ebook di Fulvio Romano

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mercoledì 22 novembre 2017

Sulle tracce di De André nella città che era per lui una moglie

LA STAMPA

Cultura

Genova

Sulle tracce di De André nella città che era per lui
una moglie: un libro fotografico dove la sua immagine
non compare, ma si avverte l’eco della sua voce


Non è un libro su Fabrizio De André. E neppure un libro sulla Genova di De André. Gli autori tagliano corto e nell’incipit affermano, spiazzanti, che «questo è il primo libro fotografico su Fabrizio De André in cui non c’è una sola immagine di Fabrizio De André». Come per miracolo, però, ognuna delle fotografie, tutte scattate quasi vent’anni dopo la scomparsa del cantautore, è permeata dall’eco della sua voce e della sua musica e impregnata dei sapori e dei profumi della sua terra. Ne nasce un itinerario originale del capoluogo ligure, che non è più la città di Faber, ma potrebbe ancora esserlo. Una città in qualche modo come l’avrebbe vista Fabrizio che a Genova è nato e ha vissuto per oltre trent’anni. Anni fondamentali per la sua formazione di uomo e di artista: dall’asilo all’Università, i primi amici, quelli della vita, gli amori, la prima moglie, il primo figlio, le prime esibizioni in pubblico. Genova, sostengono Patrizia Traverso (foto) e Stefano Tettamanti (testi) nel bel libro edito da Rizzoli in arrivo in libreria, non è soltanto il luogo di nascita di De André, e neanche semplicemente il posto delle sue radici: è il suo luogo dell’anima, la sua città interiore. Ricco di curiosità, riflessioni e aneddoti, il volume è un susseguirsi di sorprese, a iniziare dal titolo: Genova è mia moglie. La città di Fabrizio De André. Citazione di una frase di Fabrizio - «A Genova ritornerò volentieri, perché Genova è mia moglie» - che, come scrive Dori Ghezzi nella prefazione, è una sorta di calcio d’inizio del libro.
Un inedito Fabrizio De André raccontato da foto uniche che catturano la sua Genova e dialogano con le sue parole. Un viaggio straordinario che esce dai percorsi stereotipati e attraversa l’anima di una città ricca di umanità e poesia. Una Genova aperta, coraggiosa, capace di rischiare, città laboratorio, imprevedibile e orgogliosamente diversa, che negli ultimi anni ha finito col rattrappirsi su sé stessa. Sulle sue paure e le sue incertezze, sui suoi flebili luoghi comuni. Come quello del centro storico più grande d’Europa: parodia del ghetto malfamato, ricco e decaduto, ma pregno di umanità, da propinare a visitatori pigri. Insieme allo stereotipo di «posto degli ultimi» poeticamente cantato da De André. Un Faber normalizzato, ridotto a santino imbalsamato, da consumare con una striscia di focaccia e un barattolo di pesto, a uso di un turismo usa e getta.
Perché è vero che il cantautore si immergeva nell’umanità dolente e gaudente dei vicoli, uscendone con un suo originale e poetico bagaglio al quale attingere negli anni. Ma Fabrizio è qualcosa di più, che va oltre gli schemi e le banalizzazioni. La sua Genova abbraccia i paesaggi della città aperta, larga, ventosa e soleggiata, accarezzata dal mare, ammorbidita dai monti e flagellata dalle piogge. Percorre i quartieri borghesi e marinari a Levante, quelli operai a Ponente. Sorvola Sestri Ponente e Pegli, il Righi e la Foce, Boccadasse e Nervi.
Scrivono Tettamanti e Traverso: «Un luogo comune vuole che le bellezze di Genova siano nascoste, da scoprire con fatiche e patimenti. Mica vero: la grande bellezza di Genova è lì davanti agli occhi di tutti. Basta tenerli aperti». Come faceva Faber.
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Teodoro Chiarelli


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venerdì 18 luglio 2014

Fotografie (quell'aereo di famiglie che andavano in vacanza)

LA STAMPA

Prima Pagina

Fotografie

Scorrono sul tavolo del giornalista le fotografie impubblicabili dell’aereo delle vacanze abbattuto da un missile in Ucraina. Su un prato di sterpaglie, distante chilometri dal luogo dell’esplosione, giacciono i corpi che ancora nessuna mano pietosa ha ricomposto. Indossano pantaloncini da spiaggia e magliette a maniche corte da cui spuntano braccia irrigidite davanti al volto, in un ultimo gesto di autoprotezione. Quel che resta di un uomo biondo è adagiato su un fianco, accanto a un libro che illustra le bellezze dello Sri Lanka. Ovunque fogli di carta: biglietti, prenotazioni, documenti fino a un attimo prima probabilmente importantissimi e all’improvviso deprivati di qualsiasi valore. Come tutta la scena. Difficile non pensare che quei fogli appartenevano a quei corpi e che quei corpi avevano storie, relazioni, sogni e rovelli svaniti per sempre assieme a loro.

È banale rimpiangere il gigantesco capitale di futuro andato sprecato? Per il cinico forse sì. Il cinico in queste situazioni può dare il meglio di sé, sventolando le tragedie senza senso come prova di una mancanza di significato più complessiva. Ma anche chi crede che la vita non sia e non possa essere solo un miscuglio di carne e di ossa scaraventate su un prato rimane ammutolito davanti al mistero e torna ai suoi piccoli affanni quotidiani con un ritrovato senso delle proporzioni. La morte, in questo, è come l’amore: la sua contemplazione ha il potere di rendere marginale tutto il resto.

Massimo Gramellini


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