron o da Trump, di ascoltare anche l’ultimo funzionario, anche l’ultimo commesso di Palazzo Chigi, dando l’impressione di saper valutare un suggerimento inutile. L’arte di governare l’Italia è anche questa. Soprattutto, verrebbe quasi da dire. E chissà che a Gentiloni non tocchi di doverlo fare ancora a lungo, perfino contro i suoi desideri.
Marcello Sorgi
lunedì 11 dicembre 2017
Il Tempo della Settimana
Cuneo
Termometro
ancora in giù, neve, pioggia
e ghiaccio
l
a nevicata di Santa Bibiana (sabato scorso) era dunque, secondo tradizione, l’anticipazione di un periodo invernale segnato dal freddo e, a tratti, da un intenso maltempo. Alle temperature gelide che hanno segnato la scorsa settimana, moderate poi da qualche timido aumento, si è aggiunto da ieri un flusso gelido artico che ha fatto di nuovo precipitare i termometri e che ha riportato o sta riportando, prima nel settentrione e poi nelle province meridionali del Nord Ovest, nevicate seguite da piogge intense.
La quota neve, inizialmente bassa, a livello di pianura, si rialzerà nella giornata odierna fino a 1500 mt e forse oltre trasformando i fiocchi in rovesci locali. Una pioggia battente, che si potrebbe anche congelare – per i fenomeni di «inversione termica» - appena toccato il suolo, specie sulle strade delle valli meridionali ai confini con la Liguria. Attenzione dunque alla guida.
Il flusso meridionale, innescato dal vortice artico e responsabile del maltempo odierno, sarà sostituito da domani dalla rimonta anticiclonica e quindi, tra giovedì e venerdì, dalla ripresa dell’Artico con temperature al ribasso e nuove deboli nevicate in quota e a tratti sui fondovalle. Torna il sereno, con freddo, soltanto domenica.
romano.fulvio@libero.it
Fulvio Romano
La Curia di Palermo “Nessuna paura, presto sarà normale vedere ovunque più minareti che campanili”
Italia
La Curia di Palermo
La Curia di Palermo
“Nessuna paura, presto sarà
normale vedere ovunque
più minareti che campanili”
Don Pietro Magro, direttore dell’Ufficio diocesano dell’ecumenismo e del dialogo interreligioso all’arcidiocesi di Palermo era presente nel giorno dell’inaugurazione della moschea nel capoluogo siciliano, un momento che non esita a definire «festoso». Per lui se la popolazione musulmana continuerà ad aumentare in Europa «sarà normale vedere più moschee che chiese, ma non per questo bisogna osteggiarne la costruzione», perché «è giusto che ogni comunità sia rispettata e abbia i propri luoghi di culto».
L’Europa vende la sua storia E le chiese diventano uffici, ristoranti, negozi e moschee
Italia
L’Europa vende la sua storia
E le chiese diventano uffici,
ristoranti, negozi e moschee
Dalla Sicilia alla Scandinavia: nel vecchio continente secolarizzato
centinaia di edifici sacri del cristianesimo cambiano destinazione
Dalla Sicilia alla Scandinavia: nel vecchio continente secolarizzato
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Tappeti al posto degli inginocchiatoi. L’arabo che riecheggia dove per secoli si è pregato in latino e italiano. E appesi al muro non più ritratti di santi ma orologi digitali che segnano l’ora e la posizione della Mecca. È questa la seconda vita della chiesa di San Paolino dei giardinieri, nel cuore della vecchia Palermo, a due passi dalla Cattedrale. La prima chiesa d’Italia trasformata in moschea, nel 1990, oggi non solo è il fulcro dell’Islam in Sicilia, ma anche un esempio per le nuove moschee che stanno sorgendo in tutta Europa al posto di chiese ormai vuote, sconsacrate, abbandonate.
In Gran Bretagna, Germania, Francia, Svezia, Belgio e Olanda sono sempre di più le comunità cristiane che preferiscono monetizzare cedendo a un’altra religione luoghi di culto resi dalla fuga di fedeli peggio che inutili, solo costosi. Perché tra il mantenere una chiesa dove nessuno mette più piede e vendere, la seconda opzione oggi almeno nel Nord Europa, sta diventando di gran lunga la preferita. Solo in Frisia, nel nord dell’Olanda, circa 250 delle 720 chiese hanno chiuso i battenti e sono diventate appartamenti, uffici, ristoranti o, in una manciata di casi, moschee. Nel Regno Unito, a Manchester, Bradford, Londra e in alcuni piccoli centri a rilevare le chiese sono state le comunità islamiche, in cerca di un posto per i propri fedeli. I prezzi, in un Paese che svende le case a una sterlina nelle aree più depresse, per quanto tenuti segreti pare siano stracciati. Nelle Midlands sono diverse le trattative in corso in città di medie dimensioni. D’altronde, molto prosaicamente, come spiega uno studioso del Corano di Marsiglia che preferisce restare anonimo, «anche per le religioni vale la legge del mercato, se la gente non entra più dal formaggiaio ma vuole mangiare pesce, il formaggiaio chiude e tra le stesse quattro mura apre un pescivendolo». Il pescivendolo che ha preso il posto del formaggiaio a Palermo è incastrato tra i tre mercati principali della città: Ballarò, il Capo e la Vucciria.
Ha all’ingresso un’insegna senza troppi fronzoli, con scritto in caratteri semplici “moschea” in italiano e in arabo. A dividerla dalla strada un lungo cancello nero e un minuscolo cortile cementato. Sulla destra all’ingresso, degli scaffali su cui lasciare le scarpe. Nell’angolo un enorme tendone verde fa da separé: è dove possono pregare le donne, rigorosamente tenute lontane dagli sguardi dei maschi. L’atmosfera è straniante, come conferma il fondatore dell’Ucoii (Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia) Hamza Piccardo: «D’altronde siamo in tutto e per tutto dentro a una chiesa barocca, per quanto modificata». Anche l’altare è sparito. Se si tralascia l’installazione-provocazione di Christophe Buechel, che nel 2015 trasformò una chiesa in moschea all’interno della Biennale di Venezia - scatenando un putiferio fatto di minacce, vigili urbani con i sigilli, spintoni, insulti e carte bollate arrivate sino al Tar - in Italia sono solo due a oggi le chiese trasformate ufficialmente in moschea, questa di Palermo e quella di Agrigento, inaugurata nel marzo del 2015 dove prima sorgeva una chiesa evangelica.
Daniel Abdin, direttore del centro islamico Al Nour di Amburgo ha vissuto in prima linea il travaglio dell’acquisizione, nel 2012, e poi della costruzione: «Ci hanno messo tutti i bastoni tra le ruote, associazioni cristiane, partiti politici, gente comune. La verità è che quella chiesa era chiusa da dieci anni, nessuno la frequentava. È diventato un bastione del cristianesimo solo dopo il nostro acquisto». Gli stessi meccanismi si stanno ripetendo in Belgio. E lo stesso discorso vale per Francia e Svezia: la moschea di Graulhet, aperta negli anni Ottanta e in grado di rendere più forte il tessuto sociale anziché sfibrarlo, e la supercolletta da tre milioni della chiesa di Nacka per costruire accanto all’edificio cristiano una moschea, sono due casi emblematici di convivenza pacifica. Ma non bastano a controbilanciare situazioni esplosive in luoghi ad alto tasso di rischio, come Malmoe. O Marsiglia, dove è nato un caso politico attorno alla sinagoga in centro città comprata e poi convertita in moschea. Si trova in rue Saint Dominique, a due passi dalla stazione di Saint-Charles, la più grande della città, a quattro dalla cartolina del Vieux Port. Il palazzo, anonimo, potrebbe essere qualsiasi cosa. A far intuire l’esistenza di una moschea è la scritta “associazione islamica al Badr”. Il giovedì non si vede nessuno ed è più animato il negozio dirimpetto che vende abiti islamici e fidget spinner, il gioco del momento. Ma il venerdì, giorno della preghiera islamica, è tutto un via vai di uomini e bambini vestiti a festa, in abiti bianchi elegantissimi. Tra i venti-trentenni la “divisa” è quella della squadra di calcio locale, l’Olympique Marsiglia. Il cancello aperto lascia intravedere i lavori in corso e un soffitto da cui pendono una serie di cavi che paiono infiniti. Ha aperto poco più di un anno fa ed è ancora un cantiere. Ma per ultracattolici ed ebrei intransigenti, la moschea di Al Badr è l’inizio di una colonizzazione, un’invasione.
Al Badr è anche il nome dell’associazione nata nel 2009 a Marsiglia per una serie di scopi nobili: organizzazione di viaggi nei luoghi sacri dell’Islam, corsi per analfabeti, attività sociali e ricreative. Ma chi non li vede di buon occhio punta il dito su un’altra loro attività molto meno reclamizzata: Al Badr raccoglie infatti fondi per comprare chiese e sinagoghe nel sud della Francia e allo stesso tempo allaccia contatti per trovare venditori. Finora la moschea di Rue Saint-Dominique è l’unico acquisto: lì c’era la sinagoga Or Torah. Ma il rabbino che l’ha venduta, per 400 mila euro, non si è pentito. Zvi Ammar, presidente del Concistoro israelita di Marsiglia, ricorda che ormai gli ebrei che vivevano nei pressi della sinagoga si sono tutti spostati in altri quartieri della città: «La sinagoga era vuota da anni e bisogna fare i conti con i cambiamenti sociali. Gli ebrei a Marsiglia sono circa 70 mila, i musulmani oltre 220 mila. Nel ghetto la sinagoga è sempre piena, qui non aveva più ragione d’essere. Siamo passati da cento persone a preghiera negli anni Settanta a meno di venti persone per lo Shabbat».
Gli uomini fuori dalla sinagoga diventata moschea non amano parlare degli scopi dell’associazione. A un primo approccio sono tutti affiliati, vicini all’imam. Ma appena il discorso vira sulle mire espansionistiche di Al Badr, nessuno sa nulla. Ahmed, con addosso la maglia dell’idolo del calcio locale André-Pierre Gignac, sogna «una moschea scintillante, costruita da zero, senza un passato ingombrante. Ma dalle mie parti si dice che quello che hai è spesso più di quel che meriti». L’amico Omar, algerino, giovane, sfrontato e in cerca di occupazione, sostiene Al Badr pur ripetendo più volte di non conoscerne bene i meccanismi: «I musulmani aumentano in Francia, è normale vedere aumentare il numero di moschee. E il problema a quanto ne so non sono preti e rabbini che non vogliono vendere, ma è la raccolta dei soldi. Non mi stupirei se nel giro di quattro cinque anni le chiese convertite in moschee diventassero cinque o dieci nella sola Costa Azzurra. Ma non è una guerra di posizione, è semplicemente il mondo che cambia». Intanto altre città di peso come Lille e Nantes si ritrovano con minareti laddove c’erano campanili. Berlino sta provando la via opposta con l’apertura della House of One, un luogo dove cristiani, musulmani ed ebrei possono pregare tutti sotto lo stesso tetto.
Un esperimento che Mustafà Abderrahmane, imam della moschea di Palermo, non vede di buon occhio: «Ogni religione deve avere i propri spazi, senza pestarsi i piedi, ma piuttosto cercando di aprirsi agli altri organizzando incontri nelle chiese e nelle moschee. Noi lo facciamo da anni, e funziona. Tutto sta nel creare un contesto positivo». La convivenza con i palermitani e la Chiesa locale è l’ultimo dei problemi per l’imam, «perché la Sicilia è un luogo di commistioni culturali, lo dice la sua storia». Nonostante sia testimone diretto di un’esperienza felice e fortunata, mette in guardia altri dal voler replicare in questo momento il modello Palermo: «Troppa gente che fa politica strumentalizzerebbe la costruzione di una moschea al posto di una chiesa. Tra la paura degli attentati, la disinformazione sulle attività dell’Islam in Europa non è saggio gettare benzina sul fuoco oggi». Paradossalmente l’imam anziché espandere il numero di moschee sarebbe per ridurle, almeno a Palermo: «Abbiamo undici centri di preghiera diversi in città, perché ognuno vuole dare voce alla sua fetta di Islam, ma credo che così sia dispersivo per i fedeli e un lavoraccio per la polizia che deve fare i controlli. Serve una maggior centralità». Nella sua moschea, quasi duecento persone si radunano per la preghiera del venerdì. Ma entrando il mercoledì pomeriggio sono solo in tre.
Mohammed, tunisino, non si fa problemi a interrompere la preghiera, spiegando che «la moschea di Palermo è un grande dono, un’opportunità per tutti i musulmani». Per lui il fatto che sorga su una chiesa «non è rilevante». «Oggi è un luogo dove noi ci riuniamo per pregare, ieri lo hanno fatto altri. Qui c’è abbastanza spazio per tutti».
In effetti a Palermo nessuno chiede di chiudere la moschea, o di riconsegnarla alla Chiesa. Giuseppe Vitale, che ormai ha più di 70 anni e si definisce un «cattolico praticante da generazioni», non bada nemmeno più alla moschea pur vivendoci a pochi minuti di cammino: «Fa parte del paesaggio, né più né meno di una chiesa, un albero, un bar o di un carretto che vende pane con la milza». Il cartello con la scritta moschea all’ingresso, annerito dallo smog, la aiuta a mimetizzarsi. Ammesso che serva. Sembra tutto semplice, a sentire l’imam e i palermitani del quartiere. Ma oggi in Italia, replicare il modello Palermo sembra davvero impossibile. Il 1990, anno dell’inaugurazione, pare lontanissimo, ben più dei 27 anni indicati dal calendario. Gli ultracattolici pronti alle barricate poi, se ci sono a Palermo non si espongono. Forse aspettano che spunti un Emil Cioran italiano a parlare per loro. In Francia, il filosofo esistenzialista romeno adottato dai parigini viene citato fino alla noia, ormai, ogni volta che inizia un dibattito interreligioso per una frase contenuta in un carteggio con lo studioso austriaco Wolfgang Kraus: «I francesi non si sveglieranno finché Notre-Dame non diventerà una moschea». Paradosso o profezia?
Roberto Scarcella


