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domenica 21 luglio 2013

Socrate e Alcibiade: la trasgressione della spiritualità

LA STAMPA

Cultura

La Biblioteca di Eros

La trasgressione della spiritualità

Socrate ha appena terminato il grande discorso sull’amore quando nella sala del Simposio fa irruzione Alcibiade, giovane leader del Partito Democratico (esisteva anche ad Atene, ma ogni tanto vinceva). A giudicare da come lo tratta, Platone non doveva avere una grande opinione degli uomini politici della sua epoca. Alcibiade arriva alla festa in ritardo, senza che nessuno lo abbia invitato e per giunta ubriaco fradicio. Rumoroso e invadente, si va a sdraiare accanto al padrone di casa Agatone, finché qualcuno gli fa notare che anche lui dovrebbe rispettare le regole della serata e tessere un elogio di Eros. Il politico rispetta le regole a modo suo: rovesciandole. Anziché tenere un’orazione su Eros, ne terrà una su Socrate. Invece che dell’Amore, parlerà dell’Amato. Così il racconto di Platone torna indietro, ma non per fare retromarcia: per prendere la rincorsa.

Il monologo di Alcibiade è la cronaca di un fallimento sentimentale. La storia di come lui - giovane, bello, ricco e potente - sia andato a sbattere contro l’indisponibilità di Socrate: vecchio, brutto, povero e inerme. Alcibiade era rimasto attratto dalla bellezza interiore del Maestro e avrebbe voluto diventarne l’amante, offrendo la propria avvenenza fisica in cambio delle sue virtù morali. Ma lungi dall’essere sconvolto da tale richiesta (quando mai, nei ventiquattro secoli successivi, capiterà ancora di vedere un politico andare a caccia di virtù morali?) Socrate aveva tenuto a bada Alcibiade con la lucida ferocia che caratterizza gli amanti irraggiungibili. «In cambio dell’apparenza del bello tu cerchi di guadagnarti la verità del bello: pensi di poter scambiare armi di bronzo con armi di ferro». Tradotto in prosa: caro Alcibiade, poiché la bellezza eterna della mia anima vale assai più di quella fuggevole del tuo corpo, lo scambio che mi prospetti è sbilanciato.

Ai tempi nostri (ma anche a quelli di Platone) non capita spesso che sia il «bello dentro» a respingere il «bello fuori», così come sulle copertine delle riviste si trova di rado un’anima in topless. Ma è per questo che amiamo il Simposio, vero? Per ricordarci che in un mondo ossessivamente materialista la vera trasgressione è la spiritualità. Socrate, non Alcibiade. Senza però diventare bacchettoni, perché il grande insegnamento di Platone è che all’anima ci si arriva sempre e solo passando dal corpo.

Illustrazioni di Marco Cazzato


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giovedì 14 febbraio 2013

Socrate, il Simposio, Platone e Gramellini

LA STAMPAweb

Prima Pagina

L’amante immortale



Vorrei farmi largo fra la rabbia e lo sgomento dei nostri giorni per concentrarmi su qualcosa di serio e di bello, ma anche di terribile e impronunciabile, tale è la sua forza misteriosa. Per alcuni studiosi l’amore deriverebbe dal sanscrito mar, morte, di cui rappresenta l’esatto contrario: Amar, non-morte, ovvero immortale.

Come chiunque abbia subito un torto precoce, sono cresciuto con la pretesa di essere in credito con Amar. Una sensazione che ho ritrovato nel corso della vita in tutte le persone che avevano perduto ingiustamente un affetto, un sogno, un lavoro. Nella loro sofferenza, o insofferenza, ho visto rispecchiarsi la mia. Quel desiderio inestinguibile di essere risarciti, ricompensati. Una molla forsennata, ma alla lunga frustrante: chi pensa che la felicità consista nell’essere amati cerca negli altri qualcosa che, una volta trovato, lo rende stranamente infelice. Finché l’altalena della vita gli dischiuderà le porte di una scoperta, che come tante altre stava già scritta in un libro. Il «Simposio» di Platone. Tutti i personaggi concordano su un punto: Eros, il demone dell’amore, coincide con la persona amata. Tutti tranne Socrate, che nelle ultime pagine ribalta la prospettiva: Eros non visita l’amato, ma l’amante. E’ l’amante a essere posseduto dall’energia che trasforma le larve in uomini e gli uomini in dei. E’ l’amante che desidera, soffre, sublima. In una parola: ama. Ah, se avessi letto il Simposio con più attenzione al ginnasio. Ma forse non lo avrei capito. Ora invece so. So che la felicità non consiste nell’essere amati. Consiste nell’amare. Senza condizioni, nemmeno quella di essere ricambiati. Buon san Valentino.

Massimo Gramellini

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