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domenica 27 aprile 2014

Ricolfi: la vera sfida è tra Renzi e Grillo

Riproduco qui l'articolo de La Stampa. Prima mi permetto tuttavia un commento-domanda a Ricolfi:

1) Non è che il timore che molti hanno oggi è che il sistema politico italiano (pentastellati compresi) riesca alla fine a danneggiare tutti, "garantiti" e non...? Per cui, ad es., se ti dicono: abbasso le pensioni medio basse per aiutare i nipoti senza lavoro, invece alla fine tagliano le pensioni e non danno un bel niente a chi prima era perlomeno aiutato dai "vecchi"... Esito più che probabile, anche e soorattutto con Renzi e Boschi...

2) la soluzione al problema " italico " è veramente oggi quello di mettere giovani contro vecchi e garantiti contro non garantiti? (come anche Ricolfi, in modo poco originale, fa...). Cosa  ne uscirà? un nuovo Diciannovismo? 

3) Qual è il pericolo politico di una possibile adesione in massa dei cosiddetti non garantiti ( a parte che bisognerebbe definire chi lo è e chi fa finta di esserlo) ad un partito personale guidato  da un comico miliardario (in lire) insieme ad un personaggio come Casaleggio? Certo, non dipende da Ricolfi, ma l'analista politico non può far finta che il problema non ci sia... e limitare la previsione di voto solo sui dati percentuali possibili...(quello lo sappiamo fare tutti)

ecco il pezzo di Ricolfi da LA STAMPA:

C’è un po’ di maretta in vista delle Europee, da qualche giorno. Gli ultimi sondaggi, infatti, sono rassicuranti solo per due partiti, quello di Renzi e quello di Grillo. Tutti gli altri sono a rischio. Forza Italia teme di scendere sotto la soglia psicologica del 20%. Quanto alle cinque liste minori, piccole ma non piccolissime, nessuna può essere certa di superare il 4%, una soglia tutt’altro che psicologica, visto che al di sotto di essa non si entra nel Parlamento Europeo: Nuovo Centro Destra (che si presenta con l’Udc), Lega, Fratelli d’Italia, Scelta Europea, Lista Tsipras viaggiano tutti fra il 2% e il 6%, il che, tenuto conto dell’imprecisione di tutti i sondaggi, significa che potrebbero sia farcela tutte, sia restare tutte fuori. Su tutto, infine, aleggia l’incognita del non voto (astensioni, schede bianche e nulle), di solito piuttosto alto in questo genere di elezioni.

Da diverse settimane la maggior parte degli osservatori prevede una vittoria del Pd, trascinato dalla popolarità attuale di Renzi, e una competizione fra Forza Italia e Movimento Cinque Stelle per la conquista del secondo posto. Secondo alcuni, in particolare, il recente calo del consenso a Forza Italia andrebbe considerato temporaneo, e in parte recuperabile grazie al ritorno di Berlusconi in tv.

La mia impressione è che, in realtà, le cose non stiano così, almeno per quel che riguarda i primi tre posti. A mio modesto parere, se non capiteranno eventi speciali (ad esempio l’arresto di Berlusconi, o l’impossibilità di pagare gli 80 euro a fine maggio), il quadro più verosimile è quello di una competizione per il primo posto fra Renzi e Grillo, con Berlusconi staccato di parecchi punti percentuali.

Perché Grillo potrebbe contendere il primo posto a Renzi? E perché Berlusconi dovrebbe accontentarsi del terzo posto?

Una prima risposta è che i sondaggi vanno letti, ma anche ritoccati in base all’esperienza. E l’esperienza dice che il voto «politicamente corretto» (oggi chiaramente il voto al Pd) è spesso sopravvalutato nei sondaggi, mentre quello politicamente scorretto (ad esempio quello a Grillo e alla Lega) al contrario è sottovalutato. Se i sondaggi danno il Pd al 33%, è opportuno togliere un paio di punti, e se danno il movimento Cinque Stelle al 25%, è ragionevole aggiungerne altrettanti: nonostante le apparenze, il Pd potrebbe essere intorno al 31%, e il Movimento Cinque Stelle intorno al 27. Se poi, come succede negli ultimi giorni, alcuni sondaggi danno il Pd intorno al 32% e il Movimento Cinque stelle intorno al 27%, diventa molto imprudente concludere che il Pd è in testa. Probabilmente lo è, ma con un distacco modesto. E comunque, se si dovesse votare domani mattina, non punterei una grossa somma sul Pd primo partito.

C’è però anche un secondo ordine di motivi che suggerisce che la competizione vera non sia quella per il secondo posto, fra Movimento Cinque Stelle e Forza Italia. Intanto, dobbiamo sempre ricordarci che, giusto o sbagliato che sia, in Italia (ma non solo) le elezioni Europee sono considerate elezioni poco importanti. Questo mero fatto è un grave handicap per Forza Italia, perché rende inservibile l’armamentario anti-comunista. Se Renzi «non è comunista» (parola di Berlusconi), e per di più non c’è alcun pericolo di «consegnare l’Italia alle sinistre» (perché si vota per il Parlamento Europeo), a Berlusconi e ai suoi viene a mancare una delle armi fondamentali tradizionalmente brandite in campagna elettorale.

E tuttavia non si tratta solo di questo. La crisi di Forza Italia è anche una crisi genuinamente politica. Ammaliato dal miraggio di diventare, in tandem con Renzi, il padre delle grandi riforme costituzionali ed elettorali, Berlusconi pare aver perso completamente di vista la politica economico-sociale. Non tanto nel senso che poco se ne occupa, ma nel senso, ben più grave, di non accorgersi degli spazi che Renzi e il Pd gli aprono ogni giorno. Nel mondo di Forza Italia il lutto per non aver fatto la «rivoluzione liberale» promessa nel 1994 non solo genera sensi di colpa (vedi l’intervista di Bondi alla «Stampa» di qualche giorno fa) ma conduce a fraintendere la stessa azione di Renzi, visto come colui che starebbe facendo «quel che dovevamo fare noi». Proprio perché sanno di non aver fatto la rivoluzione liberale, e vedono in Renzi colui che è stato capace di spodestarli, molti politici di centro-destra cadono nell’errore di proiettare sul giovane leader della sinistra i fantasmi dei propri ideali perduti. Se noi non siamo stati capaci di essere liberali, così sembra ragionare la mens politica del centro-destra, liberale deve essere colui che sta prendendo il nostro posto.

Eppure, basterebbe un po’ di osservazione e un po’ di disincanto per rendersi conto di quanto poco – nonostante il ciclone Renzi – sia cambiato l’hardware della sinistra. Certo il software è nuovo di zecca, perché il nostro giovane premier è svelto, disinvolto e comunica bene. Ma l’hardware, il nocciolo duro della politica economico-sociale, di veramente nuovo ha ben poco, e di liberale nulla o quasi. La scelta di ridurre l’Irpef anziché l’Irap, la rinuncia a dare gli 80 euro ai lavoratori dipendenti più poveri (i cosiddetti incapienti), lo stravolgimento del decreto Poletti sul mercato del lavoro, l’assordante silenzio sugli sperperi e l’evasione fiscale del Mezzogiorno, sono tutte scelte (anzi, non-scelte) che ci restituiscono una minestra che conosciamo fin troppo bene: quando deve scegliere, la sinistra sta dalla parte dei garantiti, come esige la Cgil, mentre al mondo dei non garantiti (poveri, disoccupati, giovani e donne fuori del mercato del lavoro, artigiani e partite Iva) si penserà in un secondo tempo, quando ci saranno le risorse, quando l’Europa ci darà il permesso, quando il percorso delle riforme sarà completato. Il guaio dell’Italia è che la rivoluzione liberale, verosimilmente la sola che potrebbe restituire ai non garantiti un po’ di speranza e un po’ di dignità, non piace né alla destra né alla sinistra.

Così il panorama politico profondo dell’Italia resta, nonostante Renzi e Grillo, molto meno movimentato di quel appare in superficie. Quel che soffia nelle vele di Grillo è il vento della delusione per l’Europa, una sorta di variante sovrannazionale della nostra insofferenza per la casta. In quelle di Renzi soffiano venti diversi, compreso l’equivoco della rivoluzione liberale. Una rivoluzione che la destra ha tradito, e la sinistra, almeno per ora, si guarda bene dal raccogliere.

Luca Ricolfi


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domenica 28 luglio 2013

Ricolfi:La sinistra che nega la realtà

LA STAMPA

Cultura

La sinistra che nega la realtà

Una ventina di anni fa, all’indomani della prima vittoria elettorale di Berlusconi (1994), lo storico Giovanni Belardelli pubblicò sulla rivista «il Mulino» un saggio fulminante, significativamente intitolato «Se alla sinistra non piacciono gli italiani».

Fu proprio in quell’epoca, infatti, che la sinistra, tramortita e incredula di fronte a un elettorato che aveva osato preferirle Berlusconi, iniziò a rivedere drasticamente il proprio giudizio sugli italiani. Visto che non la votavano, e le preferivano quel cialtrone di Berlusconi, gli italiani dovevano essere un popolo ben arretrato, individualista, amorale e privo di senso civico. Una teoria, questa, che raggiunse il suo apice, al limite del ridicolo, con l’appello elettorale di Umberto Eco nel 2001, in cui gli italiani che avessero osato votare Berlusconi venivano descritti con un disprezzo ed un semplicismo che, in una persona colta, si spiegano solo con l’accecamento ideologico.

Oggi questa storia, una storia di incomprensione e di arroganza etica, fa però un decisivo passo in avanti. Oggi che un politico di sinistra come Stefano Fassina viene crocifisso dai suoi perché ha osato dire che esiste anche un’evasione fiscale «da sopravvivenza» (una cosa che qualsiasi persona senza pregiudizi vede ad occhio nudo) quella diagnosi di Belardelli ci appare fin troppo ottimistica, generosa, o benevola verso la cultura di sinistra. No, il problema della sinistra non è, o non è soltanto, che non le piacciono gli italiani: il problema è che non le piace la realtà.

Quando i fatti mettono a repentaglio l’ideologia, il riflesso meccanico della cultura di sinistra non è correggere o adattare l’ideologia alla realtà, ma correggere la realtà negando i fatti. Dove correggere può voler dire, e ha voluto dire per almeno mezzo secolo, cercare di raddrizzare il «legno storto» dell’italianità, rieducando e civilizzando gli italiani secondo la concezione del bene comune propria della cultura di sinistra (una vicenda puntualmente narrata nell’ultimo libro di Giovanni Orsina: I l berlusconismo nella storia d’Italia, Marsilio 2013). Ma può voler dire anche, più letteralmente, correggere i dati della realtà, fino al punto di negarli.

E’ successo mille volte, talora con risvolti tragici (il partito comunista che nel 1956 si rifiuta di vedere i fatti d’Ungheria), talora con risvolti meno drammatici ma non per questo privi di conseguenze (ad esempio con la negazione di dati socio-economici scomodi), talora, infine, con risvolti decisamente comici, come nel caso di Stefano Fassina sommerso di critiche per aver constatato un fatto – l’evasione da sopravvivenza – tanto evidente quanto indigesto al suo partito.

Da che cosa deriva questa refrattarietà ai fatti, fino al negazionismo più buffo?

Certamente, e in una misura non trascurabile, dall’eredità dello stalinismo, con il suo totale disprezzo per la verità, o meglio con la sua identificazione della verità con ciò che risulta utile alla causa, sia essa il Socialismo, la Rivoluzione, il Partito o lo Stato. Come sociologo, ne ho avuto esperienza diretta innumerevoli volte: quando scoprivo qualcosa che non faceva gioco alla sinistra i «compagni» mi dicevano che sì, poteva essere tutto vero, ma non era il momento di dirlo, la situazione era grave e c’era il rischio di «strumentalizzazioni da parte della destra». Poi però il momento di dirlo non arrivava mai, perché la situazione era sempre «delicata» e la posta in gioco invariabilmente «importantissima».

Ma forse non andrebbe trascurato anche un altro elemento, un meccanismo – anche psicologico – che ci tocca un po’ tutti, ma affligge in modo patologico la politica, a sinistra come a destra. Con lo psicologo sociale Leon Festinger, che ebbe a scoprirlo negli Anni 50, potremmo definirlo l’incapacità di tollerare le dissonanze. E risalendo ancora più indietro, al filosofo David Hume, potremmo definirlo la tendenza umana a saltare dai fatti ai valori, dal piano descrittivo al piano normativo. Specie chi ha ferme convinzioni etiche, morali o politiche, ha difficoltà a riconoscere, talora addirittura a «vedere», i fatti che potrebbero insidiarle. Se mi batto per i diritti degli immigrati, mi è molto difficile accettare una statistica che dimostri che il loro tasso di criminalità è più alto di quello degli italiani. Se sono un fervente meridionalista, mi è molto difficile accettare un’indagine in cui si mostra che evasione e falsi invalidi sono concentrati in alcune regioni del Sud. Se sono un nemico giurato dell’evasione fiscale non riesco ad accettare che esista l’evasione per sopravvivenza: che è appunto la trappola in cui è caduto Stefano Fassina, un politico forse troppo giovane per aver interiorizzato completamente lo stalinismo e la concezione utilitaristico-strumentale della verità.

Ma è un errore logico. Il piano dei valori e quello dei fatti sono separati. Si può restare difensori dei diritti umani, meridionalisti, o amanti della tasse (viste come «cosa bellissima», secondo l’audace definizione di Tommaso Padoa Schioppa) anche in presenza di fatti che rendono più complessa la difesa dei nostri valori. Anzi, dovremmo renderci conto che – proprio per promuovere i nostri ideali – ci serve sapere come stanno le cose. Conoscere per deliberare, diceva Einaudi, ma forse oggi dovremmo dire, più precisamente, non aver paura di conoscere se si vuole cambiare la realtà. Altrimenti quello in cui si cade è una sindrome molto pericolosa, quella di negare l’esistenza di ciò che non si sa come affrontare, o semplicemente non si ha il coraggio di combattere.

C’è stato un tempo in cui una parte del mondo politico aveva la spudoratezza di dire che «la mafia non esiste». Oggi non succede più, ma in compenso c’è chi si permette di negare l’evasione per sopravvivenza. Potrà sembrare strano, ma questi due tipi di negazioni hanno almeno un elemento in comune: la consapevolezza che quella cosa in realtà esiste, ha una sua solidissima ragion d’essere, ma, proprio perché non si ha la forza o la volontà di combatterla, non può essere detta.

E’ questa, purtroppo, la realtà dei sindacati e dei politici in Italia. I luoghi in cui si evade spudoratamente, talora per sopravvivenza talora per ingordigia, sono perfettamente noti a tutti perché coinvolgono milioni di persone, si vedono a occhio nudo, sono stati raccontati da innumerevoli inchieste giornalistiche, descritti minuziosamente da decine di studi scientifici: affitti di seconde case completamente in nero, operai dell’edilizia reclutati con il sistema del caporalato, immigrati spremuti come limoni nelle campagne e nell’industria dei trasporti, lavoranti a domicilio nelle civilissime regioni del Centro Italia, ragazzi che lavorano senza contratto nei negozi di Roma. Eppure non si fa nulla. Non si fa nulla perché se si facesse si creerebbero conflitti sociali immani, chiuderebbero centinaia di migliaia di attività, si perderebbero milioni di posti di lavoro. Meglio, molto meglio e molto più facile, tuonare contro gli evasori e fingere che l’evasione fiscale sia solo quella dei grandi imprenditori, dei gioiellieri, dei ricchi, degli speculatori, dei professionisti. Se i sindacati dovessero occuparsi anche di quel che succede nei negozi, nelle boite, nei campi, in edilizia, nella miriade di aziende di trasporto illegali, il loro lavoro diventerebbe immensamente più difficile, più complicato, spesso più rischioso. No, meglio fingere che tutto questo non esista, meglio andare per convegni, partecipare ai talk show in tv, sedersi ai tavoli in cui si discute con il governo e con la Confindustria delle crisi dei grandi gruppi. E quando a un politico, per di più uno dei «nostri», uno molto di sinistra, scappa detta la verità, una verità che tutti conoscono e vedono, emettere la scomunica: il suo è stato «un clamoroso errore politico».

Così disse l’ayatollah Susanna Camusso. Amen, e avanti così.

Luca Ricolfi


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giovedì 25 luglio 2013

Ricolfi: la commedia del finanziamento ai partiti

LA STAMPA

Cultura

Finanziamento ai partiti: una commedia

Da tanti anni seguo la politica, ma mai mi era capitato di assistere a una commedia come quella che, sotto i nostri occhi distratti, si sta svolgendo in questi ultimi giorni di luglio. Breve riassunto della commedia.

La posta in gioco, innanzitutto. C’è un disegno di legge governativo che non abolisce affatto il finanziamento pubblico dei partiti, ma si limita a ridurne progressivamente l’entità (mantenendolo in piedi fino al 2017) e ad affiancarlo già a partire dal 2015 sia con un nuovo meccanismo, il cosiddetto 2 per mille (il contribuente può decidere di destinare a un partito una parte delle tasse che paga), sia con una serie di agevolazioni (detrazioni sulle donazioni) e benefici «in natura» (spazi in tv, locali, etc.). Difficile prevedere, finché non saranno noti tutti i dettagli, se il nuovo meccanismo porterà ai partiti più o meno risorse di oggi (probabilmente qualcosa di meno), ma tutto si può dire tranne che la legge preveda l’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti, visto che questi ultimi continueranno ad assorbire considerevoli risorse pubbliche, anche se in forme diverse che in passato.

Ed ecco le parti in commedia. Il governo, abbastanza spudoratamente, finge che il suo disegno di legge abolisca il finanziamento pubblico dei partiti (il primo articolo del disegno di legge recita proprio così: «E’ abolito il finanziamento pubblico dei partiti»). Nonostante il disegno di legge sia molto «comprensivo» verso le esigenze di cassa dei partiti, questi ultimi non ci stanno e si mettono di traverso, inondando il Parlamento di emendamenti per lo più rivolti a meglio tutelare le esigenze di sopravvivenza dei partiti stessi, e che per ora hanno già ottenuto l’effetto di far saltare il percorso parlamentare previsto (notizia di queste ore). Ma anche i partiti, e in particolar modo i rispettivi tesorieri, recitano la loro parte in commedia: secondo loro gli emendamenti non servirebbero a difendere i privilegi dei partiti, bensì a salvare la democrazia (nientemeno!). Ed ecco il colpo di scena: il disegno di legge governativo, che fino a ieri pareva fin troppo generoso con i partiti, diventa improvvisamente un baluardo anti-partitocratico, e il presidente del Consiglio Enrico Letta, con i suoi appelli (pardon: tweet) a non ritardare l’approvazione del disegno di legge, può ergersi come una sorta di Quintino Sella, austero e rigoroso difensore della cosa pubblica.

Non è tutto, però. Nel marasma si inseriscono le parti in commedia minori. C’è chi, non pago che i partiti abbiano ancora almeno quattro anni di introiti generosi e garantiti, ha il coraggio di proporre la cassa integrazione per i dipendenti dei partiti, in un Paese in cui i lavoratori che non possono ricorrervi sono milioni e milioni. C’è chi, dentro Pd e Pdl, sembra essere davvero per l’abolizione (anziché per la riduzione) del finanziamento pubblico dei partiti, ma non osa fare una battaglia vera, a viso aperto e a muso duro, contro l’apparato del suo partito. E c’è chi, come il neo-segretario della Lega Maroni, rinuncia al finanziamento pubblico, ma non ora, se ne riparlerà nel 2014.

Insomma, nessuno fa quello che dice, e nessuno dice quello che fa. Con una sola eccezione, a quel che vedo: gli estremisti, anzi gli «opposti estremismi» dei talebani della partitocrazia e dei suoi nemici irriducibili. Solo loro non parlano con lingua biforcuta. Talebani della partitocrazia sono innanzitutto i tesorieri dei partiti, che hanno le idee chiarissime e difendono a spada tratta, senza imbarazzo e senza vergogna, sia il principio del finanziamento pubblico, sia l’idea che non debba essere solo simbolico. Nemici irriducibili della partitocrazia sono il movimento Cinque Stelle e i Radicali, che il finanziamento pubblico hanno dimostrato di volerlo abolire sul serio, non solo a parole. Il movimento Cinque Stelle ha già restituito 42 milioni di rimborsi elettorali, i radicali hanno già promosso due referendum (l’ultimo vinto nel 1993, ma aggirato dai partiti con il trucco dei «rimborsi»), e quanto al terzo stanno raccogliendo le firme.

Il lettore che mi ha seguito fin qui potrebbe pensare che io sia contrario al finanziamento pubblico dei partiti e sia per la sua piena e totale abolizione. In realtà, per quel poco che può interessare quel che penso io, la mia posizione è un po’ diversa, e si potrebbe riassumere in tre punti.

Primo. Quello cui sono fermamente contrario non è il finanziamento pubblico, ma è lo stravolgimento della lingua italiana. Ho il massimo rispetto per tutte le posizioni, ma preferirei che venissero presentate per quello che sono, anziché essere mascherate dietro formule verbali volte a occultarne la sostanza. Il disegno di legge del governo è difendibilissimo, salvo il primo articolo, che io riformulerei così: anziché «E’ abolito il finanziamento pubblico dei partiti», scriverei «E’ mantenuto il finanziamento pubblico dei partiti, ma ne vengono modificati importi e meccanismi di erogazione».

Secondo. Mi piacerebbe che chi appartiene a Pd e Pdl (i due partiti da cui dipende la sorte del governo) e dice di essere contrario al finanziamento pubblico, facesse una battaglia vera entro il suo partito, e dicesse in modo chiaro che non condivide il disegno di legge governativo. Mi incuriosisce, in particolare, la posizione di Matteo Renzi e dei suoi: avevo capito che fossero per una vera abolizione del finanziamento pubblico (un punto importante di dissenso con Bersani), ora pare invece che non siano contrari al disegno di legge governativo, e che si accontenterebbero di alcuni ritocchi, previsti in appositi emendamenti. Che cosa dobbiamo pensare? Renzi ha cambiato idea? O anche lui, semplicemente, non vuole disturbare il manovratore?

Infine, ultimo punto. Io sarei favorevole a un (modesto) finanziamento pubblico ai partiti. Ma non a questi partiti, e non in spregio a un referendum. Perciò avrei fatto l’esatto contrario del governo Letta. Anziché mantenere il finanziamento per qualche anno, promettendo una sua più o meno nebulosa rimodulazione futura, avrei invertito i tempi: azzeramento subito, ed eventuale reintroduzione se e quando avremo dei partiti decenti, e i cittadini avranno avuto modo di cambiare il loro giudizio su di essi, magari certificandolo con un nuovo referendum. Perché è vero che il finanziamento pubblico esiste in (quasi) tutta Europa, ma è anche vero che in nessun Paese europeo che si rispetti i partiti sono corrotti e clientelari come qui. Va bene essere europei, ma non va bene esserlo solo a metà.

Luca Ricolfi


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venerdì 21 giugno 2013

Il "governo del fare"... pochino ( e maluccio)...!

LA STAMPA

Cultura

Invincibili nell’arte di non scegliere

Sul governo Letta le valutazioni possono essere molto diverse. Molti elettori, ad esempio, hanno apprezzato il mero fatto che - finalmente - l’Italia fosse riuscita a darsi un governo, dopo due mesi di balletti inconcludenti. Altri ne apprezzano lo stile pragmatico, l’attitudine al dialogo, la politica dei piccoli passi. Altri ancora, invece, sono profondamente delusi: specie le basi del Pdl e del Pd non hanno gradito quelli che possono apparire elementi di continuità con il governo Monti, come la deferenza verso l’Europa e un certo attendismo sulle scelte cruciali.

Ma come stanno le cose?

A me pare che, a due mesi dal suo insediamento, il governo Letta abbia già mostrato piuttosto chiaramente il suo volto. Nato dalla assenza di alternative, esso aveva di fronte due strade. Prima strada: governare cercando il massimo comun divisore fra le idee della destra e della sinistra, ovvero varare il maggior numero di provvedimenti capaci di mettere d’accordo destra e sinistra (a proposito: il massimo comun divisore fra 8 e 6 è 2).

Seconda strada: governare cercando il minimo comune multiplo fra le idee della destra e della sinistra, ovvero tentare di metterne in atto le idee più incisive (a proposito: il minimo comune multiplo fra 8 e 6 è 24).

Fra le due strade il nuovo governo ha scelto molto nettamente la prima, che poi è la cifra fondamentale di tutti i governi della seconda Repubblica, ivi compreso il governo Monti, specie nella parte finale della sua parabola. Governo del «fare», indubbiamente, ma inteso come fare pochino, rimandando al futuro tutte le scelte cruciali, quelle difficili e che possono creare conflitti. Prima del voto tutte le maggiori forze politiche in campo avevano dichiarato di saper come «reperire» svariati miliardi di «risorse», chi per abbattere l’Imu (più o meno integralmente), chi per rilanciare gli investimenti pubblici, chi addirittura per restituire l’Imu dell’anno scorso. Ora che si ritrovano tutte insieme nel medesimo governo, ora che appaiono miracolosamente d’accordo su alcune priorità (ad esempio bloccare l’aumento del l’Iva), ora che non possono accusare l’avversario politico di intralciare l’azione del governo, improvvisamente scoprono di non saper più come trovare quelle medesime risorse che in campagna elettorale consideravano a portata di mano. Con 400 miliardi di spesa pubblica extra-pensionistica e 150 miliardi di evasione fiscale, i nostri governanti ci dicono candidamente di non saper proprio come fare a recuperarne anche solo 4, quanti sarebbero necessari per evitare l’aumento dell’Iva.

Ed ecco allora la soluzione: chiedere all’Europa di fare più deficit, l’unico vero punto di contatto importante fra destra e sinistra. Era chiaro fin dai programmi elettorali di Pd e Pdl, è chiaro da come si stanno muovendo sullo scenario europeo i loro leader. L’unica vera differenza è che i dirigenti di centro-sinistra vogliono salvare le apparenze, negoziando con le autorità europee il permesso di sforare su determinate voci (investimenti pubblici, pagamenti della Pubblica Amministrazione), mentre Berlusconi ha meno peli sulla lingua e ogni tanto si lascia scappare quello che molti pensano, anche a sinistra: e cioè che un po’ di deficit fa bene, certo non lo si può annunciare spudoratamente e programmaticamente, e però sì, lo sappiamo perfettamente che l’anno prossimo, a conti fatti, ci troveremo con diversi decimali di deficit pubblico in più. Di qui un permanente navigare a vista, con molta retorica ma senza grandi progetti, con un campionario di buone intenzioni ma senza nessuna scelta forte.

Si poteva, si potrebbe fare diverso?

Verrebbe da rispondere: forse no, i nostri politici sono quello che sono, e dopotutto siamo italiani.

Ma, forse, si dovrebbe anche aggiungere: se non ora quando?

Detto in altre parole: a che serve un governo di Grosse Koalition, con destra e sinistra unite nel medesimo esecutivo, se non a fare, finalmente, quelle scelte difficili che da almeno venti anni vengono rimandate? Non è questo che ha fatto la Germania quando era lei il «malato d’Europa»? E non è forse per non aver fatto quelle scelte che ora il grande malato d’Europa siamo proprio noi, con la nostra attitudine a nascondere la testa sotto la sabbia, a rimandare le decisioni, a conservare tutto il conservabile? Perché continuiamo a cercare le cause dei nostri mali solo all’infuori di noi, nella Merkel, nell’Europa, nella speculazione? Perché la politica non vuole riconoscere che è la sua incapacità di decidere che ha portato il Paese al disastro? Perché non vogliamo capire che il nostro futuro dipende innanzitutto da noi stessi?

La risposta a questi dubbi, purtroppo, pare essere una sola. L’unica arte in cui i nostri politici non hanno rivali è l’arte del non governo. Neppure in un momento come questo, in cui la principale forza di opposizione, il movimento di Beppe Grillo, si sta autodistruggendo, destra e sinistra trovano in sé stesse la forza per sposare fino in fondo le proprie idee più audaci, facendo quello che una Grosse Koalition dovrebbe e potrebbe fare: aggredire sia l’evasione fiscale sia gli sprechi della Pubblica amministrazione, in una logica di «minimo comune multiplo», che dalla destra e dalla sinistra cerca di estrarre il meglio di ciascuna, anziché il meno peggio di entrambe.

Il fatto che, di fronte all’esigenza di scovare pochi miliardi per contenere le aliquote Imu o Iva i nostri governanti ci confessino che non hanno la minima idea di dove e come trovare i soldi, e che se li trovassero si tratterebbe di interventi «di estrema severità», ci dà la piena misura di quanto volino basso, di quanto poche cose pensino di poter fare anche in futuro, e tutto sommato anche di quanto poco siano attrezzati per guidare l’Italia. Una politica seria, dopo decenni di analisi, di studi, di ricerche, di denunce sull’evasione e sugli sprechi dovrebbe avere i cassetti pieni di soluzioni, di piani dettagliati, di progetti operativi, e non si farebbe prendere alla sprovvista appena ha l’opportunità di governare.

Peccato, perché questa era un’occasione straordinaria. Probabilmente irripetibile, e quasi certamente l’ultima.

Luca Ricolfi


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