lunedì 30 gennaio 2017

Macaluso: Renzi, Bersani e D'Alema hanno portato il PD al capolinea.

LA STAMPA

Italia

“È un partito al capolinea, colpa di Renzi

Ma il fallimento è anche di Bersani e D’Alema”

Macaluso: “Il segretario non ha capito il mondo nuovo, la vecchia dirigenza ex Pci 

viene da una sconfitta elettorale e politica. Tra Massimo e Matteo gara fra bugiardi” 

Emanuele Macaluso (nella segreteria politica del Pci con Palmiro Togliatti poi con Luigi Longo ed Enrico Berlinguer, parlamentare per sette legislature, direttore dell’Unità e del Riformista) ricorda di non essersi iscritto al Pd perché «contrariamente a quanto scrisse Eugenio Scalfari, che Ds e Margherita dovevano fondersi perché erano due partiti al capolinea, ritenevo che due partiti al capolinea, se si fondono, al capolinea restano. E così è successo».

Le due manifestazioni di sabato, di Matteo Renzi a Rimini e di Massimo D’Alema a Roma, sembrano infatti preludere a una scissione. «Fino a quando ha prevalso il vecchio gruppo che aveva origini nel Pci - D’Alema, Bersani e Veltroni - il Pd ha avuto un po’ di solidità, ma questo gruppo dirigente ha sottovalutato la parte proveniente dalla Dc, che s’è ricompattata. E come nasce Renzi? Dal fallimento di D’Alema e Bersani, dalla loro incapacità di essere davvero gruppo egemone». E dall’incapacità di avere successo alle elezioni. «E’ così. Nasce soprattutto dall’insuccesso elettorale e di leadership di Bersani che, intendiamoci, è anche una brava persona, è stato un bravo ministro. E pure D’Alema è stato un buon ministro, non come Bersani ma buono. E loro due non possono adesso tirarsi fuori dalla storia del Pd, dal suo fallimento». Sono sempre stati fieri oppositori di Renzi.«D’Alema è uno dei massimi responsabili: lui è uno di quelli che ha voluto il Pd. All’inizio poi ci andava da Renzi, hanno presentato un libro assieme, sono andati al ristorante, lì Renzi gli ha promesso un posto di commissario europeo, e poi certo, bugiardo contro bugiardo ha prevalso il bugiardo più grosso. E Bersani che si indigna per i capilista nominati? Sono d’accordo con lui, è una vergogna, ma Bersani che battaglie ha fatto contro il Porcellum, che era la sublimazione dei nominati? Lui si mise d’accordo con Silvio Berlusconi per tenerselo, e nel 2013 grazie al Porcellum la sua coalizione ha preso il 55 per cento dei deputati col 29 per cento dei voti. Ora che vuole? Bersani e D’Alema non sono fuori dalla tempesta, non sono due vergini». Faranno la scissione? «Dico solo che il fallimento sarebbe la base per fare un altro partitino». Senza elettori? «Ma il problema non è tanto un nuovo partito ma farsi delle domande su quello vecchio. E cioè: viviamo in una società in cui cambia tutto, con la globalizzazione, l’economia digitale, giovani che hanno bisogni diversi, un altro approccio alla politica, un cultura che non è la nostra, e questa nuova generazione doveva essere il nucleo nuovo del Pd. Dov’è questa generazione? Siamo ancora alle due vecchie componenti, comunista e democristiana. Come è possibile? Poi si stupiscono che i giovani, gli operai, gli studenti, i ricercatori votano Beppe Grillo. E per forza». E allora perché Renzi nel 2014 prese il 41 per cento?

«Ma è la dimostrazione di quello che dico. Lui era una speranza per un mondo che la politica non ha compreso, ma è stata una speranza andata delusa, perché Renzi a quel mondo non ha dato risposte. E qui nessuno che si chieda per quali ragioni il Pd abbia perso il referendum e tanti consensi. Non c’è un’analisi, né di D’Alema né di Renzi».

Che dovrebbe fare Renzi? «Intanto non può andare a votare. Se voleva andare a votare doveva dirlo al capo dello Stato subito dopo essersi dimesso. Il governo lo ha voluto e sostenuto e non può buttarlo quando gli pare. Non è da statista. E poi a maggio c’è il G7. Si può affrontare un G7 in campagna elettorale? Perché i G7 sembrano cosucce da niente, ma in questo G7 si presenteranno Stati Uniti e Inghilterra per la prima volta dichiaratamente contro l’Europa unita. Non so se la cosa sia stata ben compresa». Vero. E poi? «E poi Renzi deve indire un congresso in cui finalmente ci si chiede che cosa è il Pd e che cosa deve essere domani. Che cosa intende fare, a chi intende rivolgersi e come. Ma queste sono le basi. Se non capiscono questo non hanno proprio capito niente, né l’uno né l’altro». Bè, D’Alema cita Piketty e Atkinson, filosofi della politica di una sinistra più radicale. A parte il percorso ondivago dai funerali di Breznev all’Ulivo mondiale fino a questa nuova svolta a sinistra, sembra una posizione di cui discutere. «Ma quelle di D’Alema sono frasi senza conseguenze, per mostrare una cultura dentro quella che è la sua storia, tradita o almeno mai rinnovata. Non c’è mai corrispondenza fra quello che D’Alema dice e quello che vuole fare». E, se sarà scissione, saremo alle solite: la sinistra che si sfalda davanti al nemico, da Mussolini nel ’21 a oggi, con Grillo.

«Gli apriranno delle autostrade, a Grillo. È così evidente. Ma io che ci posso fare? Sono così vecchio: a marzo compirò 93 anni. Ma loro, che hanno l’età per ragionare...».

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mattia feltri


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