ebook di Fulvio Romano

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martedì 15 luglio 2014

Nadine Gordimer, Mondovì e le Langhe.

LA STAMPA

Cultura

La figlia «piemontese»

“Stregata dalle Langhe

ne trasse un racconto”

La prima figlia di Nadine Gordimer si chiama Oriane, come l’eroina della Recherche di Proust. Ieri era a Johannesburg, al fianco della madre. Ma da tempo la sua esistenza è legata a Briaglia, paesino tra Mondovì e le Langhe dove fa l’insegnante di inglese.

Come Oriane sia arrivata dal Sudafrica fino a Briaglia, è una di quelle storie che, se non l’avesse vissuta in famiglia, la scrittrice l’avrebbe forse inserita in uno dei suoi libri. «E in parte l’ha anche fatto» ci ha svelato tempo fa Oriane. «Trent’anni fa, le raccontai di un contadino di queste parti che una volta la settimana si vestiva a festa per andare a incontrare la sua amante. Lei ha trasformato la storia in un racconto, ambientandolo a Mondovì».

Oriane è nata nel 1950, durante il primo matrimonio di Nadine Gordimer con Gerald Gavronsky. La situazione del Sudafrica, in quegli anni, era terribile. «C’erano discriminazioni e odio razziale ovunque. Mia madre aveva iniziato da poco il suo impegno contro l’apartheid, ma mi aveva iscritta in una scuola molto conservatrice». E mentre in casa si ospitavano amici neri e dissidenti violando le proibizioni, Oriane viveva una sorta di doppia identità: «In famiglia respiravo un’atmosfera di tolleranza e apertura culturale, ma non avevo neppure un’amica con cui condividere queste cose. Anzi, la maggior parte delle azioni iniziate da mia madre non le conoscevamo nemmeno, perché cercava di proteggerci».

A 18 anni, Nadine le disse: «Fai quello che vuoi, ma non sposare un razzista. Vai a conoscere il mondo, fuggi da questo povero Paese». «E così feci. Prima a Chicago, poi in Inghilterra e a Nizza, dove incontrai il mio futuro marito, per metà piemontese». Ed è così che è arrivata a Briaglia. La prima volta che la madre è venuta qui a trovarla era il 2003. «Le ho fatto conoscere le montagne e le Langhe, è rimasta affascinata dalla gente non ancora rovinata dalla modernità. Le avevo proposto di venire a stare un po’ da me, ma non sarebbe mai potuta andare via dal Sudafrica. La sua vita è stata il suo Paese, le sue ispirazioni sono inimmaginabili in un altro posto».

Roberto Fiori


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martedì 24 giugno 2014

Langhe o Langa?

LA STAMPA

Cultura

Si dice le Langhe

oppure la Langa?

Langhe o Langa nel patrimonio Unesco? A quale oracolo se non agli scrittori indigeni volgersi per sciogliere l’enigma? Il verso più famoso all’ombra delle colline è di Cesare Pavese in Lavorare stanca: «Le Langhe non si perdono». Ancorché la voce di Santo Stefano Belbo battezzi un racconto diFeria d’agosto «La Langa», seccamente, volendo indicare il suo villaggio, a rappresentare l’intera terra color del vino: «Non avete mai sentito nominare quei quattro tetti? Ebbene, io vengo di là».

Giovanni Arpino, la voce di Bra, del Roero, non transigeva: «Sono gli altri a chiamarle Langhe. Un langarolo vero dirà sempre e soltanto Langa, al singolare, perché ogni sua parte e ogni sua porzione hanno un nome proprio, ma la Madre Langa è una, e sempre lei». Beppe Fenoglio non è cosi rigoroso o forse è teologico, Madre Langa, ma una e trina e più: «Queste cominciano a essere le Langhe del mio cuore: quelle che da Ceva a Santo Stefano Belbo, tra il Tànaro e la Bòrmida, nascondono e nutrono cinquemila partigiani e gli offrono posti unici per battagliarci, chi ne ha voglia».

Bruno Quaranta