ebook di Fulvio Romano

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giovedì 15 maggio 2014

Piemonte. Basterà Renzi al PD?

LA STAMPA

Italia

La grande paura del Pd,

un Chiamparino dimezzato

Vincitore, ma con maggioranza minima. E un M5S travolgente

Adesso «la grande paura» dilaga anche al Nord-Ovest. Quella che neanche la notorietà e il prestigio del sindaco delle Olimpiadi riesca a sconfiggere l’ondata della protesta grillina, rafforzata dall’ultimo scandalo tangentaro dell’Expo.

E che Chiamparino, anche se dovesse vincere la presidenza della Regione, si trovi il 26 maggio con una maggioranza risicata e con una governabilità impossibile. Quella che il «Movimento 5 stelle» possa diventare il primo partito e che la popolarità mediatica di Renzi non basti a mascherare le rivalità personali, gli scontri di potere, la debolezza della classe dirigente piemontese del Pd che hanno costretto questo partito a un sostanziale silenzio su una campagna elettorale già affogata nel generale disinteresse. Quella grande paura, insomma, che anche il Piemonte, la regione culla dell’Italia unita, residuo baluardo di un senso dello Stato e delle sue istituzioni che sembrava resistere alle sirene del populismo, si arrenda al grido di «guerra» lanciato dal leader genovese.

Come è possibile che una vittoria data per scontata, dopo le divisioni nel centrodestra che è riuscito a presentare il record di ben tre candidati e, quindi, si è rassegnato a una inevitabile sconfitta, sembri, a 10 giorni dal voto, così incerta, appesa a sondaggi ballerini, perchè affidati alle tentazioni molto variabili di un elettorato sfiduciato, arrabbiato e diviso tra il rifiuto di chi diserterà le urne e la voglia di una punizione generalizzata, anti sistema che, ancora una volta, assume il volto barbuto del profeta Grillo? Se si ascoltano i pareri di coloro che conoscono bene il territorio piemontese, con la sua storia elettorale e con gli umori dei suoi cittadini, il perché di questo pronostico così insondabile si spiega con almeno tre ragioni: l’effetto di trascinamento del voto europeo sull’elezione regionale, la libera uscita dei consensi nella destra, le persistenti «incomprensioni», per usare l’eufemismo d’obbligo in campagna elettorale, tra Chiamparino e il Pd piemontese.

Come ammette l’ex sindaco di Savigliano, Sergio Soave, il saggio «professore» reclutato da Chiamparino per sostenere la lista civica che in tutto il Piemonte affianca quella del Pd e di Sel per portarlo alla presidenza, la notorietà e il prestigio dei candidati locali al Consiglio di palazzo Lascaris potrebbero essere sopraffatti da una voglia di protesta così insopprimibile da trascurare gli effetti concreti sulla futura governabilità della Regione. Contestazione contro tutto e tutti che potrebbe anche contagiare il vasto bacino elettorale della destra ex berlusconiana, molto forte nelle province di Novara, Vercelli e Cuneo. Con il risultato concreto non solo di ridurre i consensi alla rinata Forza Italia, ma soprattutto di impedire il raggiungimento del quorum all’altra costola della destra, il Ncd. Dal partito di Alfano, è ormai voce comune, Chiamparino si potrebbe aspettare un provvidenziale soccorso per rafforzare la sua probabile esigua maggioranza. Ecco perché anche il centrosinistra spera che Michele Coppola a Torino e l’ex leghista Claudio Sacchetto a Saluzzo riescano a entrare in Consiglio.

Proprio nella «provincia Granda», come in Piemonte chiamano quella di Cuneo, si giocherà probabilmente la partita decisiva del 25 maggio subalpino. Qui le tensioni tra la lista civica di Chiamparino, «Monviso», e quella del Pd sono evidenti. Da una parte, i suoi grandi sponsor, dall’ex presidente provinciale Giovanni Quaglia all’ex storico primo cittadino del capoluogo, Guido Bonino, pur pronosticando un ottimo risultato dell’ex sindaco torinese, ammettono la forte rivalità con i candidati del partito democratico. Dall’altra, si teme che proprio la grande popolarità di Chiamparino sottragga voti a un Pd che già, in quei territori, non vanta larghi consensi. Ma in tutta la regione, come osserva l’emergente giovane sindaco di Novara, Andrea Ballarè, si teme che la protesta grillina possa far breccia nelle file di un Pd che è, sì, trascinato dall’arrembante figura nazionale di Renzi, ma che, in questi giorni, avverte le difficoltà di un premier stretto tra riforme in bilico e risultati non ancora evidenti delle sue promesse. Una impasse che potrebbe diminuire il suo effetto positivo sui consensi al partito.

Ci sono ancora 10 giorni al voto e tutto può ancora succedere. Come si augura il senatore torinese Pd, Stefano Esposito, è possibile che «il Pd si dimostri più vicino a Chiamparino, ricordandosi anche della sua reiscrizione al partito» e che quella «grande paura» finisca per rinsaldare un Pd che sembra condannato all’immobilismo politico ed elettorale dalle sue lotte interne. Come è possibile che, dalle procure, arrivino altre notizie che alimentino il fuoco propagandistico di Grillo. Ma, nel Piemonte della politica, ormai nessuno dorme sonni tranquilli.

luigi la spina


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Piemonte. Basterà Renzi al PD?

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La grande paura del Pd,

un Chiamparino dimezzato

Vincitore, ma con maggioranza minima. E un M5S travolgente

Adesso «la grande paura» dilaga anche al Nord-Ovest. Quella che neanche la notorietà e il prestigio del sindaco delle Olimpiadi riesca a sconfiggere l’ondata della protesta grillina, rafforzata dall’ultimo scandalo tangentaro dell’Expo.

E che Chiamparino, anche se dovesse vincere la presidenza della Regione, si trovi il 26 maggio con una maggioranza risicata e con una governabilità impossibile. Quella che il «Movimento 5 stelle» possa diventare il primo partito e che la popolarità mediatica di Renzi non basti a mascherare le rivalità personali, gli scontri di potere, la debolezza della classe dirigente piemontese del Pd che hanno costretto questo partito a un sostanziale silenzio su una campagna elettorale già affogata nel generale disinteresse. Quella grande paura, insomma, che anche il Piemonte, la regione culla dell’Italia unita, residuo baluardo di un senso dello Stato e delle sue istituzioni che sembrava resistere alle sirene del populismo, si arrenda al grido di «guerra» lanciato dal leader genovese.

Come è possibile che una vittoria data per scontata, dopo le divisioni nel centrodestra che è riuscito a presentare il record di ben tre candidati e, quindi, si è rassegnato a una inevitabile sconfitta, sembri, a 10 giorni dal voto, così incerta, appesa a sondaggi ballerini, perchè affidati alle tentazioni molto variabili di un elettorato sfiduciato, arrabbiato e diviso tra il rifiuto di chi diserterà le urne e la voglia di una punizione generalizzata, anti sistema che, ancora una volta, assume il volto barbuto del profeta Grillo? Se si ascoltano i pareri di coloro che conoscono bene il territorio piemontese, con la sua storia elettorale e con gli umori dei suoi cittadini, il perché di questo pronostico così insondabile si spiega con almeno tre ragioni: l’effetto di trascinamento del voto europeo sull’elezione regionale, la libera uscita dei consensi nella destra, le persistenti «incomprensioni», per usare l’eufemismo d’obbligo in campagna elettorale, tra Chiamparino e il Pd piemontese.

Come ammette l’ex sindaco di Savigliano, Sergio Soave, il saggio «professore» reclutato da Chiamparino per sostenere la lista civica che in tutto il Piemonte affianca quella del Pd e di Sel per portarlo alla presidenza, la notorietà e il prestigio dei candidati locali al Consiglio di palazzo Lascaris potrebbero essere sopraffatti da una voglia di protesta così insopprimibile da trascurare gli effetti concreti sulla futura governabilità della Regione. Contestazione contro tutto e tutti che potrebbe anche contagiare il vasto bacino elettorale della destra ex berlusconiana, molto forte nelle province di Novara, Vercelli e Cuneo. Con il risultato concreto non solo di ridurre i consensi alla rinata Forza Italia, ma soprattutto di impedire il raggiungimento del quorum all’altra costola della destra, il Ncd. Dal partito di Alfano, è ormai voce comune, Chiamparino si potrebbe aspettare un provvidenziale soccorso per rafforzare la sua probabile esigua maggioranza. Ecco perché anche il centrosinistra spera che Michele Coppola a Torino e l’ex leghista Claudio Sacchetto a Saluzzo riescano a entrare in Consiglio.

Proprio nella «provincia Granda», come in Piemonte chiamano quella di Cuneo, si giocherà probabilmente la partita decisiva del 25 maggio subalpino. Qui le tensioni tra la lista civica di Chiamparino, «Monviso», e quella del Pd sono evidenti. Da una parte, i suoi grandi sponsor, dall’ex presidente provinciale Giovanni Quaglia all’ex storico primo cittadino del capoluogo, Guido Bonino, pur pronosticando un ottimo risultato dell’ex sindaco torinese, ammettono la forte rivalità con i candidati del partito democratico. Dall’altra, si teme che proprio la grande popolarità di Chiamparino sottragga voti a un Pd che già, in quei territori, non vanta larghi consensi. Ma in tutta la regione, come osserva l’emergente giovane sindaco di Novara, Andrea Ballarè, si teme che la protesta grillina possa far breccia nelle file di un Pd che è, sì, trascinato dall’arrembante figura nazionale di Renzi, ma che, in questi giorni, avverte le difficoltà di un premier stretto tra riforme in bilico e risultati non ancora evidenti delle sue promesse. Una impasse che potrebbe diminuire il suo effetto positivo sui consensi al partito.

Ci sono ancora 10 giorni al voto e tutto può ancora succedere. Come si augura il senatore torinese Pd, Stefano Esposito, è possibile che «il Pd si dimostri più vicino a Chiamparino, ricordandosi anche della sua reiscrizione al partito» e che quella «grande paura» finisca per rinsaldare un Pd che sembra condannato all’immobilismo politico ed elettorale dalle sue lotte interne. Come è possibile che, dalle procure, arrivino altre notizie che alimentino il fuoco propagandistico di Grillo. Ma, nel Piemonte della politica, ormai nessuno dorme sonni tranquilli.

luigi la spina


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lunedì 20 maggio 2013

Il Lingotto di Renzi...

LA STAMPA

Italia

Renzi: “M5S ridicolo

presto si spaccherà”

E Veltroni lo incorona

Folla al Lingotto di Torino: “I grillini? Rivoluzionari degli scontrini”

Sapremo tra qualche tempo se ieri al Lingotto di Torino, dove nel 2007 fu battezzato, il Pd ha vissuto un salvifico ritorno alle origini, oppure solo uno spasmo editoriale. Con gli occhi della cronaca, la giornata in cui nell’affollatissimo Salone del Libro il leader di allora Walter Veltroni presenta (proprio nella sala gialla, con tanto di video-amarcord) il suo «E se noi domani» (Rizzoli) e nell’auditorium il leader di domani Matteo Renzi il suo «Oltre la rottamazione» (Mondadori), si riassume così: Veltroni rimpiange di non aver fatto fuori tutta la burocrazia ex Pci ed ex Dc quando poteva «ma erano tutti ministri, un minuto dopo sarebbe caduto il governo Prodi», poi incorona Renzi come «il miglior candidato premier possibile» e gli riconosce continuità con il progetto del 2007; Renzi sfida il M5S, garantisce che non farà il segretario del Pd, anche perché «ci sono più candidati che elettori»; entrambi si pronunciano per l’elezione diretta del presidente della Repubblica, sparano su Bersani e spendono parole incoraggianti per Sergio Chiamparino (ma con un certo grado di prudenza).

Pirotecnica la performance di Renzi, nella maestosa scatola di ciliegio progettata da Renzo Piano. Entrata in scena stile-Amici: gridolini dalla platea, gran sventolio di smartphone, look con sneakers, jeans e giubbottino striminzito di tela blu «ma non è quello di Amici, un altro e comunque non solo ci vado da Amici, ma se mi chiamano ci torno pure» perché solo la sinistra elitaria e moralista può pensare che «se uno è bravo a comunicare significa automaticamente che non ha niente da dire».

Battute sui figli («I due più grandi sono bersaniani ortodossi, la più piccola renziana, roba da telefono azzurro, e mi prende in giro chiamandomi quasi premier») e a profusione sul Pd («Era leggermente sotto choc, e ciascuno può obiettare sull’avverbio o sul tempo passato») o racconto della telefonata di Berlusconi che gli comunica («Non mettiamo un veto su di te, è che non ti vogliamo premier. Erano tre anni che me la menavano sulla cena di Arcore, ora questa mi fa curriculum...»), le risposte sono sempre ficcanti, scosse elettriche a sollecitare le corde più pop. Critica lo smacchiatore Bersani che ha trasformato «il Pd in un detersivo, inseguendo un comico, Crozza, peraltro quello sbagliato»; spiega la rottamazione dell’idea di rottamazione («Tanti hanno capito, ma abbiamo fatto un po’ paura, nei centri anziani mi dicevano rottama tua sorella») e veltronianamente cita Kennedy e Aung San Suu Kyi (ma Veltroni, più veltronianamente, citerà Pasolini e Vittorio Foa). Poi lancia il suo nuovo slogan rassicurante: «bipolarismo gentile» al posto del «finto combattimento» odierno, «un wrestling in cui destra e sinistra si picchiano davanti a una folla eccitata, ma è tutto finto».

Del Pd, Renzi è interessato ma con distacco. Il messaggio a Epifani, che non vuole definire «traghettatore perché mi ricorda Caronte», è di non delegare il tema del lavoro al sindacato. E dunque «il Pd non può vivere di manifestazioni altrui, non se ne può più di cortei e convegni per pulirsi la coscienza, come quello ridicolo contro la povertà» o come quello di sabato della Fiom. Per Chiamparino «ammirazione autentica, nel 2009 gli dissi di candidarsi ma non lo fece, mi piacerebbe se si mettesse in gioco».

Interessante l’attacco a Grillo, che secondo Renzi «non è un buon utilizzatore di web e social network, ma uno straordinario animale televisivo, che ha costretto i talk show a rincorrerlo». Quanto ai parlamentari del Movimento 5 Stelle, «sono ridicoli rivoluzionari dello scontrino: da tre mesi sono ortodossi esecutori della linea del capo sulle questioni istituzionali, esercitano l’obiezione di coscienza solo sulla diaria. Io dico: prendetevi ’sti soldi ma governate il Paese». Renzi è sicuro che «il M5S si spaccherà non appena si discuterà di cose concrete e allora bisognerà lanciare una grande scommessa sul loro voto, ma non in politichese».

Mezz’ora dopo, Veltroni. Al di là della consonanza politica, un abisso separa i due per stile, toni, eloquio, argomenti, perfino tempi scenici. In fondo dicono le stesse cose, ma orbitando su mondi paralleli. E non solo perché Veltroni non fa battute, ma scandisce frasi come «il ma-anche è la vita», «io amo quelli che danno ragione agli altri», «noi siamo il meraviglioso prodotto di un arcobaleno». È che Walter, politico del ’900, ammonisce Matteo a non cadere in due errori. Il primo è inseguire il voto moderato senza «tenere unito quello di sinistra», tradendo lo spirito del Lingotto. Il secondo è crogiolarsi nelle certezze da talk show, senza «coltivare ispirazione e profondità, la cui mancanza mi terrorizza».

Renzi annuncia di aver eliminato dal cellulare twitter e facebook, «perché ne ero drogato», e di spendere quel tempo su libri di poesia. Così, Walter, per cominciare.

giuseppe salvaggiulo


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